Futuro nazionale, defezioni anche nel Nord Italia: dai militari di Villafranca agli addii a Torino. E in Lombardia “sta per scoppiare la rivolta”
Gli ammutinamenti che hanno fatto più rumore sono stati al Sud. La Calabria capofila, poi a macchia d’olio gli addii a Futuro nazionale hanno coinvolto Basilicata, Campania, Lazio, Marche, Sardegna. Da qualche settimana a questa parte, però, il partito di Roberto Vannacci sta perdendo pezzi anche nel Nord Italia. Dirigenti, referenti di comitati e semplici iscritti. Per il generale il movimento continua a crescere (di circa mille unità al mese), eppure le crepe cominciano a essere evidenti. E a saldarsi lungo tutto la Penisola.
“Qui scoppia la rivolta”
In Lombardia i malumori vanno avanti dall’estate, dall’espulsione di quello che era stato definito l’ideologo di FnV, vale a dire Luca Sforzini, fino alle tensioni milanesi. Prima l’arresto dell’imprenditore Luca Carleo, appena nominato referente del capoluogo lombardo, poi l’azzeramento di parte della squadra a sostegno del candidato sindaco Carmelo Burgio. Squadra che era stata indicata dal responsabile della campagna elettorale, il vicepresidente dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia, Gianni Martino, il quale, dopo lo scontro col responsabile regionale Luca Ferrazzi, ha scelto di rinunciare al proprio incarico.
A pochi giorni dalla visita di Vannacci a Milano (punto stampa e selfie in piazza Oberdan, cena in una bocciofila e puntata ad Eicma), i vannacciani lombardi “dissidenti” minacciano di uscire allo scoperto. E di abbandonare il partito. Al di là del capoluogo, da quanto si apprende le tensioni principali si registrano a Brescia, Bergamo, Varese e Pavia. Proprio dall’Oltrepò Pavese – pur sottolineando di voler restare in FnV – a parlare di “rivolta” che “sta per scoppiare” è Marcello Olivari, un lungo passato nel Movimento sociale italiano (“sono un rautiano convinto”) ed ex referente di un comitato di Futuro nazionale: “Le perplessità riguardano le nomine, a partire da quella regionale fino a quelle provinciali. Il problema è che ci sono personaggi che puntano alla poltrona e alle quali la politica interessa poco. Vannacci a Milano? La città non ha risposto, gli iscritti dei comitati non si sono presentati per dare un segnale. Le persone venivano da Monza, una rappresentanza da Varese, una da Pavia e Voghera, ma non dall’Oltrepò, il cui controllo è in mano mia. Tolti questi gruppi, ci saranno state 30 persone, segno che l’organizzazione milanese non funziona”.
Stando alle parole di Olivari, “c’è grande malessere, il timore è che in Lombardia scoppi una mezza rivolta”. Non nell’Oltrepò, tuttavia, “dove stiamo per aprire una sede di Futuro nazionale” e, dove, alla cena per la marcia su Roma della scorsa settimana, dalle parti di Zavattarello, “eravamo in 150”. Da più parti si fa il nome di Gabriele Leccisi, figlio di quel Domenico, ex repubblichino e successivamente fondatore del Partito democratico fascista, che venne arrestato insieme ad altri per aver trafugato la salma di Benito Mussolini.
Contattato da ilFattoQuotidiano.it, il coordinatore Ferrazzi – che è anche consigliere regionale al Pirellone – spiega che “i malumori si contano sulle dita di una mano. A oggi, in Lombardia, una persona è uscita da Futuro nazionale. Non lo dico per minimizzare, ma è davvero così. Una su 26mila iscritti”. Secondo l’ex morattiano “evidentemente quando un partito definisce la propria struttura, ci sono persone che ambiscono a un incarico, e quando non lo ottengono se ne lamentano. Ma credo rientri tutto nell’alveo della normalità“.
Il caso dei militari di Villafranca di Verona
Lo scorso settembre è stata diffusa la notizia secondo cui la Procura militare di Roma aveva avviato “accertamenti preliminari” in relazione a un esposto, presentato dal Sindacato dei militari, nei confronti di Vannacci e dei vertici del partito con l’ipotesi di violazione della legge Scelba. In particolare, però, la Procura aveva reso noto di voler verificare “la posizione di appartenenti alle Forze armate all’interno della struttura organizzativa di Futuro nazionale”. Nello specifico l’esposto citava due militari. E ora uno dei due, Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica in servizio e dirigente sindacale, ha deciso di uscire da FnV: “Ho lasciato il movimento e sciolto il comitato costituente di Villafranca di Verona, che contava circa cento iscritti, tra cui moltissimi militari” dice. Per lui si tratta di “un partito personale, nessun confronto e una politica della Difesa che dimentica i militari. Vannacci prometteva una rivoluzione politica, oggi vedo un movimento nel quale la vecchia politica ha trovato una nuova collocazione, mentre il confronto, le idee e la partecipazione sono rimasti sostanzialmente sulla carta. Il problema non è chi arriva dalla Lega, da Forza Italia o da altre esperienze politiche. Il problema è il modello di partito che Vannacci ha deciso di costruire: un generale al comando, pochi a decidere e una base chiamata soprattutto a eseguire”.
Belfiori fa sapere che “per aver creduto in questo progetto mi sono esposto pubblicamente, ho subito quella che considero un’autentica gogna mediatica, sono finito nelle cronache relative agli esposti alla Procura militare e ho affrontato un procedimento disciplinare conclusosi il 21 settembre senza il riconoscimento di alcun illecito. Da Vannacci e dai vertici nemmeno una telefonata. Da chi predica onore, lealtà e spirito di corpo mi sarei aspettato almeno la coerenza di praticarli”.
La diaspora piemontese: futuristi torinesi verso Rizzo
L’hanno definita una decisione “irrevocabile”. Quattro comitati di FnV – tre a Torino e uno nell’hinterland, a Rivalta – hanno comunicato il proprio addio a Vannacci, aggiungendo di aver avviato un’interlocuzione con Italia Domani di Marco Rizzo. Il Piemonte, dunque, il cui coordinatore è Emanuele Pozzolo, perde altri pezzi. Succede dopo il caso dei circa 550 iscritti cuneesi, fuoriusciti da Futuro nazionale per seguire, pure loro, l’ex comunista.
La critica principale degli ex vannacciani torinesi suona identica a quella di altri dissidenti: Futuro nazionale non è un partito, ma una caserma. “Non ce ne andiamo perché abbiamo perso la voglia di combattere, ma perché non intendiamo sprecarla in battaglie interne che nulla hanno a che fare con il bene dei cittadini”, scrivono. “Non siamo disposti a sacrificare la dignità e la libertà di pensiero per una poltrona”. E ancora: “Un generale senza soldati è solo un uomo che urla ordini al vento”.
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