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La minoranza riformista del Pd lancia un’Opa all’identità storica della sinistra

La minoranza riformista del Pd pretende di fissare la linea non solo al partito ma all’intera coalizione, sia sull’invio di armi all’Ucraina sia sul sostegno al ddl antisemitismo
La minoranza riformista del Pd lancia un’Opa all’identità storica della sinistra
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di Pietro Francesco Maria De Sarlo

Pare sempre più difficile costruire un’alternativa al governo Meloni che non sia soltanto nominale. Il nodo è la minoranza riformista del Pd che, pur essendo minoranza interna, pretende di fissare la linea non solo al partito ma all’intera coalizione sia sull’invio di armi all’Ucraina sia sul sostegno al ddl antisemitismo.

Si tratta di una Opa ostile non al M5S e Avs ma alla stessa identità storica della sinistra. La pretesa di compiere definitivamente la mutazione genetica del Pd in atto da trent’anni.

La Russia, invadendo l’Ucraina, ha violato un principio fondamentale dell’ordinamento internazionale: l’uguaglianza sovrana degli Stati e il divieto dell’uso della forza. Ma proprio per questo il diritto internazionale non può essere fondato sulla forza. Esiste certamente un problema di enforcement: non abbiamo uno Stato mondiale né una polizia capace di imporre le decisioni alle grandi potenze. Ma una cosa è la difficoltà di far rispettare il diritto, altra cosa è stabilire che cosa sia diritto.

Se accettiamo che sia la forza a stabilirlo, il risultato è semplice: il diritto internazionale diventa il diritto del più forte. Chi dispone di eserciti sufficientemente potenti può invadere, bombardare, occupare e trasformare il fatto compiuto in una nuova legalità. La forza può creare un fatto; non può, per questo solo motivo, creare un diritto. È qui che nasce la contraddizione europea.

Con l’Ucraina, l’Unione non si è limitata alla condanna politica: ha imposto pesanti sanzioni e fornito un massiccio sostegno militare. È una scelta ricondotta al diritto dell’Ucraina alla legittima difesa, ma significa anche schierarsi materialmente nel conflitto. E si è schierata al tal punto da apparire parte del conflitto, quindi non può più essere parte della sua soluzione. Ha rinunciato alla sua principale risorsa: autorevolezza, terzietà e soft power.

Diventa allora essenziale applicare gli stessi principi anche agli alleati. Altrimenti l’Europa perde proprio ciò che dice di voler difendere: i propri valori.

Il caso di Gaza rende questa contraddizione evidente. La distruzione della Striscia è sotto gli occhi del mondo e Benjamin Netanyahu è tuttora destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Eppure il 24 settembre il suo aereo ha attraversato anche lo spazio aereo italiano diretto a New York. Lo Statuto di Roma non stabilisce espressamente l’obbligo di intercettare un aereo in semplice sorvolo, ma l’episodio resta il simbolo di una questione politica enorme: quanto valgono davvero le istituzioni internazionali che diciamo di difendere?

La risposta non può essere: valgono rigidamente contro gli avversari ma non quando riguardano gli alleati. È questo il punto che rende singolare anche lo scontro interno al Pd sul ddl antisemitismo. Contrastare l’antisemitismo è indispensabile. Ma farne oggi una “linea rossa” politica, mentre infuria la controversia sulla condotta del governo Netanyahu e sulla stessa applicazione del diritto internazionale, espone inevitabilmente quella scelta all’accusa di utilizzare due metri diversi, se non succubi di Israele.

Ucraina, Gaza, Iran: il principio dovrebbe essere uno solo. L’integrità territoriale e il divieto dell’uso della forza non possono dipendere dalla identità nazionale e religiosa o di schieramento di chi viola le regole. Altrimenti resta una sola legge davvero universale: quella del più forte. Ed è difficile riconoscere in questa prospettiva la tradizione di una sinistra che ha fatto dell’internazionalismo, della pace, del diritto e della tutela dei più deboli una parte essenziale della propria identità.

Se il Pd vuole costruire un’alternativa credibile, prima ancora di scegliere il candidato premier, dovrà chiarire questo punto. Perché un’alternativa che sulle questioni fondamentali riproduce le stesse logiche che dice di voler superare rischia di lasciare agli elettori una sola alternativa: restare a casa.

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