Dissento da Recalcati: non vedo cattivi maestri a sinistra, i giovani imparano la violenza al tg
Ho letto Recalcati su Repubblica e mi sono fermato a metà. Dice una cosa sacrosanta: non si confondono i ragazzi che scendono in piazza per il loro futuro con chi sfonda la vetrina di una Feltrinelli. Poi però va a cercare i cattivi maestri a sinistra, tra chi ha osato chiamare fascista un governo eletto. E lì mi perde.
Perché io i cattivi maestri li vedo ogni sera al telegiornale. Non hanno il passamontagna. Hanno la fascia tricolore, o lo Studio Ovale alle spalle.
Trump ha detto ai suoi “fight like hell” la mattina del 6 gennaio, e sappiamo come è finita a Capitol Hill. Prima ancora, sulle proteste per George Floyd: “quando iniziano i saccheggi, iniziano gli spari”. Nel 2024 ha promesso un “bagno di sangue” se avesse perso. Bolsonaro, in campagna elettorale, parlava di “fucilare” gli elettori del PT. Milei si è presentato con una motosega in mano, come programma di governo. Salvini ha fatto carriera sulla ruspa da passare sui campi rom, sulla “pacchia è finita”, sul citofono premuto a Bologna per chiedere a una famiglia se spacciava. Un ministro della Repubblica ha evocato la “sostituzione etnica”. Un generale che ha scritto che certe persone “non sono normali” è stato candidato e eletto. In Francia, da Jean-Marie a Marine Le Pen, le “sommersioni migratorie” sono da decenni il lessico ordinario.
Questo è il linguaggio di chi comanda. Non il linguaggio di un corteo studentesco: quello di chi firma i decreti. E poi ci chiediamo da dove venga la violenza dei ragazzi. Io non me lo chiedo. Quando per vent’anni chi sta in alto parla di nemici da schiacciare, di confini da difendere con i corpi, di avversari da “fucilare”, la violenza smette di essere un tabù e diventa una grammatica. I ragazzi la imparano come imparano tutto il resto: guardandoci.
Ma c’è una seconda cosa che Recalcati non dice, ed è quella che mi brucia di più. Questi ragazzi non sono solo esposti a parole violente. Sono inascoltati. Da anni.
Chiedono una scuola che non abbia i soffitti che crollano e i precari che cambiano ogni ottobre, e ricevono tagli e lezioni sul merito. Chiedono di fare qualcosa sul clima prima che il clima faccia qualcosa a loro, e ricevono un’alzata di spalle e un “non è il momento”. Chiedono un contratto che non scada prima dell’affitto, e ricevono stage, tirocini, partite Iva a 900 euro. Chiedono una casa, e trovano Airbnb. Chiedono un futuro, e gli viene spiegato che devono avere pazienza, che il Paese ha altre priorità, che intanto si deve cominciare a costruire il ponte.
Ogni volta che un diciottenne alza la mano e nessuno risponde, gli stiamo insegnando che alzare la mano non serve. Non ci vuole uno psicanalista per capire cosa succede dopo.
Lo dico chiaro, perché so come funziona il gioco: non sto giustificando chi devasta. Chi spacca una libreria non sta facendo politica, sta facendo danni, e li paga chi quella libreria la apre la mattina. Ma la domanda “chi gli ha insegnato questo?” non la rivolgerei a un professore di filosofia che in un’aula ha parlato di antifascismo. La rivolgerei a chi, dal palco di un comizio, ha trasformato l’insulto in metodo e la minaccia in consenso. E poi si stupisce, con il volto grave, che qualcuno abbia preso alla lettera quello che lui diceva per applausi.
Il fascismo degli antifascisti, dice Recalcati citando Pasolini. Può darsi. Ma Pasolini scriveva nel ‘74, e il potere di oggi non ha bisogno di nessun antifascista per essere violento: lo è da solo, con le proprie parole, in prima serata. E poi Recalcati e tutti gli altri non parlano della magnifica manifestazione a Roma di sabato, senza violenza e con contenuti chiari. Con anche tantissime e tantissimi giovani che reclamavano un senso per il loro futuro.
I ragazzi non sono la malattia. Sono il termometro. E prima di spaccare il termometro, forse conviene guardare la febbre.