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La ‘moderazione’ non esiste: così la neo-lingua berlusconiana inganna ancora

Armi di confusione di massa per estorcere consenso, indurre comportamenti, occultare l’indicibile e consolidare un potere basato su impostura e manipolazione
La ‘moderazione’ non esiste: così la neo-lingua berlusconiana inganna ancora
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Forse bisognerebbe dotare Lilli Gruber e molti ospiti del suo salottino televisivo su La7 di un aggiornato dizionario del lessico politico italiano; magari curato da Luciano Canfora o Daniela Ranieri. Così da fare acquisire consapevolezza alla signora e ai suoi discussants che mentre discettano di società e partiti, di elettori ed eletti – insomma, della società italiana in pieno travaglio involutivo – stanno utilizzando a propria insaputa terminologie intossicate da operazioni distorcenti.

La loro trasformazione in armi di confusione di massa per estorcere consenso, indurre comportamenti, occultare l’indicibile e consolidare un potere basato su impostura e manipolazione. Ossia la neo-lingua creata – a suo tempo – dagli gnomi consulenziali per il committente Silvio Berlusconi, che marcò la propria ventennale egemonia sul sistema politico italiano trasformandolo in una selva di specchi deformanti. Inganno sistematico che continua anche dopo la dipartita del promotore, tanto che una folla di politicanti beneficiati dal Caro Estinto lo hanno eletto padre della Patria, intitolandogli persino uno scalo aeroportuale. A questo frodatore fiscale, utilizzatore finale di giovani fanciulle con tanto di cartellino del prezzo e – magari – limitrofo alla criminalità organizzata.

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla cortina fumogena della suddetta neo-lingua. Già in passato mi sono premurato di indicare le voci salienti dell’operazione, partendo dal suo lato destruens: giustizialismo (la denominazione del movimento argentino dei descamisados peronisti virata a strumento indebito per colpire inermi) o populismo (la critica dei processi di degenerazione delle élites virata a sinonimo di demagogia per metterla a tacere). Oggi cresce l’utilizzo della pars construens, sempre allo scopo di intorbidire le acque impedendo ogni sforzo di ripristinare democrazia rettamente intesa.

Infatti ormai la partita neo-linguistica si gioca sul versante cruciale delle aggregazioni funzionali allo scopo: il blocco sociale di sostegno a una politica di concreto cambiamento. E l’abracadabra velenoso per far fallire il tentativo è una parola dal suono dolcissimo, rassicurante come l’abbraccio di una madre: moderazione. Ossia il ruolo fondamentale di una componente sociale ipotizzata portatrice di equilibrio e buon senso, in perfetta equidistanza tra radicalismo progressista e immobilismo conservatore. Per cui, chi riuscisse ad allearla avrebbe vinto la corsa elettorale.

Il guaio è che questo campo moderato non esiste, così come la politica non conosce un so e un ni, una posizione terza tra sì e no. Mentre non ci sono più un campo conservatore e uno progressista, sostituiti da un mischione indistinto tra due destre, accomunate nel comune interesse spartitorio e nella difesa di comuni privilegi. Semmai una Destra retroversa e una Sinistra opportunista, entrambe con pulsioni gattopardesche e l’aspirazione a essere cooptate nel salotto buono del privilegio. Sicché “moderato” non è altro che un camuffamento di pretese tutele dei vantaggi posizionali con politiche legge e ordine. Alla faccia del buon senso e dell’equilibrio.

Per cui cercare il consenso di questi sedicenti moderati significa rivolgersi – per dirla brutalmente – ai cosiddetti quartieri alti e alla fauna che li abita: i pariolini a Roma, gli albarini a Genova, i sanbabilini a Milano, i cabinotti a Torino e così via. Ossia i beneficiati di una mutazione sociale avvenuta nell’ultimo quarto del secolo scorso, quando la vecchia borghesia delle buone maniere e dell’operosità venne cancellata da inflazione e crisi economica, per essere sostituita dai flussi arrembanti di nuovi ricchi collusi nell’affarismo; arricchiti con la speculazione sul debito pubblico e l’evasione fiscale. Parvenu. Un cambiamento nella piramide sociale sintetizzato da Charles Wright Mills nella battuta “i gruppi installati al gradino più alto sono orgogliosi, quelli non ancora arrivati sono vanitosi”.

E questi “vanitosi” ri-dipinti come “moderati” non li aggreghi con una proposta politica di cambiamento che ne destabilizzerebbe l’habitat. Semmai può conquistare chi in questi anni si è ritirato nel non-voto per delusione. Se lo si convince. Quindi diventa impellente liberarci da un’egemonia para-culturale che continua a riemergere dal sacello grazie all’utilizzo improvvido del suo lascito linguistico, da parte di chi non riesce a rendersi conto che – così facendo – assicura a Nosferatu-Berlusconi (e ai suoi epigoni morti che camminano) una sorta di sopravvivenza perenne della loro presenza vampiresca.

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