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Ti ricordi… Mehmet Scholl, genio irriverente del Bayern: “Ho paura solo della guerra e di Oliver Kahn”

La petizione da 100mila firma e il padre ritrovato dopo 19 anni: la vita e la carriera di un talento capace di giocate e battute fuori dagli schemi, come quel pallonetto in finale di Champions...
Ti ricordi… Mehmet Scholl, genio irriverente del Bayern: “Ho paura solo della guerra e di Oliver Kahn”
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Irriverente, coi piedi e con la parola. Irriverente come un pallonetto tentato in una finale di Champions, che se non si fosse stampato sulla traversa avrebbe conteso a Zidane la palma di gol più bello. O come un’intervista politica rimasta memorabile per gli effetti tragicomici prodotti. Irriverente come Mehmet Scholl, nato Mehmet Yuksel esattamente 56 anni fa a Karlsruhe. Papà turco, mamma tedesca: le differenze negli anni 70 si fanno sentire, la coppia naufraga, e il padre di Mehmet torna in Turchia quando il bambino ha solo cinque anni.

La mamma conosce Herman Scholl e si rifà una vita, Mehmet gli si affeziona e ne prende il cognome. È proprio Herman ad accorgersi del talento del ragazzino vedendolo sui campetti della città: a tredici anni lo segnala al Karlsruher che lo tessera. A 15 anni si rompe un ginocchio, la prima persona che incontra in clinica è il medico che lo informa: “L’intervento è andato bene, ma non potrai più giocare a calcio”. Non andrà così: il Ksc lo aspetta e lo fa esordire tra i professionisti, all’87esimo in una gara contro il Colonia, il primo pallone toccato da Mehmet in Bundesliga vale il gol del 5 a 0. Intanto però Mehmet coltiva anche un’altra passione che mette sullo stesso piano del calcio: lo Sportkegeln (una variante tradizionale tedesca del bowling a 9 birilli) in cui diventa vice campione tedesco giovanile.

Nella stagione successiva diventa titolare: complici anche le strigliate di mister Schafer e di un altro prodotto delle giovanili, Oliver Khan, si fa ammirare per giocate e talento. Schafer lo riprende spesso per la sua indolenza in campo, ma non arriva dove riesce ad arrivare Khan, tant’è che Mehmet più in là dirà: “Ho paura solo di due cose nella mia vita: della guerra e di Oliver Khan”.

Nel 1992 Mehmet passa al Bayern Monaco. È il salto nel calcio grande, quello dove il talento da solo non basta più e servono le spalle larghe per sopravvivere a un ambiente spietato, una trincea di ego e copertine patinate comunemente nota come FC Hollywood. Tra spogliatoi pesanti e la pressione schiacciante della Baviera, Mehmet non perde mai il suo vizio peggiore e migliore: dire esattamente ciò che gli passa per la testa, con la stessa naturalezza con cui nasconde il pallone agli avversari. Quando la società distribuisce i soliti questionari di inizio stagione per l’annuario ufficiale e chiede ai calciatori di esprimere un pensiero politico, Scholl piazza una bomba ad orologeria: “Appendete i Verdi finché ci sono ancora alberi”. La sparata gli costa una denuncia per istigazione all’omicidio da parte di un deputato ecologista. La reazione del trequartista? Un capolavoro di spudoratezza: “Per chi voterò? Per i Verdi, ovviamente. Mica posso deluderli”.

In campo, intanto, la classe è cristallina. Vince otto campionati tedeschi – record condiviso proprio con l’incubo della sua giovinezza, Oliver Kahn – ma la maglia della Germania gli regala gioie dolcissime e beffe atroci. Nella finale di Euro 1996 a Wembley parte titolare, ricama calcio fino al 69′ e poi lascia il posto a Oliver Bierhoff: sarà proprio il centravanti a firmare la doppietta e il Golden Goal che incoronerà la Germania campione d’Europa. Due anni dopo, il destino gli presenta un conto nerissimo: durante un contrasto di gioco in campionato con Jens Jeremies, allora mediano del Monaco 1860, Scholl si procura la rottura del legamento crociato. Addio Mondiale di Francia ’98. Ma la beffa suprema, intrisa di quella tipica ironia tragica che ha segnato la sua carriera, arriva quando l’allora ct Berti Vogts decide di convocare per la spedizione iridata proprio il suo “carnefice”, Jeremies.

E poi c’è quella maledetta notte del 26 maggio 1999 al Camp Nou. Finale di Champions League contro il Manchester United, Bayern in vantaggio 1-0. Mehmet riceve palla al limite, vede Schmeichel fuori dai pali e inventa un pallonetto di un’eleganza celestiale: la sfera supera il portiere danese, vola morbida, ma invece di insaccarsi batte clamorosamente contro la traversa. Fosse entrata, sarebbe stato il 2-0 della sicurezza e un capolavoro da contendere per bellezza alla volee di Zidane. Invece la palla schizza via e nei tre minuti di recupero lo United ribalta il mondo. La ferita è enorme, ma Mehmet e il Bayern sapranno rimarginarla due anni dopo, a San Siro contro il Valencia, alzando finalmente al cielo la Coppa dalle grandi orecchie.

Rifiuta un’offerta dal Barcellona perché a Monaco sta troppo bene e perché considera folle scambiare la propria serenità per qualche milione in più. Segue i precetti del Buddismo, gioca a bowling, ascolta musica indie e vive il pallone per quello che è: un gioco bellissimo, ma pur sempre un gioco. Nel novembre del 1997, il destino gli presenta un conto lasciato in sospeso da vent’anni. Il Bayern vola a Istanbul per sfidare il Beşiktaş. Nella hall dell’hotel c’è un uomo che aspetta nell’ombra: è Ergin Yüksel, il padre biologico partito per la Turchia quando Mehmet aveva appena cinque anni. Dopo diciannove anni di silenzio, i due si ritrovano, si abbracciano e si spiegano. Ergin gli confessa di non essersi fatto vivo per non disturbare la sua crescita e la sua carriera. Mehmet non porta rancore: sorride, lo presenta orgoglioso alle telecamere tedesche e turche, e riannoda il filo spezzato dell’infanzia.

Un corpo troppo fragile continua però a tormentarlo. Alla viglia dei Mondiali casalinghi del 2006, oltre centomila tifosi firmano una petizione popolare dal titolo “Mehmet für Deutschland”. Chiedono a Jürgen Klinsmann di convocarlo, di regalare un ultimo ballo al poeta ferito. Klinsmann dirà di no, ma quel gesto vale più di una medaglia. L’ultimo atto va in scena il 15 agosto 2007 contro il Barcellona. Mehmet gioca con la solita grazia, regalando gli ultimi sprazzi di classe prima di avviarsi verso la panchina per la sua ultima sostituzione. Mentre il pubblico dell’Allianz Arena si alza in piedi per un applauso interminabile, a rilevare la sua maglia numero 7 entra Franck Ribéry.

È il passaggio di consegne definitivo. Scholl sfila i parastinchi, saluta il suo popolo e si congeda da un calcio che, da quel momento in poi, sarà indubbiamente più ordinato, più atletico e maledettamente più noioso. Perché di calciatori capaci di spiazzare un portiere con un tocco sotto ne trovi sempre; di uomini capaci di spiazzare il mondo con un sorriso e una battuta fuori dagli schemi molti meno.

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