Se il futuro dell’agricoltura italiana ha quattro zampe e si chiama Susy, forse il problema non è l’asino. È quanto costa far partire un trattore. Al casello dell’A14, dove da lunedì 12 ottobre agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori presidiano la strada contro il caro carburante, la protesta assume i contorni di un ritorno al passato. Claudio Delia, agricoltore di San Marco in Lamis e titolare di un’azienda a Lesina, accompagna il suo asinello e indica il paradosso di una terra che non riesce più a permettersi i mezzi per coltivarla. “La nostra agricoltura è al collasso. Forse lei sarà il nostro futuro”, dice guardando Susy. “Cinquant’anni fa l’asino era indispensabile nei campi. Oggi rischia di tornare a esserlo perché non riusciamo più a sostenere i costi della tecnologia. Il gasolio costa troppo, tutto è aumentato”.
Non è nostalgia contadina: è il conto economico di aziende che rischiano di fermarsi. Mentre si invoca l’agricoltura 4.0, chi produce cibo teme di non riuscire più a pagare il carburante necessario per raccoglierlo. Pochi chilometri più in là, a Candela, torna in scena Maja, il cavallo di Massimiliano Accetturo. Da agosto il giardiniere ha lasciato l’auto a casa per spostarsi a cavallo, trasformando una provocazione contro i prezzi della benzina in un gesto quotidiano di protesta. Ora Maja è diventato uno dei simboli della mobilitazione nei piccoli comuni, accanto agli autotrasportatori e agli agricoltori che presidiano il casello da quasi una settimana.
Qui, nella mattinata, la tensione è salita quando un autotrasportatore ha tentato di oltrepassare il blocco, rischiando di investire alcuni manifestanti. La protesta non cancella il conflitto con chi deve lavorare e non vuole aderire agli scioperi: a Lucera, intanto, a un’autocisterna sono state forate le ruote e non si sarebbe trovato un gommista disponibile a ripararle. La crisi, però, non resta ai margini dell’autostrada. Entra nei negozi, raggiunge i frigoriferi e arriva fino ai forni. Al Conad di Lucera gli scaffali sono semivuoti: pesce, carne e frutta non arrivano da giorni, mentre scarseggiano i prodotti freschi da banco frigo. Anche i distributori di carburante sono a secco in diverse località interessate dalle difficoltà di approvvigionamento.
E il pane rischia di diventare il prossimo problema. Antonio, fornaio da tre generazioni, mostra il limite oltre il quale non si può andare: “La farina basta fino a domani. Lunedì saremo costretti a bloccare la produzione di pane e derivati”. Quando si ferma il trasporto, la protesta smette di essere una vertenza di categoria e diventa una questione quotidiana per tutti. A Cerignola, venerdì erano circa cinquemila le persone scese in piazza contro il caro benzina, con il vescovo Fabio Ciollaro in mezzo ai manifestanti. Sabato a Poggio Imperiale arrivano sindaci e amministratori, insieme al presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti. “Siamo al fianco dei nostri produttori, dei nostri agricoltori, di tutto il comparto in sofferenza”, dice. “Roma deve fare la sua parte e anche la Regione”. Rocco Romagnolo, del Comitato olivicoltori di Carpino, rilancia: “Le aziende agricole sono al collasso. Stiamo pensando di recarci a Roma per farci sentire da chi governa davvero le nostre vite”.
La sensazione, tra i presidi, è che i piccoli comuni siano rimasti soli a gestire un’emergenza che a livello nazionale fatica a trovare spazio. Nicandro Vigilante, rappresentante degli autotrasportatori, mette sul tavolo due richieste in una surreale telefonata al ministro Matteo Salvini che va in scena in viva voce al centro della folla dei manifestanti. Partecipare direttamente agli incontri istituzionali, senza essere rappresentati da sigle sindacali, e riconoscere il carburante professionale come bene di primaria necessità è la richiesta senza ma e senza se. “Fare il pieno a uno dei nostri mezzi oggi costa 2.500 euro. Nella migliore delle ipotesi percorriamo circa 2.500 chilometri. Un veicolo industriale ne fa 15-20mila al mese: il carburante supera i due terzi del costo del trasporto. Non riusciamo più a sostenerlo”.
Dall’altra parte del telefono arriva la promessa di provare a organizzare un incontro: “Mi faccio dare un nome dai siciliani, un nome dai calabresi, due nomi dai pugliesi e facciamo una roba del genere – spiega Salvini – Io ho appuntamento in prefettura martedì mattina alle 10, per un tavolo tecnico istituzionale formale dopo convocherò un altro incontro con voi”. La formula è prudente, la risposta non chiude la partita. Per i manifestanti, però, il punto è esserci: non soltanto essere ascoltati, ma sedere al tavolo dove si decide. Intanto i motori restano fermi e la voce non si abbassa. Tra Candela e Poggio Imperiale, Maja e Susy raccontano meglio di molti discorsi la contraddizione di queste campagne: mentre la politica parla di innovazione e competitività, chi trasporta merci e coltiva la terra rischia di tornare a cavallo o a dorso d’asino. Non per scelta ecologica, ma perché il progresso, senza un prezzo sostenibile, diventa un lusso. E quando manca il gasolio, insieme ai camion possono fermarsi anche il pane, i supermercati e un pezzo di economia italiana.