Truffe agli anziani, altro che innovazione: il sistema digitale per loro è un rischio concreto
di Valeria
Oggi a Caldarola tre famiglie sono state contattate da persone che si presentavano come carabinieri. A Udine un uomo di 79 anni è stato convinto da una presunta intermediaria a investire nei Bitcoin e ha consegnato 1.150 euro a un uomo incontrato per strada. Il denaro è stato recuperato grazie all’intervento dei carabinieri. Tre giorni fa, a Roma, un pensionato di 86 anni era stato invece raggirato da un falso addetto antifrode e indotto a effettuare operazioni per 20mila euro. Cambiano le storie, ma il meccanismo è quasi sempre lo stesso: paura, fretta, autorità.
Suo figlio ha avuto un incidente. Il suo conto è sotto attacco. Dobbiamo controllare i suoi gioielli. C’è un investimento che non può perdere. Pochi minuti per decidere, nessun tempo per ragionare.
È facile leggere queste notizie e domandarsi come sia possibile cascarci. Molto meno facile è mettersi nei panni di chi ha trascorso gran parte della propria vita in un mondo nel quale una banca era un luogo fisico, un carabiniere portava una divisa e per parlare con un familiare bisognava conoscere il suo numero di telefono.
Nel giro di pochi anni, abbiamo trasferito dentro uno smartphone conti correnti, identità digitale, prenotazioni sanitarie, pagamenti, bollette, comunicazioni con la pubblica amministrazione. Abbiamo chiamato tutto questo “semplificazione”. Per molti anziani, però, semplice non lo è affatto.
Il problema non è la loro incapacità di usare la tecnologia quanto l’enorme vantaggio di chi sa manipolare un ambiente digitale, nel quale distinguere ciò che è autentico da ciò che non lo è diventa ogni giorno più difficile. Un numero di telefono può sembrare credibile, così come una voce può essere imitata, anche un messaggio può riprodurre perfettamente quello di una banca. Una persona gentile al telefono può conoscere nome, indirizzo e dati sufficienti per apparire affidabile.
La prevenzione continua spesso a ridursi a una raccomandazione: non fidatevi. Naturalmente, serve prudenza e bisogna parlarne in famiglia. Servono campagne informative, come quella rilanciata dalla Polizia proprio nei giorni scorsi. D’altra parte, questa non può essere l’unica risposta.
Abbiamo costruito servizi nei quali una persona fragile può spostare migliaia di euro in pochi minuti. Proprio le banche, le piattaforme e le istituzioni dovrebbero chiedersi se alcuni sistemi di verifica possano essere rafforzati proprio per chi è maggiormente esposto. Un’operazione insolita, un nuovo beneficiario, un trasferimento improvviso di una cifra importante potrebbero richiedere controlli aggiuntivi, senza trasformare la protezione in paternalismo. Perché dietro una truffa agli anziani non c’è soltanto un danno economico, ma spesso c’è la vergogna. Quella di chi, dopo essere stato ingannato, non racconta immediatamente quanto è accaduto perché teme di sentirsi dire: “Come hai fatto a crederci?”. È probabilmente la domanda peggiore.
Come abbiamo potuto costruire un mondo digitale tanto veloce da pretendere che tutti imparassero a difendersi alla stessa velocità? Abbiamo chiesto agli anziani di imparare Spid, password, codici Otp, app bancarie e pagamenti online. Adesso, tocca al sistema imparare qualcosa. La modernizzazione che lascia indietro i più vulnerabili non è innovazione. È soltanto un rischio trasferito sulle loro spalle.