“In Italia non riesco a vivere a causa di mentalità e burocrazia. E sul lavoro c’è il ‘filtro dell’età’ per le donne over 35 e le madri”
Per capire perché Alessia Cocozza abbia lasciato l’Italia nel 2009 si può partire da una carta d’identità. Proprio quel documento che per anni ha conservato in un portafoglio apposito per contenerlo. “Fino a febbraio avevo la carta d’identità cartacea”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Una normalità che, dopo quasi vent’anni trascorsi tra Spagna e Portogallo, per lei è diventata quasi surreale. Alessia, 46 anni originaria di Varese, oggi vive a Santa Maria da Feira insieme al compagno spagnolo di Pamplona. Entrambi lavorano online da autonomi, con orari flessibili e senza l’obbligo delle 40 ore settimanali. Lei è project manager per un’importante azienda austriaca che vende prodotti biologici ed ecosostenibili, lui è sviluppatore.
Il motivo per cui Alessia se n’è andata, però, non è stato uno stipendio più alto. “È stata soprattutto una questione di mentalità”, spiega. Una mentalità che, a suo giudizio, ancora oggi in Italia fatica a riconoscere il lavoro quando non assume le forme conosciute. La domanda che più volte si è sentita rivolgere da conoscenti italiani sembra uscita da un’altra epoca: “Come fai a lavorare senza fatture e documenti cartacei?”. Alessia sorride, ma dietro queste battute vede qualcosa di più profondo. “È un po’ una questione generazionale”, dice riferendosi soprattutto a quella parte della generazione di genitori che “non crede, non vuole e non è capace di cambiare un po’ i termini del lavoro“. Se non si vede una persona uscire di casa ogni mattina, sedersi davanti a una scrivania e compilare documenti, allora diventa difficile riconoscere il suo lavoro come tale.
Il paradosso, per Alessia, è che questa diffidenza riguarda strumenti ormai quotidiani in gran parte della sua vita. Quando arrivò in Spagna, nel 2009, trovò già un sistema burocratico largamente digitalizzato. “Io ho sempre fatto tutto via telefono: dalla parte burocratica alla parte dell’erario, fino alle tasse e la sanità“. Anche le dichiarazioni fiscali potevano essere gestite in autonomia attraverso programmi che raccoglievano i dati e preparavano la documentazione necessaria. In Portogallo ha trovato qualche passaggio più legato alla carta, ma comunque un sistema che, secondo lei, rende più naturale la condizione del lavoratore autonomo. E la distanza non è soltanto amministrativa. Alessia ha lavorato per quasi tre anni su progetti legati alla blockchain e racconta di aver visto in Spagna applicazioni concrete della tecnologia, dalla tracciabilità ad altri processi destinati a rendere più trasparenti le filiere.
In Italia, invece, si è imbattuta in pochissimi casi. Uno dei principali esempi che ricorda è quello di Poste Italiane con Hyperledger, tanto da utilizzarlo come caso di studio durante il suo Master in Project Management applicato alla blockchain. “A parte questa implementazione, c’è il deserto”, sintetizza. Per lei il problema è anche educativo. “La tecnologia ormai ha messo il turbo con l’intelligenza artificiale”, mentre scuola e università pubbliche procedono più lentamente. In Spagna, racconta, l’offerta privata di formazione digitale è molto più ampia: corsi e master sono numerosi, anche se non tutti hanno lo stesso valore. In Italia, invece, percepisce una diffidenza che si manifesta anche verso lo studio online: “Se non vedo non credo”. Una formula che, nella sua esperienza, finisce per descrivere non soltanto la burocrazia, ma un atteggiamento più generale nei confronti del cambiamento.
Lo stesso discorso vale per i colloqui di lavoro. In Spagna, Alessia si candidò per una grande società informatica senza allegare la fotografia: prima venivano le competenze e l’esperienza, poi la persona. In Italia invece, si è imbattuta in domande legate all’aspetto, all’età e alla situazione familiare. “C’è una specie di filtro dell’età, soprattutto dopo i 35 anni e nei confronti delle madri”. Anche l’abbigliamento, secondo lei, continua ad avere un peso. “In Italia c’è ancora una pressione estetica“. Il ricordo del suo arrivo nella grande società informatica è quasi una fotografia rovesciata: “Mamma mia che fauna”, pensò vedendo colleghi vestiti in modi diversissimi, dai look più eccentrici alla tuta. Nessuno, però, sembrava preoccuparsi di dimostrare il proprio valore attraverso l’apparenza.
Ma la burocrazia è il capitolo che Alessia considera più difficile da dimenticare. L’iscrizione all’AIRE le ha richiesto circa 12 mesi. E quest’anno, per ottenere una nuova carta d’identità, ha dovuto prima chiedere un appuntamento al consolato di Porto, scoprire che lì non era possibile completare la procedura e poi spostarsi a Lisbona. “Mi sono dovuta prendere due giorni. E se io non lavoro, non si fattura“. Ad ogni modo, Alessia non è contraria alle tasse. Anzi. “Io sono pro tasse, purché il cittadino possa vedere il risultato di ciò che paga”. Guarda alla Spagna, e in particolare alla Navarra del compagno, dove a fronte di un sistema fiscale che può offrire vantaggi e incentivi esistono servizi pubblici che giudica efficienti. Guarda al Portogallo, dove la sanità pubblica viene spesso affiancata da quella privata. “Se io vedo che le mie tasse il governo le usa bene, io le pago volentieri”.
È anche per questo che il ritorno in Italia, oggi, non è nei suoi progetti. Non basterebbe replicare lo stipendio o la flessibilità conquistata all’estero. “Non potrei tornare”, dice. La Spagna, semmai, resta una possibilità concreta: dopo il Portogallo, Alessia immagina di poter tornare nel Paese che per anni ha considerato casa. L’Italia invece appartiene a un altro tipo di memoria, fatta di famiglia, amici e anche di contraddizioni. “Io con la mentalità italiana non ce la faccio”, ammette. Non è però un addio senza rimpianti. C’è qualcosa dell’Italia che continua a rivendicare con orgoglio: la rete di piccole imprese e il lavoro degli artigiani. “In Italia ci sono ancora tantissimi artigiani che è difficile vedere ormai altrove. Questo si che mi rende orgogliosa”. È l’altra faccia del Paese che ha lasciato: più lento e tradizionale, forse, ma capace di conservare mestieri che in altre parti del mondo stanno scomparendo. Alessia non ha rinnegato quelle radici. Ha semplicemente imparato, vivendo in tre Paesi, che il lavoro può avere forme diverse.