Telescopio Swift, rientro incontrollato sulla Terra: la Nasa ne monitora la caduta. I Paesi a rischio
Dopo 22 anni trascorsi a osservare alcuni degli eventi più violenti ed energetici dell’universo, il telescopio spaziale Swift della Nasa si prepara a tornare sulla Terra. Il rientro nell’atmosfera è previsto per venerdì o intorno a quella data, ma avverrà in modo incontrollato: l’osservatorio non dispone più di propellente e non è quindi possibile governarne la discesa. La sua traiettoria è monitorata dalla Space Force statunitense, pronta a segnalare eventuali rischi per le aree abitate con un preavviso di circa un’ora.
Lanciato il 20 novembre 2004, Swift si trova ormai a un’altitudine inferiore ai 300 chilometri, dopo aver orbitato per gran parte della sua missione a circa 600 chilometri dalla superficie terrestre. Il telescopio pesa circa una tonnellata e mezza. La maggior parte della struttura dovrebbe disintegrarsi durante il passaggio attraverso gli strati atmosferici, ma non si esclude che alcuni componenti più resistenti possano sopravvivere e raggiungere il suolo. Tra questi figurano parti realizzate in tungsteno e frammenti degli specchi. Le aree potenzialmente interessate da una possibile caduta comprendono diverse zone dell’Africa, dell’Australia, dell’India, del Sud-est asiatico e dell’America centrale e meridionale. La maggior parte dei materiali, tuttavia, dovrebbe precipitare in mare.
L’Italia, secondo gli esperti, non corre rischi. Il rientro di Swift si inserisce in un fenomeno sempre più rilevante: la quantità crescente di materiale spaziale che torna nell’atmosfera terrestre. Nel 2025 sono ricadute sulla Terra circa 430 tonnellate di satelliti, razzi e altri oggetti spaziali, una quantità pari a oltre una tonnellata al giorno. Si tratta di un volume quattro volte superiore a quello registrato nel 2020 e sei volte maggiore rispetto al 2010. L’aumento dei rientri è legato alla crescita del numero di satelliti e oggetti artificiali in orbita. Tra questi, oltre 10mila satelliti appartengono alla costellazione di Elon Musk, che ha inoltre presentato un progetto per realizzare una rete di data center spaziali composta da un milione di satelliti.
A rendere inevitabile il ritorno di Swift sulla Terra ha contribuito soprattutto l’attività solare. Le intense fasi di attività del Sole degli ultimi anni hanno accelerato il progressivo abbassamento dell’orbita del telescopio. Quando l’attività solare aumenta, infatti, gli strati più esterni dell’atmosfera terrestre si espandono. A un’altitudine di circa 600 chilometri, dove si trovava Swift, il telescopio ha iniziato così a incontrare una maggiore densità atmosferica e, di conseguenza, una più elevata resistenza aerodinamica. Questo fenomeno, noto come resistenza atmosferica, ha provocato una progressiva perdita di quota.
La Nasa aveva tentato di evitare il rientro anticipato affidando, circa un anno fa, un’operazione di recupero alla società privata Katalyst Space. L’obiettivo era riportare Swift a un’altitudine maggiore attraverso un intervento robotico. Il dispositivo Link, dotato di tre braccia e lanciato a luglio, avrebbe dovuto avvicinarsi al telescopio, agganciarlo e utilizzare i propri motori per spingerlo verso un’orbita più alta. Il tentativo, però, è fallito. Il robot non è riuscito ad avvicinarsi a meno di 12-15 chilometri dall’osservatorio e ha iniziato a ruotare su se stesso, senza completare l’operazione. Link è poi rientrato sulla Terra a settembre. L’intervento, costato alla Nasa 30 milioni di dollari, non è riuscito a prolungare la vita del telescopio.
Swift ha continuato a effettuare osservazioni anche dopo il fallimento del tentativo di recupero, ma alla fine di ottobre la sua quota era ormai troppo bassa per garantire la stabilità necessaria alle operazioni scientifiche. I sistemi sono stati quindi spenti. Nel corso della sua missione, l’osservatorio ha individuato oltre 2.000 lampi di raggi gamma e circa 1.400 stelle esplose, oltre a osservare comete, asteroidi e buchi neri in grado di distruggere le stelle. Un patrimonio di osservazioni che, secondo il gruppo di ricerca, potrà contribuire allo sviluppo delle future missioni spaziali.
“Fin da prima del lancio sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato. Almeno in orbita terrestre bassa, tutto ciò che sale deve prima o poi ridiscendere. E quel rientro è inevitabilmente distruttivo”, ha dichiarato John Nousek, astronomo della Pennsylvania State University che ha guidato il gruppo di controllo della missione. La vicenda di Swift riporta infine l’attenzione sulla crescente congestione dello spazio vicino alla Terra. A rendere ancora più evidente il problema sono le stime della Federal Aviation Administration statunitense: secondo un rapporto dell’agenzia, dal 2035 ci sarebbe una probabilità del 61% che una persona venga uccisa ogni anno dall’impatto con detriti spaziali. La probabilità che venga colpito un aereo in volo è invece stimata in sette casi su 10mila.
Finora, viene ricordato, si è registrato un solo caso di una persona ferita: nel 1997, in Oklahoma, una donna fu colpita leggermente da un frammento di razzo grande quanto una lattina mentre si trovava in un parco. Un episodio che allora era considerato estremamente improbabile.