Una legge da rifare che ignora scienza e sofferenza
Per l’attualità l’espressione evoca il testo di legge bloccato in Parlamento su un aspetto cruciale dell’esistenza. Ma Testamento biologico – Idee ed esperienze per una morte giusta (Il Mulino Contemporanea; 123 pagine) del medico e filosofo Giorgio Cosmacini dimostra quanto il rapporto tra la vita e la sua fine, tra medico e paziente, tra diritto all’esistenza e diritto a lenire la sofferenza sia storicizzabile e articolato in nodi problematici. Nel saggio, di cui riportiamo alcuni stralci della conclusione, l’autore percorre i concetti principali in cui si articola il campo di riflessione senza mancare – e anzi sottolineando – il ruolo delle tecnologie mediche nella continua ridefinizione di ciò che significano “cura”, vita biologica e morte umana, quantità e qualità della sopravvivenza. Attraverso il racconto di casi noti alle cronache (oltre a quello di Eluana Englaro anche quello di Piergiorgio Welby e di Terri Schiavo), Cosmacini mette la storia delle idee e delle prassi a servizio del dibattito politico (in senso alto). Invocando una possibile zona di confronto tra sensibilità religiose e laiche e una ragionevole normativa sulla questione.
Il “cadavere ri-animato” – come è stato definito il paziente in stato vegetativo permanente – è dunque il vivente senz’anima che offre il suo corpo alla misurazione scientifica e alla decretazione politica della sua sopravvivenza? Oppure è il sopravvivente che offre corpo e anima alla sacralizzazione integrale del proprio essere? Secondo l’uno dei due modi […]
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