Caso Almasri, la Consulta nega lo scudo a Bartolozzi: il processo all’ex “zarina” di Nordio (per ora) va avanti
Giusi Bartolozzi non si salva, per ora, dal processo sul caso Almasri. La Corte costituzionale ha accolto solo parzialmente il conflitto di attribuzioni sollevato dalla Camera contro i magistrati di Roma in favore dell’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (ora consigliera giuridica del ministro degli Affari Ue Tommaso Foti). L’ex “zarina” è imputata per aver reso false dichiarazioni al Tribunale dei ministri sulla liberazione del generale libico Osama Almasri, per cui erano indagati Nordio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. La posizione della premier è stata in seguito archiviata, mentre i due ministri e il sottosegretario hanno evitato il processo grazie alla Camera, che ha negato l’autorizzazione a procedere nei loro confronti. Successivamente, l’Aula ha sollevato il conflitto contro il Tribunale e la Procura di Roma, sostenendo che Bartolozzi avrebbe dovuto essere indagata in concorso con i membri del governo, permettendo anche a lei di usufruire dello scudo parlamentare e – soprattutto – non consentendo ai magistrati di sentirla come testimone con l’obbligo di rispondere e dire la verità (da cui l’accusa di false dichiarazioni). Nella discussione davanti alla Corte (svolta il 6 ottobre) l’avvocato di Montecitorio Vittorio Manes ha sottolineato in questo senso il “ruolo assolutamente protagonistico” avuto nel caso Almasri da Bartolozzi, che ha partecipato “in prima persona a tutte le fasi valutative e decisionali” della vicenda.
La sentenza “double-face”
La Consulta, comunica l’ufficio stampa, ha “escluso una lesione delle prerogative della Camera in relazione alla mancata richiesta di autorizzazione a procedere” nei confronti di Bartolozzi, ritenendo però che il Tribunale dei ministri “avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare una possibile responsabilità per concorso nei reati attribuiti al ministro”. In sostanza, il processo per ora può andare avanti: i verbali con le false dichiarazioni restano utilizzabili. I magistrati, però, dovranno spiegare ex post alla Camera perché non hanno considerato concorrente l’ex “zarina”, il che, probabilmente, consentirà all’Aula di sollevare un nuovo conflitto di attribuzioni nel caso in cui ritenga violate le proprie prerogative. La vicenda, quindi, potrebbe non essere chiusa qui. Nelle motivazioni della sentenza, la Corte richiama sul punto le proprie decisioni precedenti secondo cui al Parlamento “non può essere sottratta una propria, autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria, né tantomeno – ove non condivida la conclusione negativa espressa dal Tribunale dei ministri – la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione”.
L’avvocato della Camera: “Soddisfatti”
“La difesa della Camera dei Deputati accoglie con soddisfazione questa pronuncia che appare riconoscere la violazione di una prerogativa della Camera stessa, ossia quella di essere informata circa la valutazione effettuata dal Tribunale dei ministri in ordine alla natura ministeriale o meno del reato contestato, comunicazione che invece non è stata mai inoltrata, e che avrebbe invece consentito alla Camera di effettuare una propria valutazione a tutela delle sue prerogative costituzionalmente riconosciute. Per ulteriori valutazioni, anche in ordine ad eventuali successive fasi, occorrerà una lettura attenta delle motivazioni alla base della pronuncia della Corte”, è il primo commento dell’avvocato Manes, professore ordinario di Diritto penale a Bologna.
No allo scudo per i reati “connessi”
La Corte ha poi respinto anche l’altra tesi della Camera, cioè quella “che sussistesse un obbligo di chiedere un’autorizzazione a procedere nei confronti della dottoressa Bartolozzi per il diverso reato di false dichiarazioni“, in quanto “connesso” a quello contestato a Nordio. “Non è stata infatti condivisa la tesi della Camera, secondo cui l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere si estenderebbe anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali, come – in ipotesi – dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro”, si legge nel comunicato. “La Corte ha, in proposito, sottolineato che la specialità della disciplina dei reati ministeriali, con la connessa garanzia dell’autorizzazione a procedere, esclude una interpretazione estensiva della disciplina dell’autorizzazione stessa. Eventuali esigenze di riservatezza istituzionale su circostanze apprese da persone interrogate dal Tribunale che non rivestano funzioni ministeriali possono essere tutelate, ove ne ricorrano le condizioni di legge, attraverso lo strumento dell’opposizione del segreto di Stato“.
Accolte le tesi della Procura
Su questo aspetto, dunque, la Consulta ha accolto le argomentazioni della Procura guidata da Francesco Lo Voi, che in una memoria aveva sottolineato come il reato contestato a Bartolozzi fosse “ontologicamente е cronologicamente diverso da quello a suo tempo contestato ai ministri”: “L’eccezionalità della disciplina” sui reati ministeriali, scrivevano i pm, “porta al dovere di stretta applicazione della normativa, con divieto di ogni soluzione ermeneutica che porti ad un’applicazione tanto ampia” da estendere “una prerogativa di così eccezionale natura anche per chi componga lo staff tecnico e debba rispondere di un fatto diverso rispetto a quello iscritto a carico del ministro”. Rispetto al presunto concorso, invece, la Procura ha sostenuto che durante le indagini non sia emerso “un contributo morale o materiale determinante” di Bartolozzi rispetto al reato attribuito a Nordio, cioè l’omissione d’atti d’ufficio: l’ex “zarina” avrebbe agito solo “nei limiti del proprio ruolo tecnico, offrendo al ministro tutti gli elementi per assumere le decisioni a lui spettanti”.