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Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante

Oltre agli scivoloni concettuali, è altrettanto sconfortante la sciatteria della forma
Nuove Indicazioni Nazionali, errori e contraddizioni nei programmi scolastici: uno spettacolo imbarazzante
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di Serena Poli

In queste settimane, nelle scuole italiane, migliaia di docenti sono alle prese con l’ennesima liturgia burocratica: riallineare i curricoli alle nuove Indicazioni Nazionali firmate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. Un lavoro enorme che dovrebbe segnare il glorioso ritorno alla severità, alla tradizione e al tanto sbandierato “merito”.

Peccato che, mettendosi a leggere con attenzione, gli insegnanti si siano trovati di fronte a uno spettacolo imbarazzante: un minestrone di improvvisazione ideologica, sciatteria ed errori concettuali.

La prima cosa che salta all’occhio è la totale schizofrenia con la quale si cerca la svolta identitaria e occidentalistica. Un esempio su tutti: nel tentativo di blindare la storia della primaria entro i confini della “nostra identità”, le nuove direttive relegano ai margini le civiltà dell’Asia e del Medio Oriente. La narrazione deve rimanere prevalentemente ‘nostrana’.

Ma chi ha redatto il testo non deve essersi coordinato con chi curava la parte scientifica. Così, mentre nell’ora di storia il Medio Oriente viene praticamente tagliato fuori perché poco funzionale al catechismo patriottico, nei programmi di matematica della stessa primaria spunta l’insegnamento della “storia della matematica”. Una contraddizione surreale: come si pensa di spiegare ai bambini da dove arrivano i numeri che usiamo tutti i giorni, l’algebra o lo zero, senza approfondire proprio quelle civiltà ridotte a parentesi nell’insegnamento della storia?

Ma è quando si entra nel merito delle singole discipline che arriva lo sconforto. In matematica assistiamo all’aspetto ‘ricorsivo’ del numero, accostato come se nulla fosse a cardinalità e ordinalità. Tradotto per i non addetti ai lavori: un errore grossolano che mette sullo stesso piano la ‘sostanza’ di un oggetto con il meccanismo che serve a generarlo. Sarebbe come assimilare il significato della posizione delle lancette di un orologio al ticchettio dell’ingranaggio. Alla faccia del ritorno al ‘rigore scientifico’.

Non va meglio con il latino, materia simbolo della tradizione classica: definito “curricolare” (ossia obbligatorio per gli ultimi due anni della secondaria di primo grado) ma, al contempo, descritto come “opzionale”. Siamo di fronte al Latino di Schrödinger, un paradosso quantistico in cui una disciplina può essere contemporaneamente obbligatoria e facoltativa.

Oltre a questo miracolo della fisica, tale disciplina viene eretta a panacea pedagogica: dalla pretesa di “avvicinare alla comprensione dei valori di una civiltà universale” fino all’improbabile missione di “attuare un dialogo costante con le discipline Stem e porre al centro l’attenzione ai valori della Costituzione”; insomma, dal codice binario a Cicerone, passando per la Carta Costituzionale, siamo alla mera enunciazione di principi in un continuo ripetersi di formule stanche e astratte, messe in fila per fare volume (“virtuosa dinamica”, “percezione del rapporto di continuità e alterità”, “sintesi tra visione critica del presente e memoria storica”): un lessico ripetitivo che gira a vuoto reiterando gli stessi concetti, come se l’abbondanza di inchiostro potesse colmare il deserto delle idee.

Ma oltre agli scivoloni concettuali, è altrettanto sconfortante la sciatteria della forma. Il Ministero che ha fatto del “Merito” la propria bandiera e che pretende rigore ortografico dagli studenti, scarica sulle scuole documenti con gerundi sospesi a mezz’aria, ripetizioni e concordanze fantasiose, punteggiatura assente o usata male, in un florilegio di ‘supercazzole’ da far impallidire il Conte Mascetti.

Insomma, una classe dirigente che esige sottomissione, ordine e disciplina ma concede a se stessa il privilegio della più becera approssimazione. Alle scuole non si chiede di formare cittadini dotati di pensiero critico e capaci di analizzare le fonti, ma ascoltatori passivi di una fiaba di Stato scritta, peraltro, senza dominare la sintassi della propria lingua madre.

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