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Hegseth annuncia un’esecuzione in diretta: la pena di morte non può diventare uno show

Sul piano etico c'è un nucleo di dignità anche per chi sta per morire e un nodo di cultura pubblica
Hegseth annuncia un’esecuzione in diretta: la pena di morte non può diventare uno show
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di Rossella Dotta

Origina dal latino caput, capo, che attiene alla testa, alla vita stessa della persona. Nel diritto romano, per l’origine giuridica, caput indicava la persona come soggetto di diritti, con libertà, cittadinanza e posizione familiare. Le pene “capitali” colpivano quel caput e la più grave era la perdita della vita. Col tempo il significato si è ristretto alla sola pena di morte, infatti la decapitazione era uno dei metodi più diffusi.

La data fissata per la fucilazione di Nidal Malik Hasan è il 3 dicembre. L’uomo, dopo un processo in cui si difese da solo, nel 2013 è stato condannato a morte da una corte marziale per l’uccisione di 12 militari e un dipendente civile dell’esercito. Più di 30 persone rimasero ferite all’interno di una base militare americana.

Pete Hegseth, attuale segretario alla Difesa degli Stati Uniti, che nei comunicati recenti compare anche con il titolo di “Secretary of War”, ha descritto l’esecuzione come “pubblica”, confermando il piano del livestream con un post su X, per finalità deterrenti.

La psicologia ci dice che la deterrenza funziona quando una persona valuta razionalmente costi e benefici. Molti autori di stragi sono suicidi o indifferenti alla propria sorte, ma in cerca di un posto nella memoria pubblica. In questi casi la minaccia di una morte spettacolare sarebbe incentivante.

E non solo. Esiste il rischio di un contagio, come nel caso delle stragi: la visibilità mediatica di un evento violento può ispirarne altri. Per questo molti ricercatori raccomandano di non dare risalto a nomi e immagini degli autori. A questo si aggiunge l’impatto di una esposizione alla violenza sui più giovani.

Hasan ha detto al collegio medico militare di voler diventare un martire ucciso a Fort Hood durante la sparatoria oppure con la pena di morte. Se questo è davvero il suo movente, una condanna a morte, e ancor più un’esecuzione visibile, rischia di dargli proprio ciò che dichiarava di cercare.

Sul piano etico, poi, c’è un nucleo di dignità anche per chi sta per morire e un nodo di cultura pubblica: trasformare una morte in uno spettacolo abitua alla violenza e riduce l’empatia.

Un’istituzione parla con l’autorità di tutti e se mostra l’omicidio che commette, dice ai cittadini che quella violenza è legittima e perfino esemplare. Un privato che compie lo stesso atto è un’eccezione che la società condanna, mentre lo Stato, che infligge la morte, lo trasforma in norma.

Le istituzioni dovrebbero essere il modello di come si risponde alla violenza. Sul tema tra Europa e Stati Uniti ci sono differenze storiche e istituzionali, indipendenti dalla sensibilità collettiva. Le nostre radici culturali europee affondano nel saggio ‘Dei delitti e delle pene’, scritto dall’illuminista Cesare Beccaria, contro la pena capitale. L’Italia l’abolì per i reati ordinari già nel 1889, anche se il fascismo la reintrodusse.

Dopo la guerra, l’esperienza dei regimi totalitari ha rafforzato l’idea che lo Stato non debba avere il potere di uccidere. La Costituzione italiana del 1948 la vieta, con l’eccezione delle leggi di guerra, eliminata nel 2007. Inoltre, c’è un vincolo giuridico: abolire la pena di morte è oggi condizione per far parte del Consiglio d’Europa e dell’Unione europea; la Convenzione europea dei diritti umani la vieta.

Negli Stati Uniti, invece, a causa del federalismo ogni Stato decide per sé; ci sono Stati abolizionisti e Stati che eseguono numerose condanne. C’è, comunque, una tradizione retributiva in cui persiste un’idea di giustizia come risposta proporzionata al crimine, con il riconoscimento di un ruolo importante alle vittime e ai familiari. Gli Usa condividono questa posizione con pochi altri Paesi democratici industrializzati, come il Giappone.

E noi, cittadini europei cosa ne pensiamo? Molti, forse, direbbero di essere contrari in linea di principio, ma di fronte a un delitto che li coinvolge e/o sconvolge, qualcuno a caldo cambierebbe idea.

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