“19 chat Telegram controllate da sei admin”: chi c’è dietro “Italia in piazza”, la galassia social che organizza le proteste
“Mai vista in Italia una tecnologia così sofisticata e coordinata per organizzare le proteste”, dice Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma Nazionale in Cybersecurity presso Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di un’analisi preliminare sul ruolo svolto dalle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste esplose il 17 ottobre. Uno studio in attesa di pubblicazione, ma ilfattoquotidiano.it può già anticiparne i dettagli. Spicca un dato: “Cinque admin e un fondatore che controllano tutto”, dice l’esperto, illustrando un messaggio in chat. Appare in automatico, ogni volta che un utente porge domande sulla struttura di comando.
Il report traccia la mappa della galassia online marchiata “Italia in piazza”, tra i detonatori delle iniziative di protesta: un sito web e circa 40 gruppi, tra pagine TikTok e 19 chat Telegram. Instagram, secondo Alvisi, è solo la copertina e la costola meno importante. “Telegram ha compiti di coordinamento, ma il motore è TikTok”, dice il ricercatore. “È il social network della generazione Alfa, ragazzini delle superiori nati dopo il 2010”, aggiunge. Dunque minorenni intorno ai 16 anni. Mentre un piccolo nucleo di sei admin controlla la rete di 19 gruppi Telegram, sorti il 7 ottobre. Il motivo? La chat WhatsApp, battezzata Italia in piazza 17 ottobre all’inizio dello stesso mese, era frenata dal tetto per gli iscritti: massimo mille. Dunque, stando al report, l’8 ottobre chiude i battenti e trasloca su Telegram, senza vincoli al numero dei partecipanti. La chat nazionale copia il nome da WhatsApp: Italia in piazza, togliendo la data. Le 18 edizioni locali si distinguono adottando nomi di città e regioni.
“Sul gruppo nazionale, al 19 ottobre, si contavano 4.073 utenti”, dice Alvisi. In totale “saliamo a 9.010, ma la stragrande maggioranza degli utenti locali partecipa anche alla pagina nazionale”, prosegue il dottorando. Le 19 chat Telegram condividono lo stesso stemma: un megafono nero. E rimandano l’una all’altra: quando un utente chiede lumi sui vari gruppi, risponde un bot offrendo l’intera lista dei link. Quando si invocano informazioni sui capi, il bot firma un messaggio automatizzato con i nomi dei profili al comando delle chat: Fondatore: Andrea, web developer. Vice-fondatore: Ludo, staff. Amministratore: Ily, staff. Marco, staff. Segue il nickname M. Infine sam, moderatrice. Sei nomi inventati, nessun indizio sulle persone reali. Non sappiamo se il profilo Andrea sia il creatore delle 19 chat Telegram. “Ora il profilo è chiuso, ma nei messaggi appare come il fondatore”, dice Alvisi. Il nickname Andrea nasce contestualmente alla chat nazionale. Suo è il primo post, il 7 ottobre. Lui è il creatore dei topic, gli argomenti discussi dagli utenti. Il mare è l’immagine del suo emblema, “iltuoprefe2” come tag per essere trovato dagli altri utenti.
Alvisi delinea la struttura al comando della galassia Telegram: “Sei admin detengono il nucleo del potere, Andrea è tra gli amministratori di tutte le chat tranne due, dove non c’è lui è presente Marco”. Gli admin tengono le redini: escludono gli utenti con un ban, decidono chi accogliere, restringono o ampliano i poteri di centinaia di moderatori, mettono in evidenza i messaggi in chat orientando il dibattito. Poche persone, una struttura decentrata, per depistare l’identificazione. Se cade una delle 19 gambe Telegram, il corpo resta in piedi. Una pianeta in grado di calamitare infinite orbite delle proteste: “Se voglio organizzare una contestazione in una scuola, conviene spedire un link in quella rete, già ricca di migliaia di nodi”, dice Alvisi. L’esperto tira le somme della ricerca preliminare: “Mai prima d’ora, nel nostro Paese, le proteste avevano poggiato su un’infrastruttura tecnologica così complessa e coordinata”. Sito web con link a decine di gruppi, chat e comunità, bot automatici per gestire i collegamenti, sfuggendo a ogni radar, perché “nessuno aveva idea di cosa stava succedendo”. L’infrastruttura evoca le tecnologie della “Primavera araba” e le proteste di Hong Kong, ma le rivendicazioni ideologiche sono ben diverse. Sabato 24 ottobre si annunciano proteste nelle più importanti città d’Italia. Sarà il banco di prova, per capire se dalle chat si scende in piazza.