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Antonelli è il campione di tutti: l’Italia torna sul tetto della Formula 1 e per la prima volta supera la fede assoluta per la Ferrari

Da Patrese fischiato a Imola a Kimi osannato a Monza: così la cavalcata del bolognese della Mercedes ha cambiato il paradigma del tifo italiano, nonostante il grande rimpianto
Antonelli è il campione di tutti: l’Italia torna sul tetto della Formula 1 e per la prima volta supera la fede assoluta per la Ferrari
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“Spero che il pubblico italiano sia diventato più maturo”. Parole di Riccardo Patrese quando gli venne chiesto se l’ascesa di Andrea Kimi Antonelli avrebbe potuto dare luogo a una nuova Imola 1983. Piccolo riepilogo: quell’anno, lanciato con la sua Brabham verso la vittoria della gara, a sei giri dal termine perse il controllo e uscì alle Acque Minerali, provocando sulle tribune un tripudio di sfottò, conditi anche da qualche gesto dell’ombrello. La gara la vinse Patrick Tambay su Ferrari e il responso del pubblico era stato chiaro: la gente era venuta per tifare e vedere vincere un pilota della casa di Maranello, non importava di quale nazionalità fosse, tanto meno se per farlo avrebbe dovuto battere un pilota italiano. Ferrari, solo Ferrari, nient’altro che Ferrari.

Oggi il pubblico italiano è diventato più maturo? Al netto di qualche radicale sacca di resistenza sul web, a metà tra la setta e l’oratorio, la risposta è affermativa, almeno guardando cosa è accaduto al Gran Premio di Monza (Imola, come sappiamo, è stata “scippata” dall’ingordigia di Liberty Media), vinto da Kimi Antonelli partendo dalla diciannovesima posizione a causa del cambio di power unit che lo aveva retrocesso in fondo alla griglia. Usiamo proprio le parole del bolognese, recentemente intervistato da Autosprint: “Durante la corsa, il calore del pubblico mi ha dato una spinta incredibile, rendendo possibile completare la rimonta. Quando uscivo dalla Parabolica e scorgevo i tifosi alzarsi in piedi e spingermi, provavo sensazioni indescrivibili. Mi hanno trasmesso la grinta per non mollare: quella gara andava vinta a tutti i costi”.

No, l’Autodromo Nazionale di Monza non era improvvisamente diventato un covo di tifosi Mercedes: semplicemente, nel tempio della velocità (anche se oramai, grazie al nuovo regolamento, non è più così) la stesura di una piccola ma significativa pagina nella storia della F1 avveniva in una cornice altrettanto splendida, nella quale lo sport incontrava la sportività. Pur se alla guida di una monoposto della casa motoristica che ha compiuto una storica rimonta nelle vittorie conquistate in F1 (ad Austin si è arrivati a 252 GP conquistati da vetture motorizzate Mercedes contro le 251 di auto motorizzate Ferrari), Antonelli è stato celebrato in maniera sontuosa dal pubblico. Antipatie e rivalità sono cadute, almeno guardando la parte sana del tifo e tralasciando gli haters da tastiera, una piaga globale che comunque non riguarda solo l’Italia e gli sportivi italiani.

Celebrare Antonelli non significa sminuire il rapporto tra la Ferrari e i propri tifosi, che resta intatto. Nessuno sano di mente può pensare che, visto il digiuno di vittorie del team di Maranello arrivato a lambire i vent’anni, una parte della passione si sposti verso altri lidi. Ed è altrettanto ovvio che se uno tra Charles Leclerc o Lewis Hamilton fosse stato in grado di lottare per il titolo contro il bolognese, i tifosi della Rossa non avrebbero esitato un secondo a scegliere da che parte stare. L’affermazione di Antonelli ha però generato uno scenario inedito, al quale solo gli appassionati di vecchissima data erano, forse, stati abituati: l’esistenza di un altro livello di tifo, più trasversale, maggiormente simile a quello del motociclismo. Un po’ come la seconda squadra tra i tifosi di calcio: si tifa la big, ma anche per il club della propria città (o provincia) di origine. La figura di Antonelli è stata accostata, a livello di impatto presso il pubblico, a quelle di Giacomo Agostini, Alberto Tomba, Valentino Rossi e Jannik Sinner: vale a dire, campioni di tutti. La differenza, nel suo caso, l’ha fatta la montagna da scalare nell’immaginario collettivo, nettamente più impervia rispetto alle citate icone, proprio per la presenza di un moloch totalizzante, a livello mediatico e di passione, come la Ferrari.

Non va nascosto come, in un discorso di questo tipo, rimanga sempre un fondo di rammarico e di rimpianto per il tifoso ferrarista, da tempo oramai avvezzo a restare a bocca asciutta, con corredo di polemiche, veleni, accuse e problematiche assortite. Antonelli rappresenta senza dubbio una consolazione, ma anche un grosso punto interrogativo. Perché da tempo è nota la storia che all’età di undici anni l’allora team manager Maurizio Arrivabene non lo prese in considerazione per l’Academy, in quanto ritenuta carente di strutture per seguire e formare un pilota così giovane. Non si può nemmeno parlare di errore di valutazione, perché a quell’età puntare su un ragazzino equivale a una forte scommessa (che Toto Wolff è stato bravo a vincere, ma non vanno dimenticate le critiche piovutegli addosso – dal paddock, dalla stampa tedesca, dagli addetti ai lavori – fino agli inizi dello scorso anno).

Tuttavia, considerando che alla medesima età Lance Stroll fu invece accolto nell’Academy Ferrari, qualche domanda è lecito porsela. Non solo sul motivo di determinate scelte, ma anche su quale percorso avrebbe avuto il bolognese e, buon ultimo, che monoposto si sarebbe trovato tra le mani se la sua carriera si fosse tinta di rosso anziché di grigio. Perché se produttività e validità della Ferrari Academy non possono essere messe in discussione (si veda Oliver Bearman, i piloti del Wec, prossimamente Rafael Camara, più una delle migliori pilote al mondo quale Lilou Wadoux nel GT), le politiche in seno alla scuderia indubbiamente sì. Nessuno potrà mai sapere cosa sarebbe successo ad Antonelli in Ferrari. Non rimane che prendere le cose per come sono, parcheggiando la delusione, che ci sarebbe stata in ogni caso per la mancata vittoria del titolo piloti, per festeggiare un pilota italiano tornato dopo 73 anni a vincere un Mondiale di Formula 1. Su quale macchina lo abbia fatto, conta veramente zero.

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