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“In Italia ci sono ragazzi bravissimi che fanno la fame. Io non avevo più voglia di fare lo schiavo e oggi sono a Vienna”

"Quando guardo le offerte italiane per ruoli simili vedo stipendi che arriverebbero, se va bene, al 60% del mio attuale", spiega Alessandro Roncarati, che si occupa di consulenza e fiscalità in Austria. Ha iniziato a lavorare a Milano: il giorno in cui ha annunciato di avere vinto un master a Vienna, il suo capo non gli ha più rivolto la parola. Ed è partito
“In Italia ci sono ragazzi bravissimi che fanno la fame. Io non avevo più voglia di fare lo schiavo e oggi sono a Vienna”
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Quando Alessandro Roncarati guarda quanto costa oggi l’asilo nido di sua figlia Arianna, gli arriva una fattura da 247 euro. Poi pensa a un vecchio amico rimasto in Italia, anche lui commercialista, che per tre figli paga circa 3000 euro. In quel confronto c’è una parte della sua storia, ma non tutta. Perché Alessandro, 46 anni, nato a Zurigo da genitori italiani, cresciuto a Ferrara e laureato in economia e diritto a Bologna, a Vienna non ha trovato soltanto uno stipendio migliore. Ha trovato un equilibrio che oggi gli fa paura perdere.

A Milano era arrivato per fare la pratica da revisore contabile e dottore commercialista. Per i primi sei mesi lo ospitò gratis il suo migliore amico, proprietario di un albergo: viveva in una stanza di 8 metri quadri, col bagno sul pianerottolo. Poi arrivarono gli studi professionali, il lavoro nella fiscalità e un master prestigioso. Ed è proprio lì che Alessandro cominciò a capire quanto potesse essere fragile il rapporto tra chi lavora e chi decide. Durante il master c’erano compiti da consegnare e una volta, alla domanda se lui e i suoi colleghi li avessero fatti, rispose che li avrebbero svolti un altro giorno. La discussione degenerò e, dato che la borsa gli era stata finanziata, dovette fare una sorta di penitenza: “Ho dovuto fare come Burt Simpson, scrivere la letterina in cui dicevo mi scuso, non lo faccio più”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Poco dopo, in ufficio si era sparsa la voce che non fosse abbastanza bravo. Il conto di quella esperienza era anche economico. “Guadagnavo 1.300 euro in partita Iva”, poi arrivò a 1.800, ma con 500 euro da restituire perché lo studio gli aveva anticipato un finanziamento per permettergli di vivere durante il master.

A Milano, nel frattempo, Alessandro aveva capito che non voleva passare la vita a compilare dichiarazioni dei redditi. Troppo meccanico. Cercava un lavoro “dove dovessi usare il cervello, fatto di ricerca, scrittura e diritto tributario”. Così presentò la candidatura per un master a Vienna. Quando gli comunicarono che era stato preso, lo disse ai colleghi con il sorriso. Ma la reazione non fu altrettanto entusiasta: “Si sono arrabbiati come delle bestie perché me ne sarei andato”. Si sarebbe aspettato un “Poi torni? Continuerai a lavorare con noi? Parliamone”. Invece il capo con cui aveva avuto un ottimo rapporto smise di rivolgergli la parola.

Così nel settembre 2012 arriva in Austria. Un cliente dello studio italiano gli procura un lavoro part-time: 1.200 euro lordi per 20 ore settimanali, 4 giorni di lavoro. “Non mi sembrava vero”. Soprattutto, era un dipendente. I contributi venivano versati direttamente. In Italia, invece, aveva una cassa separata. Il paragone con il mercato italiano diventava quasi impietoso: in Austria, ricorda, “un neolaureato partiva allora da circa 2.300 euro mensili. Io, dopo 6 anni di lavoro in Italia, quella cifra non l’avevo mai vista”. Vienna, però, non è stata una passeggiata. Durante il master prendeva 1.200 euro, circa 200 di contributi e 500 di affitto. Ha imparato a cucinare per necessità, vivendo con il resto. Poi arrivò il dottorato in diritto tributario internazionale. All’inizio non era retribuito e Alessandro ha dovuto arrangiarsi con piccoli lavori, qualche prestito e l’aiuto dei genitori. Il secondo anno trova un impiego da duemila euro per 20 ore settimanali. “Per la prima volta sentivo di avere un po’ di dignità“.

Da lì la carriera ha preso altre strade, tra ricerca, consulenza e fiscalità internazionale, fino a una multinazionale tedesca che produce tecnologie per il settore dell’energia. Oggi guadagna ampiamente sopra la media italiana, ma non solo. “Dopo tre anni ho avuto un aumento del 20%. Quando guardo le offerte italiane per ruoli simili vedo stipendi che arriverebbero, se va bene, al 60% del mio attuale“, con orari e straordinari che gli ricordano il passato turbolento. “Non ho più voglia di fare lo schiavo“. Potrebbe puntare a ruoli ancora più prestigiosi, come Head of Tax, ma adesso non è quello che cerca. “Il tempo ha un valore almeno tanto importante quanto i soldi, se non di più”. Soprattutto da quando c’è Arianna. Ma Alessandro in Italia vorrebbe anche tornarci. Gli mancano “per prima la famiglia, poi gli amici, ma anche quella spontaneità fatta di due chiacchiere con il salumiere e della possibilità di prendere la vita con più leggerezza”.

A Vienna ha trovato cortesia e civiltà, ma anche una certa distanza. Racconta dei colleghi del dottorato incapaci di organizzare un’uscita per una birra senza consultare il calendario per settimane. “A un certo punto ho detto ok, questa spontaneità qua non c’è”. Eppure, quando pensa al lavoro, il ritorno gli appare lontanissimo. Non è più una questione di incentivi fiscali o di carriera. È la consapevolezza di aver costruito una vita nella quale il lavoro non occupa tutto il suo spazio. “Adesso ho una bimba e una moglie. Non ho più voglia di lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera”. La cosa che gli pesa di più, però, è sapere che in Italia ci sono persone molto preparate che non hanno avuto la sua stessa possibilità. “Abbiamo ragazzi bravissimi, molto più bravi di me, ma che fanno la fame“. Ed è forse questo il pensiero che più gli impedisce di considerare Vienna soltanto come il luogo in cui è andato a lavorare: per Alessandro è diventata la dimostrazione concreta che un’altra normalità è possibile.

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