Un liceale parigino parla di banlieue e conquista la Francia che protesta: da noi chi coinvolgerà i giovani?
Elwan è uno dei tanti ragazzi che in questi giorni protestano in Francia, i cosiddetti blocchi degli studenti. Non ha nemmeno 18 anni, ne ha 17, quindi non vota. E forse non farà nemmeno in tempo a votare alle decisive elezioni presidenziali della primavera 2027, quelle che sceglieranno chi sostituirà Macron.
Allora mi chiedo, guardando lui: quanti giovani avranno spazio nelle liste dei prossimi partiti? E quanti potranno decidere, se a votare sono chiamati solo i maggiorenni?
Elwan studia al liceo Jacques-Decour di Parigi, a pochi passi da Montmartre, un liceo “bene”. Durante un blocco scolastico viene avvicinato dal videomaker di estrema destra Vincent Lapierre, che gli fa alcune domande sulle ragioni della protesta. Con la kefiah al collo (particolare non di poco conto), Elwan parla di scuola pubblica, di disuguaglianze tra centro e periferia, di segregazione sociale e di risorse che mancano. Poi l’affondo: “Siamo noi la Francia, siamo noi il futuro … è d’accordo monsieur Lapierre?”. Il videomaker influencer resta spiazzato, perché sul piano della logica non c’è molto da obiettare. Il video supera i dieci milioni di visualizzazioni.
Il 6 ottobre, durante una manifestazione a Parigi, arriva l’abbraccio con Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra francese, che lo fa chiamare tra i manifestanti. Elwan lo definisce “colui che salverà la Francia”. Mélenchon pubblica la foto su Instagram parlando di un incontro tra “tribuni del popolo”. Il giorno dopo Elwan è già in televisione, a LCI, ospite di David Pujadas, dove si confronta con Louise Montangon, 22 anni, studentessa di Bordeaux vicina al Rassemblement National (in pratica una giovane Meloni). Lei lo attacca sulle violenze che hanno accompagnato alcuni blocchi e sostiene che i manifestanti siano solo “una minoranza rumorosa”. Elwan difende le ragioni della mobilitazione e sostiene che gli episodi di violenza non possano rappresentare l’intero movimento.
Elwan non è iscritto a nessun partito e rivendica l’indipendenza della protesta dalle forze politiche. Riconosce di essere in una posizione privilegiata rispetto a molti coetanei e chiede ai media di dare voce ai ragazzi delle banlieue, delle periferie. Ammette di essere un prodotto virale dei social, e dice che non rappresenta nessuno se non se stesso. Ma in tantissimi si stanno identificando in lui.
Elwan ha la faccia pulita degli studenti del centro di Parigi, non l’aspetto arrabbiato che si associa a un ragazzo di periferia. Eppure parla proprio di periferie, e lo fa con una lingua forbita e per punti, senza giri di parole. Elwan è la faccia dei giovani francesi, ma sono sicuro che è anche la faccia di molti giovani europei che scalpitano perché vorrebbero dire la loro e partecipare alle decisioni. Grazie ai social qualcuno trova spazio, ma spesso diventa solo uno sfogatoio, perché gli spazi importanti sui giornali e in tv e in politica non sono riservati a loro.
Fateci caso: anche in Italia le cose più fresche arrivano dai giovani, penso a Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici. Non voglio fare un parallelo che parallelo non è, perché Francia e Italia, pur vicine, in questo sono molto diverse.
No, non è il rewind del ‘68. È una sensibilità verso qualcosa che si era dato per scontato: buone scuole pubbliche, buona sanità, un buon impianto statale, il rispetto del diritto internazionale. Poco a poco, come la goccia che scava la roccia, tutto questo si erode: la scuola, la sanità, i fondamenti di uno Stato che funziona. Quando i pilastri dello Stato democratico come lo abbiamo conosciuto cedono, a prendere spazio sono il privato, il capitale, il profitto, e la forbice tra centro e periferia si allarga. Le diseguaglianze dilagano. Non è una mia teoria, la conoscono tutti ed è sotto gli occhi di tutti.
E allora: un manifesto, un programma con al centro i giovani, sono capaci di scriverlo i nostri partiti che vanno verso le elezioni? Spero intanto, liste bloccate o meno, che tanti giovani siano in lista, uomini e donne. Non è una questione di età ma di contenuti e di agenda, e l’agenda dei giovani deve diventare la nostra agenda di oggi, se vogliamo dare allo Stato un futuro migliore.
E voi, siete d’accordo? Perché se non lo siete, il nostro destino è segnato.