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“Così Apple ha risparmiato 2,7 miliardi di tasse spostando una parte dei suoi utili a Singapore”

Il Financial Times ricostruisce quello che emerge da nuovi dati fiscali depositati dalla società insieme alla relazione annuale. La riforma della tassazione internazionale promossa dall'Ocse avrebbe dovuto limitare il fenomeno del cosiddetto profit shifting ma ha in realtà lasciato largamente irrisolta la questione
“Così Apple ha risparmiato 2,7 miliardi di tasse spostando una parte dei suoi utili a Singapore”
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Singapore batte l’Irlanda nella geografia fiscale di Apple. Il colosso tecnologico statunitense ha risparmiato 2,7 miliardi di dollari di imposte nel 2026 grazie agli utili contabilizzati nel suo hub asiatico, diventato il principale centro di ottimizzazione fiscale del gruppo. Una cifra superiore ai 2,6 miliardi di dollari di risparmio ottenuti in Irlanda, dove il gruppo ha storicamente concentrato una parte importante delle proprie attività e dei propri profitti europei. A ricostruire la strategia è il Financial Times, che ha analizzato i nuovi dati fiscali depositati dalla società insieme alla relazione annuale.

Le comunicazioni, rese possibili dai nuovi obblighi di rendicontazione, mostrano quanto le grandi multinazionali tecnologiche continuino a sfruttare le differenze tra i sistemi fiscali nazionali per pagare meno tasse. Apple avrebbe attribuito alle proprie attività a Singapore fino a 50 miliardi di dollari di profitti nel 2026. Se tutti gli utili globali fossero stati tassati all’aliquota federale statunitense del 21%, la società avrebbe dovuto versare complessivamente circa 33 miliardi di dollari. Ne ha pagati invece solo 27.

I numeri riaccendono i riflettori sullo spostamento degli utili delle multinazionali verso Paesi dove la tassazione è più bassa, indipendentemente da dove si producono effettivamente i ricavi. La riforma fiscale internazionale promossa dall’Ocse avrebbe dovuto limitare il fenomeno ma ha in realtà lasciato largamente irrisolta la questione, ricorda il quotidiano finanziario. Nel 2021, dopo anni di negoziati, oltre 140 Paesi hanno raggiunto un accordo per introdurre una tassazione minima effettiva del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. L’obiettivo era contrastare la concorrenza fiscale al ribasso e impedire che i gruppi internazionali potessero spostare artificialmente i propri utili nelle giurisdizioni più convenienti. Anche Singapore e Irlanda hanno aderito all’iniziativa.

Ma quella soglia si è rivelata insufficiente. Singapore, per esempio, applica un’aliquota nominale del 17%, ma può concedere alle imprese incentivi e crediti fiscali negoziati per attrarre attività considerate di particolare valore economico. È proprio attraverso questi meccanismi che Apple ha potuto mantenere un’aliquota effettiva intorno al 10% tra il 2023 e il 2025, secondo i bilanci delle sue principali società locali. Le nuove imposte integrative introdotte in applicazione dell’accordo Ocse dovrebbero ora spingere il prelievo più vicino al 15%. Singapore ha già recuperato da Apple 2,5 miliardi di dollari nel 2026 attraverso la tassa aggiuntiva introdotta lo scorso anno. Ma questo non ha impedito al gruppo di continuare a beneficiare di un trattamento fiscale complessivamente vantaggioso. Come osserva Mike Lewis, direttore del think tank investigativo TaxWatch, intervistato dal Financial Times, la minimum tax ha fissato un livello di base basso e per alcune multinazionali gli affari possono continuare più o meno come prima.

La distanza tra i profitti dichiarati e le dimensioni delle attività economiche effettivamente presenti nei due Paesi emerge plasticamente, anche in questo caso, dai dati sulla redditività per dipendente. Nel 2024, ultimo anno per il quale è possibile effettuare il confronto, Apple ha generato attraverso le sue due principali società di Singapore circa 9 milioni di dollari di utile ante imposte per lavoratore. In Irlanda la cifra è stata di 6 milioni. A livello globale, nel 2025, il dato equivalente era inferiore a un milione di dollari.

Non è la prima volta che Apple finisce nel mirino per le proprie strategie fiscali. Nel 2016 la Commissione europea ha stabilito che il gruppo aveva beneficiato di aiuti di Stato illegali attraverso accordi fiscali con l’Irlanda, imponendo il recupero di oltre 13 miliardi di euro di imposte non versate, oltre agli interessi.

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