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Ti ricordi… Shep Messing, il migliore amico di Pelé che posò nudo per una rivista erotica femminile

Dai campi universitari alla Nazionale a stelle e strisce, passando per i New York Cosmos, Pelé, lo Studio 54 e una carriera vissuta sempre sopra le righe: la storia di un personaggio irripetibile del calcio americano
Ti ricordi… Shep Messing, il migliore amico di Pelé che posò nudo per una rivista erotica femminile
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Prendete un film americano degli anni ’80: un concentrato di colore, risate, derive drammatiche e un’inconfondibile dose di pop e follia. La vita di Shep Messing, ex portiere statunitense che compie oggi 77 anni, sembra scritta proprio per quella sceneggiatura. Nasce nel Bronx, terzo figlio di Elias e Anne Messing, ebrei originari della Lettonia, ma cresce a Long Island. La famiglia è benestante, papà avvocato e mamma insegnante, e dedita allo sport: Shep, diminutivo di Sheppard Norman, si dedica in particolare all’atletica al liceo. È un prodigio nel salto con l’asta e gioca a football come kicker, ma quando sceglie la Harvard University e gli chiedono di entrare in una confraternita lui rifiuta: è un tipo bohemien, e in quegli anni in America non c’è sport più bohemien del calcio.

In porta ci finisce quasi per caso, ma ci mette poco a far parlare di sé. Durante gli anni al college è anche il leader carismatico di uno spogliatoio anarchico. Quando durante un torneo universitario la squadra viene lasciata a stecchetto, Shep si intrufola di notte nelle cucine dell’hotel e riemerge nel corridoio con un vassoio ricolmo di bistecche “espropriate” per sfamare i compagni. Il risultato? Una sospensione temporanea, la prima di una lunga serie, e l’etichetta definitiva di ragazzo ribelle. Poi arriva il 1972, l’anno che cambia tutto e che gli lascia un’ombra dentro per il resto dei suoi giorni. Messing è il portiere titolare della Nazionale statunitense alle Olimpiadi di Monaco. È un ragazzo ebreo di New York, fiero e spensierato. La notte del 5 settembre, Shep esce di nascosto dal Villaggio Olimpico insieme ad alcuni compagni per fare il giro dei pub e bere birra. Soltanto poche ore dopo il rientro scoprirà quel che accadeva: che quegli uomini incappucciati che vedeva dalla finestra erano i fedayn di Settembre Nero e che a pochi metri dalla sua palazzina stava consumandosi il massacro degli atleti israeliani.

Un trauma indelebile che confesserà decenni dopo al New York Times: “Mentre i miei fratelli ebrei venivano presi in ostaggio e uccisi, io ero a festeggiare in una birreria bavarese. È un senso di colpa che mi ha inseguito per tutta la vita”. Il ritorno in patria è il tuffo in una New York edonista e luccicante. Nel 1973 firma per i New York Cosmos. Il contratto lo stipula in un bar, trattando come in un film di Scorsese: la società gli offre 2mila dollari a stagione, lui risponde pretendendone 2.100 «solo per prendere cento dollari in più degli altri e sentirmi speciale, altrimenti me ne torno a studiare giurisprudenza». Accontentato.

Ma il vero botto da copertina arriva nel 1974. Per arrotondare ingaggia la provocazione perfetta: accetta 5mila dollari (più del suo ingaggio annuale) per posare completamente nudo su Viva Magazine, la rivista erotica femminile fondata dal creatore di Penthouse. Nelle foto indossa soltanto i guanti da portiere, posizionati con millimetrica malizia. La proprietà dei Cosmos, spaventata dallo scandalo, lo licenzia in tronco. Il risultato? La rivista va esaurita in poche ore, Shep diventa un sex symbol nazionale e la sua popolarità schizza alle stelle, costringendo il calcio americano ad accorgersi che i portieri possono essere più rockstar dei chitarristi.

Quando i Cosmos ingaggiano Pelé nel 1975 e cercano un portiere inglese d’élite per rimpiazzarlo, Shep non si scompone. Incrocia O Rei nello spogliatoio, lo fissa negli occhi e gli dice senza mezzi termini: “Tu sarai anche il Re, ma questa è casa mia e la porta è mia”. Pelé, conquistato da quell’audacia tutta newyorchese, lo abbraccia e pretende che sia lui il titolare. Tra i due nasce un’amicizia fraterna: Messing diventa la guardia del corpo in campo del fuoriclasse brasiliano — arrivando a percorrere quaranta metri di campo per stendere con un pugno un difensore avversario che aveva osato entrare duro su Pelé — e il suo compagno di scorribande notturne allo Studio 54 insieme a Andy Warhol, Mick Jagger e Giorgio Chinaglia. “Giocavamo la domenica pomeriggio”, racconterà poi a L’Équipe, “e spesso arrivavo allo stadio direttamente dai club di Manhattan alle 6 del mattino, buttando giù tre caffè e un po’ d’acqua salata per rimettermi in sesto”. Con Chinaglia il rapporto è una polveriera: volano parole grosse, il “Long Island boy” e il “Long John” creano un mix esplosivo, si narra di mezza squadra impegnata a separarli

Con l’avvento della Major Indoor Soccer League negli anni ’80, Messing si reinventa re del calcio al coperto con i New York Arrows, firmando il primo contratto a sei cifre della lega ($100.000) e regalando perle da wrestling: in una partita contro St. Louis si toglie i guanti, si mette in guardia da boxer a centrocampo e sfida da solo tre avversari e la panchina ospite, scortato fuori dalla polizia tra la standing ovation del palazzetto. Eppure, sotto i riflettori, la vernice e i guantoni, batteva sempre il cuore di quel ragazzo di Harvard. Terminata la carriera da “pazzo volante”, Shep ha ripreso i libri in mano, si è laureato in Giurisprudenza conseguendo il Juris Doctor, è diventato un affermato avvocato, procuratore e apprezzatissimo volto televisivo della MLS. Oggi che spegne 77 candeline, Shep Messing resta il manifesto irraddrizzabile di un’epoca irripetibile: quella in cui il calcio negli Stati Uniti non era una scienza tattica o un business da fondi d’investimento, ma un’incredibile, bellissima e sfacciata avventura d’evasione.

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