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Abbiamo ipotecato il futuro. E ora i giovani pagano il conto

I meccanismi con cui i paesi si “mettono nei guai” sono molti e interagiscono, come accade nei processi evolutivi. In Italia ne individuo sei
Abbiamo ipotecato il futuro. E ora i giovani pagano il conto
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Ho passato il 1983 in California, a Bodega Bay, in un laboratorio di biologia marina dell’Università di Berkeley, poi passato a UC Davis. Nel 1981 ero diventato ricercatore confermato, un posto a vita. I miei amici californiani erano stupiti che avessi già un posto di ruolo. Là si conquistava dopo anni di precarietà e competizione, e pochi ci riuscivano. I ricercatori vivevano con una pressante ansia da prestazione, lavoravano moltissimo e facevano poche ferie. I californiani abitavano in modeste case di legno, vestivano alla buona e mangiavano male. Per raggiungere il laboratorio dovetti comprare un’auto: i mezzi pubblici praticamente non c’erano. Al confronto noi italiani eravamo ‘signori’: con sanità e istruzione quasi gratuite. Il nostro welfare era ben più esteso del loro. Trovai situazioni analoghe in molti altri stati, dall’Illinois all’Oregon.

Mi chiesi: come possiamo permettercelo? Risposta: indebitandoci. Il debito pubblico italiano era il 37% del PIL nel 1970 e superava il 120% nel 1994. Non era sbagliato stare bene, ma era sbagliato finanziare il benessere senza garantirne la sostenibilità. Anche il debito pubblico americano è enorme. Ma gli USA hanno seguito un modello diverso dal nostro, privilegiando la potenza militare e destinando una quota minore della ricchezza nazionale al welfare pubblico. Il warfare, o ‘guerressere‘, ha contribuito al loro indebitamento, insieme a riduzioni fiscali, crisi economiche e altre spese. I meccanismi con cui i paesi si “mettono nei guai” sono molti e interagiscono, come accade nei processi evolutivi. In Italia ne individuo sei, senza pretendere di esaurire la spiegazione.

Clientelismo. Impieghi pubblici e pensioni distribuiti per ottenere consenso, gonfiando personale ed assistiti, che «stanno bene» e sono riconoscenti; tanto stipendi e pensioni ricadono sulla collettività.
Evasione fiscale. Tollerata e blandita dalla politica che arriva a definire le tasse «pizzo di Stato». Se 100 pagano i servizi di cui beneficiano in 200 i conti non tornano.

Corruzione. Appalti pilotati, costi gonfiati, opere inutili o realizzate male. I corrotti ne ricavano vantaggi, e anche lavoratori estranei agli illeciti ottengono un reddito. Ma a quali costi?

Inefficienza. Burocrazie elefantiache, investimenti sbagliati, opere incompiute. Si può sperperare denaro pubblico senza commettere reati, e chi occupa un posto sicuro può «stare bene» anche lavorando poco.

Privatizzazioni. Si è dato per scontato che pubblico significasse cattiva gestione e privato buona gestione. Patrimoni strategici costruiti con risorse pubbliche sono stati ceduti, talvolta lasciando allo Stato debiti, esuberi e costi di ristrutturazione. Si pagano strutture private con denaro pubblico mentre quelle pubbliche perdono capacità operativa. Perché non investire anche nel loro miglioramento? Si socializzano i costi e privatizzano i profitti.

Bassa produttività. In Italia in molti settori si lavora molto, ma spesso si produce poco per carenze di organizzazione, innovazione e investimenti. Inoltre, gli assunti per via clientelare sentono poca pressione a produrre, tanto il posto è garantito. I giovani capaci se ne vanno.

Questi processi non hanno tutti lo stesso peso e ognuno, da solo, non spiega il debito: contano anche crisi economiche esterne al nostro paese. Ma le varie cause si alimentano a vicenda. Un investimento pubblico può creare ricchezza per il futuro, ma se è inquinato da clientelismo e corruzione, e l’evasione impedisce di finanziarne la gestione, produce benefici immediati che generano costi insostenibili. Il debito genera interessi che si pagano con nuovi prestiti. Con i titoli di Stato troviamo chi ci presta denaro, ma dovremo restituirlo. E se vendiamo la gallina dalle uova d’oro, incassiamo il prezzo e perdiamo le uova future. Lo abbiamo fatto privatizzando gli asset strategici pubblici. Le cure devono essere sistemiche perché ogni settore dipende dagli altri.

C’è poi il debito ecologico. Abbiamo consumato capitale naturale, alterato il clima, impoverito la biodiversità, compromesso il funzionamento degli ecosistemi. Il debito finanziario si può rinegoziare; ma la natura non accetta negoziazioni.

Il PNRR ci ha offerto 194,4 miliardi di euro per investimenti e riforme. Quanti benefici durevoli sono stati ottenuti per sanità, scuola, ricerca, ambiente e lavoro? Intanto l’Europa programma grandi investimenti militari con Readiness 2030. C’è chi li ritiene necessari per la sicurezza. Ma quali risorse resteranno per il welfare? Dal welfare al warfare, ecco la prospettiva.

Oggi i giovani hanno smartphone, internet e voli low cost. Ma molti faticano a trovare un lavoro stabile, una casa, l’autonomia. Hanno più possibilità di consumare, non necessariamente di costruirsi una vita. Pedalano per fare consegne oppure se ne vanno dove le opportunità sono migliori.

I benefici delle generazioni precedenti non sono stati accompagnati da una gestione capace di garantirli anche a chi sarebbe venuto dopo: abbiamo ipotecato il futuro, economico ed ecologico. Ora l’economia, la società e la natura presentano il conto a chi non era ancora nato quando contraevamo i debiti, godendo dei benefici. Non giustifico chi spacca le vetrine dei negozi di lusso. Ma se fossi giovane sarei molto arrabbiato. Lo sono persino da vecchio. Prima di rimproverare i giovani, ricordiamoci che noi abbiamo goduto del benessere e a loro abbiamo lasciato il conto da pagare. E ora prospettiamo loro un futuro di riarmo, con 800 miliardi di euro “investiti” nella difesa europea. Tanto al fronte ci andranno loro.

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