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La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso
La politica resta cieca davanti alla policrisi del secolo: la soluzione è fare fronte comune
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a cura di Marzio Chirico

Aprire in questi giorni un sito di notizie o piuttosto sfogliare un quotidiano restituisce un mosaico quasi schizofrenico dell’attualità, seppur chiaro nella sua eccezionalità.

Da un lato gli scaffali iniziano a svuotarsi a macchia di leopardo, in modo pericoloso, dal Mezzogiorno in su. L’Università Federico II di Napoli sposta le lezioni online mentre alcuni supermercati in Puglia e in Calabria non ricevono le nuove scorte di merci e alimentari, per via della paralisi dello sciopero degli autotrasportatori; dall’altro le tensioni e i disordini urbani, Milano capofila, gestiti dal Viminale con una ricetta che ormai è palesemente securitaria e repressiva.

L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha quasi il record per decreti sicurezza varati in una singola legislatura (mancherebbero ancora dei mesi). Nel mezzo, e a origine delle tematiche il dibattito sulle proteste giovanili, sulle vetrine rotte, su cosa intendiamo per violenza e le dichiarazioni dei Ministri o dei politici di turno, in solidarietà coi giovani o in aperto conflitto. Come movimento ambientale, è superfluo sottolineare che i giovani non scendono più in piazza, sia in numero che in modalità, come nel biennio ‘19-’20.

Ecco, ci raccontano, dai media mainstream, che questi momenti di crisi sono ricorrenti, episodici, sono transizione da un periodo difficile a un altro. Possiamo affermare serenamente che è una falsità. La rabbia sociale che attraversa le periferie e i lavoratori, fino a esprimersi in modi nuovi e più consistenti, ha come scenografia il modello economico basato sui fossili, sullo sfruttamento estremo dei territori e dei corpi e sulla mercificazione di ogni risorsa.

Se qualche giovane non avesse rubato qualche borsa Louis Vuitton, forse non si sarebbe parlato delle proteste al Sud. Invece, considerato il nuovo modo di protestare, contraddistinto dall’organizzazione sui social, la stretta securitaria per i giovani ha costretto l’esecutivo e reprimere anche gli autotrasportatori, alludendo a “infiltrazioni mafiose”, che non solo delegittimano una protesta giusta e importante, quanto piuttosto si rifanno a dei pregiudizi storici radicati su come il Nord vede il Sud.

E dunque, la paralisi della logistica, l’inflazione che galoppa, il collasso dell’agricoltura, messa già in difficoltà da caldo ed eventi metereologici estremi, assieme alla rabbia sociale che si insinua ed espande nei vari strati della popolazione, sono causa e conseguenza di una unica grande policrisi, quella del XXI secolo.

Le proteste degli autotrasportatori e degli agricoltori del Sud non arrivano dal nulla. Si trovano stritolati tra il costo insostenibile del carburante e la devastazione climatica che sta desertificando le campagne e impoverendo i raccolti. A doppio filo, le guerre e la conseguente speculazione energetica fossile, col tema dello stretto di Hormuz quale punta dell’iceberg, ma che nasconde di fatto la questione centrale: un mondo che funziona a combustibili fossili è un mondo in cui diventa insostenibile anche la produzione e la distribuzione di cibo e merci.

Quando il clima estremo distrugge i raccolti e il caro-carburante blocca i camion in protesta, la merce non arriva. La logistica globale è fragile perché fondata sull’estrazione e sullo spreco. La risposta, da Piantedosi in giù, è una sola: manganelli. La ricetta prevede poi restringimenti dei manifestanti in piccole vie con lacrimogeni, idranti sparati ad altezza visto, camionette a zig zag in piazza Duomo, lanciate sulla folla; ricette che non si vedevano dal G8 di Genova. Mentre il mondo va a fuoco, la pretesa di mantenere l’ordine si fa con nuovi e aggiornatissimi decreti sicurezza.

Ora, di tutto si parla tranne che di crisi climatica. Forse c’è il tentativo, ai piani alti, di archiviare la questione come una moda giovanile ormai passata. In realtà, i movimenti climatici non sono scomparsi, a partire dal nostro. Tutt’altro. Sono vivi e vegeti e si stanno radicando sui territori, collaborando con i comitati, portando avanti lotte e istanze territoriali. Hormuz è l’esempio precipuo di come si discuta del problema senza mettere in discussione il sistema stesso che quel problema ha generato.

Ieri come oggi, la lotta climatica non è solo una questione di sensibilità ecologica individuale, ad esempio sulla differenziata o sul “salvare gli orsi polari”. La questione climatica riguarda il benessere su un pianeta salubre con pari diritti: diritto alla casa, alla salute pubblica, per un salario equo e giusto, per la difesa dei servizi essenziali, contro l’1% più ricco del mondo che tanto più inquina quanto più monetizza l’aria che respiriamo.

Le mobilitazioni di queste settimane sono destinate a moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni se non arriverà una messa in discussione sistemica al tema del profitto dell’1% più ricco contro il 99% della popolazione che vede sempre più eroso il diritto a una vita dignitosa.

Non c’è e non ci può essere la ricetta della soluzione totale. Questa richiede un deciso ritorno alla programmazione pubblica nei settori strategici. Lo Stato non solo deve tornare a produrre e installare direttamente impianti ed energia pulita, ma proprio costituire una filiera delle componenti degli impianti rinnovabili, laddove l’agricoltura va ridefinita valorizzando i contadini come custodi del territorio e operatori della collettività. Un cambiamento radicale che si fonda sulla reintroduzione dei servizi universali di base, pilastro irrinunciabile di una vera giustizia sociale ed ecologica.

Trattare il carovita, la guerra, la crisi energetica e la cementificazione come compartimenti stagni significa avere una visione miope sul futuro che, invece, possiamo costruire dal basso, prospero per tutte e tutti. Per questo, dai giovani agli agricoltori, è necessario costruire un fronte comune che possa riprendere il controllo pubblico dell’energia, dei servizi, dei diritti, contro un futuro gestito a colpi di decreti sicurezza e manganelli.

Le periferie insorgono, i fiumi si prosciugano, le catene di approvvigionamento si spezzano. Il sistema fossile è fallito. Bismillah, c’est les ténèbres.

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