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Severità o supporto? Dividersi sui ragazzi non serve, la scuola va ripensata in modo diffuso

Il confronto tra Paolo Crepet ed Enrico Galiano, andato in scena su La7, rappresenta bene il dualismo sui metodi educativi. Ma oggi l’istruzione non è separabile dall’educazione
Severità o supporto? Dividersi sui ragazzi non serve, la scuola va ripensata in modo diffuso
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Quando un fatto di cronaca coinvolge dei giovani, il dibattito sull’educazione torna a polarizzarsi alla ricerca di un colpevole. La scuola non sa più farsi rispettare. Le famiglie hanno smesso di educare. I ragazzi non tollerano la frustrazione. Formule che riempiono i confronti televisivi, ma lasciano intatta la domanda decisiva: quali condizioni permettono oggi di educare davvero?

Il confronto tra Paolo Crepet ed Enrico Galiano, andato in scena qualche sera fa su La7, rappresenta bene questo dualismo. Da una parte, Crepet attribuisce alla scuola un eccesso di permissività: promuovere tutti, rinunciare alla selezione e alla sanzione impedirebbe ai ragazzi di misurarsi con le proprie responsabilità. Dall’altra, Galiano difende il lavoro degli insegnanti, denuncia la carenza di risorse e il peso di famiglie che spesso ostacolano l’azione degli insegnanti. Anche sulla psicologia scolastica le posizioni divergono: svalutata dal primo, riconosciuta come risorsa dal secondo. Entrambe le letture intercettano problemi reali. Entrambe rischiano di fermarsi prima del punto essenziale.

Prendiamo la questione “severità-frustrazione” (Crepet). Imparare ad affrontare un limite, un insuccesso, la conseguenza di un comportamento è parte della crescita. Ma quale esperienza educativa costruisce questa capacità? Un voto usato come punizione può ottenere obbedienza senza produrre comprensione. La responsabilità matura quando si comprendono le conseguenze delle proprie azioni e si incontra un adulto capace di accompagnare questa elaborazione. Confondere autorevolezza e potere di sanzionare impoverisce il lavoro educativo. La scuola pubblica italiana è gravemente sottofinanziata, non c’è dubbio. Ma la fatica degli insegnanti, che merita riconoscimento, non rende superflua una riflessione sulla loro preparazione. Difendere la scuola pubblica significa anche interrogarne la cultura professionale e se gli insegnanti si “spaccano la schiena” (Galiano), occorre aiutarli a con modelli educativi più efficaci.

Qui emerge un nodo che riguarda soprattutto la scuola secondaria: l’idea, che per larghi settori domina ancora la cultura del corpo docente, che conoscere una disciplina sia sufficiente per insegnarla e non siano necessarie competenze pedagogiche e didattiche, capacità di leggere i contesti, di costruire una relazione. Continuare a ritenere che l’insegnamento sia un mero trasferimento di contenuti, significa ignorare oltre un secolo di ricerche e evidenze scientifiche e comportarsi in pedagogia come chi, in medicina, pretendesse oggi di curare con i salassi. È fondamentale dunque cambiare paradigma, superando un corporativismo non più sostenibile dal punto di vista scientifico e culturale.

L’istruzione non è separabile dall’educazione perché coinvolge la persona nella sua interezza. In classe entrano corpi, emozioni, linguaggi, storie familiari e condizioni socio-culturali e per questo occorre una competenza che orienti il lavoro quotidiano. Insegnare in senso pedagogicamente fondato significa interrogare i propri metodi, collegare le discipline, mettere i contenuti in rapporto con le domande del presente. Molti insegnanti già lo fanno. La questione è rendere questa professionalità patrimonio comune e condiviso.

C’è poi un secondo passaggio. La complessità che arriva nelle aule richiede la costruzione di équipe scolastiche interdisciplinari nelle quali docenti, educatori, psicologi, mediatori culturali, antropologi, tutor dell’apprendimento e assistenti sociali possano collaborare. Professionalità diverse devono condividere la responsabilità educativa e costruire una comunità di adulti significativi, capace di conquistare la fiducia degli studenti e l’efficacia educativa operando come un sistema integrato.

Anche la psicologia scolastica va pensata dentro questa prospettiva. Liquidarla è un errore. Ridurla a uno sportello separato dalla vita della scuola rischia però di limitarne l’efficacia. Se chiedere aiuto viene percepito come ricevere un’etichetta, l’accesso diventa una soglia insormontabile. Lo psicologo scolastico può lavorare anche sulle relazioni informali, nei gruppi, sui contesti, insieme agli altri professionisti. Il suo apporto acquista forza quando entra in un progetto educativo condiviso.

Per quanto riguarda le famiglie, rappresentarle come un fronte avversario rischia di dare sfogo alla frustrazione e rende impossibile costruire un’alleanza. Esistono genitori che delegano, negano i problemi, contestano qualsiasi richiamo. Esistono anche adulti disorientati, privi di strumenti, che hanno bisogno di essere accompagnati. Poiché genitori non si nasce, ma si può diventare e la competenza educativa si costruisce, sostenere la formazione dei genitori è al giorno d’oggi una responsabilità sociale non più derogabile che richiede luoghi e opportunità oltre la scuola.

Infine, bisogna guardare agli studenti come protagonisti della conoscenza. Un ragazzo può accettare la fatica dello studio quando ne riconosce il senso e incontra adulti credibili e, soprattutto, che siano al suo fianco e non contro di lui. Iniziare a comprendere il mondo, capirne le dimensioni latenti, costruire conoscenza e senso e critico, conquistare autonomia sono elementi che alimentano l’impegno e il piacere di apprendere. Una scuola che vuole educare deve saperli coltivare. Continuare a dividersi tra chi invoca punizioni e chi difende gli insegnanti, in una logica binaria e manichea, è certamente utile ad alimentare l’audience e le opposte tifoserie, ma lascia le questioni fondamentali sullo sfondo.

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