Scuole e università, le ragioni di chi sta occupando. Dal carovita ai tagli all’istruzione: “La guerra non la paghiamo”
Non soltanto lavoratori e sindacati. Nelle piazze di venerdì 30 ottobre, per lo sciopero generale proclamato dall’Unione sindacale di base, ci sarà anche una parte del movimento studentesco che da settimane occupa scuole e università in tutta Italia. Diritto allo studio, caro affitti, edifici fatiscenti e riarmo: sono queste alcune delle ragioni che hanno portato gli studenti a mobilitarsi e che domani proveranno a portare in piazza insieme ai lavoratori.
A Milano, alla Bicocca, gli studenti di Cambiare Rotta hanno occupato l’università con uno slogan che lega le rivendicazioni studentesche alla mobilitazione generale: “La guerra non la paghiamo”. “Ormai da settimane, gli studenti, i giovani e i lavoratori di tutta Europa stanno alzando la testa contro il crescente carovita e lo smantellamento dei servizi pubblici a favore della guerra e del riarmo”, scrivono. Nel mirino c’è un governo accusato di non intervenire sul costo della vita, sugli affitti e sulle bollette, mentre destina risorse al riarmo. “Il carrello della spesa delle nostre famiglie costa il 50% in più rispetto a cinque anni fa”, denunciano. La protesta parte anche da condizioni quotidiane sempre più difficili: “È il futuro di chi non trova lavoro, di chi è costretto a pagare 600 euro per una stanza, di chi paga per studiare ma vede la propria università crollare sotto i colpi del definanziamento, di chi non può nemmeno permettersi di accedere all’istruzione”. Sempre a Milano, alla Statale, l’occupazione è stata accompagnata da un elenco di problemi che racconta le difficoltà di chi frequenta l’ateneo. “1559 studenti idonei non beneficiari a un posto letto in residenze pubbliche abbandonati alla speculazione del mercato degli affitti o agli studentati di lusso; corsi di studio con un numero di docenti irrisorio che fanno partire le lezioni in ritardo di un mese; edifici chiusi da anni che non si sa quando riapriranno; aule sovraffollate o che ci crollano in testa”. È “un percorso a ostacoli dove studiare diventa sempre più difficile e, soprattutto, costoso”. Domani saranno in piazza contro “guerra e carovita”, con un messaggio esplicito: “Sappiamo di avere un nemico comune nel Governo Meloni e nei guerrafondai europei che vogliono trascinarci in guerra e scaricare su studenti e lavoratori il prezzo di queste scelte: non glielo permetteremo, siamo pronti a bloccare tutto di nuovo”.
A Roma, alla Sapienza, Cambiare Rotta ha occupato la facoltà di Lettere e Filosofia. “La nostra generazione è in rivolta, è stanca di subire, ha alzato la testa e vuole strappare un futuro a chi non ci garantisce neanche un presente dignitoso”, scrivono gli studenti, che chiedono più risorse per l’università, borse di studio e residenze pubbliche. Anche qui il definanziamento viene messo in relazione alle spese militari: “Ogni euro che nel bilancio si sposta sulla guerra però è un euro tolto al nostro futuro”. La richiesta non riguarda soltanto più fondi, ma anche un diverso modello di istruzione, sottratto alla logica del profitto e del riarmo. Le occupazioni riguardano anche altri grandi centri universitari. A Torino è occupato il campus Einaudi: tra le richieste c’è che i posti letto realizzati con i fondi del Pnrr escano dalla gestione privata per entrare nel sistema pubblico. “Più soldi all’università, non alla guerra” è uno degli slogan della protesta. A Napoli, invece, gli studenti dell’Orientale occupano da oltre una settimana Palazzo Giusso; mobilitazione anche a Porta di Massa, sede della Federico II. Le rivendicazioni riguardano “il carovita, lo smantellamento dell’università pubblica e l’emergenza abitativa studentesca”. La mobilitazione attraversa anche le scuole superiori. A Roma sono occupati, tra gli altri, il Mamiani, il Tasso, il liceo artistico di via Ripetta, l’Argan, il Piaget, il Plinio Seniore e il Morgagni. Al Plinio, il collettivo 20 novembre contesta una scuola sempre più simile a un’azienda, con “ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori”, e denuncia il rischio di una “scuola caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio”. Gli studenti rivendicano il diritto a organizzarsi e annunciano che la protesta non si fermerà con la fine delle lezioni: “Occupare, manifestare, scioperare, sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù”. Al liceo Francesco d’Assisi la protesta passa invece dalle condizioni materiali dell’edificio: “I bagni in cui non funzionano gli scarichi o non si chiudono le porte sono la maggior parte. I corridoi sono sporchi, la palestra ha un’infiltrazione d’acqua e le macerie rimaste da ormai un anno, che occupano il nostro cortile, non sono mai state smaltite”. Gli studenti contestano anche le politiche scolastiche del Governo.
A Firenze sono occupati diversi istituti, tra cui il Gramsci, l’Alberti-Dante, il Castelnuovo, il Da Vinci, il Galileo-Michelangiolo e il Machiavelli-Capponi. Le denunce riguardano aule che si allagano quando piove, infestazioni di insetti e ratti, muffa, carenze di personale e problemi di sicurezza. Ma le contestazioni investono anche le politiche del governo, dal tetto agli studenti stranieri al disegno di legge sull’educazione sessuo-affettiva, fino ai percorsi scuola-lavoro. “Abbiamo deciso di bloccare le nostre scuole in segno di protesta di fronte a un governo che prioritizza la guerra a discapito dell’istruzione”, scrivono gli studenti. Le occupazioni e le proteste coinvolgono anche altre città. A Torino sono mobilitati il Boselli, il Volta, il Beccari, il Giolitti e il Gobetti; a Bologna sono occupati il Minghetti e il Laura Bassi, mentre al Copernico, al Sabin e al Galvani gli studenti hanno bloccato gli ingressi. A Genova le mobilitazioni interessano diversi istituti, dal Gastaldi-Abba al Nautico San Giorgio, mentre a Palermo le scuole occupate sono più di dieci, tra cui il Galilei, il Pio La Torre, l’Umberto I, il Meli e l’Einstein. Anche a Milano, accanto ad alcune occupazioni, si sono moltiplicate assemblee, presidi e altre iniziative di protesta, che hanno coinvolto istituti come il Tenca, il Virgilio, l’Einstein, il Carducci, l’Agnesi, il Bottoni e il Boccioni. Per gli studenti delle superiori e delle università, lo sciopero generale è l’occasione per mettere in comune le rivendicazioni di chi studia e di chi lavora. “Vogliamo essere parte di una mobilitazione capace di unire le lotte di studenti e lavoratori, di chi nelle scuole e nelle università si organizza contro il definanziamento e di chi nei luoghi di lavoro si oppone allo sfruttamento e alla perdita dei propri diritti”, scrivono.