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Amitav Acharya: “Stiamo assistendo alla fine della leadership occidentale. Ci aspettano crisi economiche e guerre regionali”

L'INTERVISTA - Il professore emerito all'American University di Washington, tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali, legge la fase di conflitti e crisi economiche che sta attraversando, a diversi livelli, tutto il pianeta sostenendo che, per salvarsi, Usa e Ue devono abbandonare la convinzione di essere ancora il centro del mondo
Amitav Acharya: “Stiamo assistendo alla fine della leadership occidentale. Ci aspettano crisi economiche e guerre regionali”
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Le fasi di transizione, di passaggio o redistribuzione di potere portano con sé stravolgimenti e terremoti. “Tutti gli ordini mondiali crescono e crollano, come gli imperi. Succede da 5.000 anni. E ognuno di essi presenta un mix di stabilità e violenza, mai perfettamente pacifico e mai totalmente violento”: così, in un’intervista a Ilfattoquotidiano.it in occasione del suo arrivo in Italia per partecipare al Festival dell’Economia Critica organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e presentare il suo nuovo libro Storia e futuro dell’ordine mondiale (Fazi Editore), Amitav Acharya, professore emerito all’American University di Washington e tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali, legge la fase di conflitti e crisi economiche che sta attraversando, a diversi livelli, tutto il pianeta. Per salvarsi, sostiene, Usa e Ue devono abbandonare la convinzione di essere ancora il centro del mondo e aprirsi a un rapporto paritario con le potenze emergenti e il Sud Globale. “Fare la guerra alla Cina sarà controproducente”.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, anche nel dibattito pubblico ha trovato sempre più spazio la discussione su un nuovo ordine mondiale. A che punto siamo di questo processo di cambiamento?

In realtà, non c’è niente di nuovo riguardo all’ordine mondiale. Ogni volta che scoppia un conflitto, una crisi, che si cambia un presidente americano, si parla di nuovo ordine mondiale. Va detto però che questa volta potremmo vedere conseguenze più importanti. Perché abbiamo una leadership statunitense senza precedenti nella storia. Ma cosa intendono gli Stati Uniti quando parlano di nuovo ordine? Di espandere la cooperazione e rendere il mondo più democratico. L’ultima volta che abbiamo avuto una profonda discussione sul nuovo ordine mondiale è stato con il presidente Bush quando l’Iraq invase il Kuwait, agli inizi degli anni Novanta. Allora si parlava di multilateralismo, cooperazione globale, di diffondere la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Gli Stati Uniti, all’epoca, combattevano a fianco di una nazione invasa. Adesso è esattamente l’opposto. Il presidente americano parla apertamente di illibelarismo e non si interessa della democrazia, la sta distruggendo sia in patria sia a livello internazionale. Si sta alleando con tutti gli autocrati, come la Russia sulla questione ucraina o i leader di destra in America Latina. Questo nuovo ordine mondiale sta mostrando il suo lato oscuro, per questo le persone sono preoccupate. Notiamo che le tre grandi potenze mondiali stanno adottando strategie diverse. Gli Stati Uniti stanno mostrando i limiti del loro potere, la Russia mostra difficoltà ad annientare un vicino più debole, un po’ come gli Usa con l’Iran. La Cina ha il suo fronte a Taiwan, ma non è intervenuta militarmente. Credo che nei prossimi anni vedremo un ulteriore indebolimento delle grandi potenze mondiali e, al momento, l’unica che potrebbe beneficiarne è la Cina. Ma anche lei, se dovesse prendere il potere a livello mondiale, rischierebbe di fallire malamente.

Qualche osservatore ha descritto questa situazione come un “nuovo disordine mondiale”. È d’accordo?

Io credo che si tratti di un punto di passaggio. Termini come nuovo ordine mondiale o nuovo disordine mondiale sono frutto di una semplificazione, è complicato spiegare le cose nella loro complessità. Per questo si inventano termini che possano attirare l’attenzione e che da sole dovrebbero spiegare la complessità della politica globale. La maggior parte delle persone che usano questi slogan non hanno mai fatto una ricerca storica di lungo periodo. Dalle mie ricerche vengono invece fuori due cose. La prima: tutti gli ordini mondiali crescono e crollano, come gli imperi. Se guardiamo ai greci o ai romani, non c’è niente di diverso in quello a cui assistiamo: abbiamo vissuto 80 anni di leadership americana e, prima o dopo, ne vedremo la fine. Adesso ne stiamo vedendo la fine. Secondo, tutti gli ordini mondiali presentano un mix di stabilità e violenza, mai perfettamente pacifici e mai totalmente violenti.

Crede che Europa e Stati Uniti siano pronti ad accettare di perdere così la loro egemonia?

Penso che alcuni Paesi occidentali siano pronti a farlo, mentre altri no. Da vent’anni ormai assistiamo a cambiamenti nella vecchia leadership occidentale. Inizialmente il negazionismo era prevalente, si pensava che il calo d’influenza fosse solo passeggero e che l’Occidente sarebbe tornato forte. E con l’invasione dell’Ucraina lo si è pensato in maniera ancora più intensa perché era sembrato che questo evento avesse ulteriormente unito l’Occidente. Io sono sempre stato scettico perché l’Occidente non è un’entità omogenea, c’è una grande differenza tra Stati Uniti ed Europa occidentale e i nuovi membri della Nato o dell’Ue si considerano parte dell’Occidente ma, in realtà, non lo sono. Tornando alla domanda, credo che l’Europa occidentale, in buona parte, stia iniziando ad accettare il fatto che il proprio dominio stia finendo. Leader come la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno detto che il vecchio ordine mondiale e l’Occidente come lo abbiamo conosciuto non esistono più. Il presidente finlandese, Alexander Stubb, ha dichiarato che l’era del dominio occidentale è finito. Negli Stati uniti, invece, il punto di vista è diverso, pensano che l’Occidente tornerà, che si tratta solo di un periodo negativo dovuto alla leadership di Trump. Comunque tutti in occidente sono spaventati per la fine di questo dominio, temono che generi caos. Il Sud Globale invece, ossia tre quarti della popolazione mondiale, pensa che sia una transizione positiva. Fine del dominio occidentale, va precisato, non significa fine della civiltà occidentale.

Cosa dobbiamo aspettarci in questo periodo di passaggio? Per il momento abbiamo visto guerre e prezzi alle stelle.

Per quanto riguarda una guerra aperta, la paura più grande sarà quella nucleare. Se l’Ucraina iniziasse ad attaccare con armi più potenti, con equipaggiamento occidentale, il rischio di un attacco nucleare russo sarebbe concreto. Potrebbe essere un attacco nucleare tattico, ma potrebbe degenerare. Gli Stati Uniti si trovano in una situazione simile in Iran, quindi anche loro potrebbero essere tentati di usare armi nucleari. Il presidente Trump ha appena detto che sarebbe disposto a sacrificare Los Angeles e San Diego per sconfiggere l’Iran. Queste rimangono comunque le possibilità meno probabili, penso che i Paesi faranno un passo indietro prima di innescare una guerra nucleare globale. Il secondo scenario, molto più probabile, è che si scatenino una serie di conflitti regionali. Quindi potremmo avere la guerra in Ucraina che continua a trascinarsi, quella tra Stati Uniti e Cina, Israele che continua a portare avanti le sue guerre. Poi ci sono altri tipi di conflitto, come il cambiamento climatico, l’immigrazione, le crisi economiche che saranno più ricorrenti. Una lunga interruzione della crescita economica e conflitti regionali diffusi sono lo scenario che considero più probabile. Ma esistono metodi per affrontare il problema, per questo servono regole e istituzioni.

Le stesse istituzioni che, però, alcuni Paesi stanno cercando di distruggere.

È vero. Sicuramente lo è per gli Stati Uniti che stanno cercando di distruggere queste istituzioni. A Trump non piacciono le istituzioni multilaterali, non ne fa segreto. Sta facendo del suo meglio per indebolirle, ha ritirato i finanziamenti e sta contestando la Corte Internazionale di Giustizia e anche la Corte Penale Internazionale per aver indagato sui crimini di guerra commessi a Gaza. Ma può distruggerle completamente? Se si guarda all’opinione pubblica mondiale, non c’è dubbio che molti Paesi ritengono che il multilateralismo sia molto debole, che l’Onu sia debole. Ma nessuno ha detto che dovremmo sbarazzarcene. Quindi pensano che queste istituzioni possano essere riformate e rivitalizzate. Voglio sottolineare che gli Stati Uniti non sono mai stati, dopo aver creato l’Onu, un grande sostenitore del multilateralismo perché gli impediva di imporre il proprio peso. Gli Stati Uniti hanno sempre cercato di aggirare le istituzioni multilaterali quando queste erano contrarie agli interessi americani, hanno sempre cercato di indebolirle perché sono viste come minacce alla sovranità americana.

Anche in America, ma non solo, si sta affermando una nuova generazione di leader progressisti, da Alexandria Ocasio-Cortez al sindaco di New York, Zohran Mamdani. Allo stesso tempo, però, in Europa stanno continuando a crescere anche i partiti di estrema destra. È ai nuovi volti progressisti che dovremmo guardare per uscire da questa situazione di conflitto mondiale?

Dovremmo seguirli molto attentamente. Ci sono leader progressisti e penso che vedremo un ciclo per cui l’attuale svolta verso i leader di destra, conservatori, nazionalisti, finirà e avremo una nuova generazione di leader progressisti e più liberali, ma soprattutto direi più internazionalisti. Allo stesso tempo, leader come Ocasio-Cortez potrebbero non arrivare al potere così facilmente. I forti leader di destra potrebbero dare del filo da torcere alla nuova generazione progressista. Alexandria Ocasio-Cortez è molto importante, ma pensa che diventerà presidente? Penso che sia piuttosto improbabile. Sono molto favorevole, ma sarei molto cauto nel dire che una nuova generazione di leader potrebbe cambiare il mondo intero. Quello che può fare è cambiare l’opinione pubblica. E ciò che è avvenuto finora è la crescita delle posizioni estreme come non si vedeva da molto tempo in Occidente.

Dall’altra parte c’è la vecchia leadership, con poche eccezioni, che non ha una visione internazionalista. Giorni fa il Parlamento europeo, ad esempio, ha votato un documento nel quale si chiede maggior fermezza con la Cina in campo economico, commerciale, tecnologico e, addirittura, si invoca la presenza costante di navi europee nell’Indo-Pacifico. Qual è la loro strategia?

Quello tra i Paesi europei e gli Stati Uniti non è soltanto un legame, è una dipendenza. E questa è la radice del problema: negli ultimi ottant’anni l’Europa occidentale è diventata sempre più dipendente dagli Stati Uniti. Inizialmente, si supponeva che fosse legato alla ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma poi è diventata una dipendenza strutturale e di lungo periodo. Lo è in termini di sicurezza attraverso la Nato, anche se con il crollo dell’Unione Sovietica avrebbero effettivamente potuto limitarla. Lo è in termini economici, perché ogni Paese dipende dall’accesso al mercato statunitense per la propria crescita economica. Per questo i dazi sono l’arma più potente nelle mani di Trump. Gli europei trovano molto difficile spezzare questa dipendenza e Trump può usarla per manipolarli. Possono ridurre la loro dipendenza, ma ci vorrà tempo. Per quanto riguarda i dazi, l’Unione europea può liberarsene aumentando il numero di accordi con Paesi come l’India o il Brasile. Passando poi ai leader europei che vedono la Cina come una minaccia e vogliono mobilitare le forze europee, diciamo economiche e militari: quei leader che dicono che possono inviare forze militari sono folli. Non riescono nemmeno a far sì che l’Ucraina sconfigga la Russia. Quindi prendere di mira la Cina è del tutto sconsiderato, folle. Sul piano economico è una questione diversa. Ha senso pensare a come rispondere alla sfida cinese. Ma se si ragiona razionalmente, sanzioni e politiche conflittuali saranno controproducenti. Il modo migliore per affrontare la sfida rappresentata dalla Cina è rafforzare la propria resilienza, sviluppare la propria capacità economica competitiva. Non c’è motivo per cui l’Europa non possa progredire nella tecnologia e raggiungere il livello della Cina o degli Stati Uniti. E non c’è motivo per cui l’Europa occidentale non possa effettivamente sviluppare nuove capacità nelle infrastrutture logistiche. Quindi, le persone che in Europa sostengono lo scontro non stanno pensando a lungo termine.

X: @GianniRosini

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