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Midterm, l’onda blu insegna che l’algoritmo non può battere l’ideologia

Chi ha vinto è una nuova generazione democratica, più radicale, che non ha nulla a che spartire con Silicon Valley o con Wall Street
Midterm, l’onda blu insegna che l’algoritmo non può battere l’ideologia
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La lezione di democrazia che arriva dagli Stati Uniti è la radicalizzazione della politica. All’estremismo libertarian di Trump segue il ‘socialismo sociale’ del partito democratico. L’America sa voltare pagina, lo sapevamo già: negli anni Novanta all’imborghesimento clintoniano seguì il tentativo di imperialismo di Bush figlio. Ma ogni volta che lo fa ci meravigliamo. Noi europei, si sa, sappiamo solo imitare, e chissà forse anche questa volta, nelle elezioni del 2027, lo faremo.

Ma vediamo prima di tutti i risultati ‘radicali’ di una notte indimenticabile che farà da spartiacque alla transizione. Le prime vincitrici sono le donne che entrano con forza nella rosa dei governatori del paese. E che donne!

In Georgia Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, diventa la prima donna di colore eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti e riporta i democratici alla guida dello stato dopo più di vent’anni. In New Mexico Deb Haaland sarà la prima governatrice indigena del Paese. In Minnesota Amy Klobuchar è la prima donna eletta governatrice dello stato. In Texas, nonostante le centinaia di milioni spesi da Elon Musk, la democratica Gina Hinojosa vince e pone fine a più di trent’anni di vittorie repubblicane. Donne che stabiliscono un primato dopo l’altro.

Alla radice della transizione c’è, come spesso accade, l’economia: l’America ha votato con il portafogli. I dazi li hanno svuotati e la guerra in Iran ha gonfiato i prezzi alla pompa e tutti gli altri a livelli insostenibili. Un assaggio di quello che sarebbe successo la notte del 3 novembre c’era stato nel 2025 quando le democratiche Abigail Spanberger e Mikie Sherrill si sono rispettivamente insediate come governatrici in Virginia e in New Jersey. Ma i repubblicani hanno fatto finta di nulla.

Altro evento più che ‘radicale’ inaspettato: l’algoritmo non ha funzionato. E infatti i miliardi dei tecnotitani, che macinano i nostri dati e pretendono di conoscerci nell’intimo, non sono stati in grado di prevedere né di fermare l’onda blu. Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha speso almeno 474 milioni di dollari in queste elezioni. È la cifra più alta mai versata da un singolo donatore in un ciclo elettorale. Quasi la metà, 224 milioni, è finita in Texas – lo stato dove ha trasferito Tesla e SpaceX e dove possiede di fatto una città. Li ha spesi per far eleggere Ken Paxton, il candidato repubblicano al Senato, ma Paxton ha perso contro James Talarico, un ex insegnante di 37 anni, che ha vinto con circa dieci punti di scarto. Talarico ha fatto di Musk il bersaglio della sua campagna con uno slogan semplice: questo seggio non appartiene a Elon Musk.

Musk non è stato l’unico tecnotitano ad aprire il portafogli. Greg Brockman, cofondatore di OpenAI, ha versato 25 milioni al super PAC di Trump. Altri miliardari hanno persino provato a comprarsi direttamente la poltrona, Vivek Ramaswamy in Ohio e Rick Jackson in Georgia hanno speso milioni propri. È ironico che entrambi siano stati battuti da due donne: una dottoressa della sanità pubblica e un’ex sindaca.

L’America ha confermato una vecchia lezione di politica: in democrazia il denaro compra la pubblicità, non il consenso. Ma ci ha anche detto che nell’era digitale l’algoritmo non può battere l’ideologia. Chi ha vinto è una nuova generazione democratica, non solo più al femminile e più giovane, ma più radicale, una generazione che non ha nulla a che spartire con Silicon Valley o con Wall Street ma che riflette i cambiamenti in atto nel paese. In Michigan Abdul El-Sayed, medico sostenuto da Alexandria Ocasio-Cortez, diventa il primo senatore musulmano della storia americana.

Alla Camera arriva un piccolo blocco di socialisti democratici e radicali che promette di rivoluzionare la politica del paese. Sono gli outsider che nelle primarie hanno battuto deputati in carica da decenni. Il loro programma è concreto, non esoterico: parla di salari, sanità, affitti. Il loro è un linguaggio di inclusione economica, diametralmente opposto al mantra liberista che per decenni ha risuonato in occidente. Il distacco anche dalla stagione di Hillary Clinton è netto e assomiglia a una boccata d’aria.

Quel Partito democratico che parlava la lingua delle fondazioni, delle cene di raccolta fondi, degli studi legali di Washington e, va detto, delle stesse aziende della Silicon Valley che oggi finanziano l’altra parte, non esiste più. Al suo posto ci sono le nuove leve che vengono dagli ospedali, dai sindacati, dalle legislature statali, dalle periferie e tante, tante donne. Amy Acton ha guidato la sanità pubblica dell’Ohio durante la pandemia. Hinojosa viene dal lavoro paziente della legislatura statale. Bottoms ha amministrato Atlanta negli anni del Covid e delle proteste. Non sono profili da talk show, sono profili da amministratrici.

Ed ecco dunque la nuova America. La strada naturalmente è lunga: la convivenza tra governatrici pragmatiche e giovani radicali potrebbe trasformarsi in guerra civile di partito. E i tecnotitani non spariranno: hanno perso una battaglia, non il portafoglio. Resta però una lezione che va oltre i partiti. Per anni ci siamo chiesti se la democrazia americana avrebbe retto all’urto combinato del trumpismo e del capitale tecnologico. La risposta è arrivata nel modo più semplice: file ai seggi, record di voto anticipato in Georgia, Texas e Maine per sostenere candidati nuovi, giovani e radicali. E poi sconfitti che telefonano ai vincitori e si congratulano.

Non solo il paese ha retto ma sta dando prova di resilienza e di solidità: l’anima della democrazia è l’alternanza politica, non dimentichiamolo.

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