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“Per salvare la natura non basta proteggerla, bisogna riparare ciò che abbiamo danneggiato. Serve più scienza e meno ideologia”

L'intervista a Piero Genovesi, responsabile Ispra per la conservazione della fauna e il monitoraggio della biodiversità. "Oltre che sulla prevenzione, serve lavorare per ripristinare gli ecosistemi. Ha dei costi, ma ha ritorni enormi per la nostra vita e la nostra salute”
“Per salvare la natura non basta proteggerla, bisogna riparare ciò che abbiamo danneggiato. Serve più scienza e meno ideologia”
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“La natura non va immaginata come qualcosa da conservare come fosse un alimento sottovuoto. Possiamo invece pensarla come un aereo da riparare, attraverso scelte attive e coraggiose”. Piero Genovesi, responsabile per Ispra della Conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità e tra i massimi esperti mondiali di conservazione della natura, è autore di Piccolo manuale per riparare la natura (Laterza). Un saggio in cui sostiene che non basti proteggere il 30% delle aree terrestri. E che serva maggior rispetto delle scelte degli esperti e dei tecnici, spesso ignorati da discussioni polarizzate che lasciano fuori la scienza.

Perché bisogna cambiare il paradigma e passare ad un’idea di conservazione non passiva?
Sia chiaro, non voglio assolutamente sminuire le aree protette o le azioni di tutela su alcune specie, come la lince iberica o il giaguaro. Il messaggio che ho cercato di dare è che purtroppo questo non è sufficiente. Basti pensare ai cambiamenti climatici: se non c’è un lavoro di scala più grande non possiamo salvare le specie solo facendo un parco, perché non esiste un posto invulnerabile alla crisi climatica.

In Europa è stata da poco approvata la Restoration Law e l’Italia ha presentato il Piano Nazionale di Ripristino: qual è la sfida?
Non solo quella di tutelare le zone che ancora non sono degradate, ma di cercare di recuperare quelle che abbiamo danneggiato. Ma se non c’è il supporto degli enti territoriali, degli agricoltori, dei proprietari dei terreni non si va lontano, quindi bisogna moltiplicare gli sforzi per creare alleanza con tutti i settori.

Come si creano parchi veri e come si proteggono?
Non sempre la conservazione nelle aree protette funziona: bisogna gestirle bene e al tempo stesso istituirle nei posti giusti. Noi siamo uno dei primi paesi che ha sperimentato la green list dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), ovvero un sistema di autovalutazione delle aree protette che verifica se le regolamentazioni interne e la gestione del territorio sono realmente efficaci. Si tratta di un primo passo.

Un altro punto del libro è la lotta alle specie aliene.
Si stanno espandendo nel Mediterraneo, anche a causa del riscaldamento. Da questo punto di vista è meglio puntare sulla prevenzione e meno sul contrasto. Ad esempio, il granchio blu è arrivato con le acque di zavorra delle navi: ecco, se investissimo il dieci per cento delle risorse delle azioni di contrasto sulla prevenzione – come attraverso una gestione delle acque che riduca il rischio di trasportare accidentalmente specie aliene – avremmo risultati più utili. Abbiamo gli strumenti per prevenire ma bisogna accettare un approccio più pragmatico e scientifico, che regolamenti alcune attività in modo da mettere in sicurezza l’ambiente e la vita delle persone.

A proposito di regolamenti: sull’inquinamento lei sostiene che il Reach (normativa europea in materia di sostanze chimiche) sia tra i più avanzati, ma che non basta.
Ci troviamo di fronte a molti inquinanti che sono calati nel corso degli ultimi decenni, però al tempo stesso c’è una produzione rapidissima di sostanze nuove, quindi dobbiamo adattare i nostri strumenti per renderli veloci ed efficaci. Purtroppo non tutti vedono di buon occhio la regolamentazione dell’ambiente, e il lavoro di noi tecnici chiamati a valutare l’applicazione delle norme europee, però poi chi paga il costo in caso di inazione sono spesso gli anelli più deboli della società, oltre che la nostra salute.

Un capitolo importante è quello sulla reintroduzione della fauna selvatica. Lei parla di un equilibrio complesso, e cita il caso tragico di Andrea Papi, ucciso da un orso.
Convivere con la natura è una sfida complessa, richiede compromessi e ha dei costi sia per le comunità sia per le popolazioni animali. È necessario informare, ridurre i rischi, accettare che alcune attività vengano fatte in maniera diversa dal passato e anche accettare che a volte bisogna intervenire sugli animali con misure energiche come abbattimenti mirati o la messa in cattività degli individui più dannosi o pericolosi. L’orsa che ha ucciso Papi aveva già attaccato due persone, noi tecnici avevamo detto che era un’orsa pericolosa, purtroppo la rimozione è stata sospesa per alcuni ricorsi, come racconta il toccante documentario “Pericolosamente vicini”, diretto da Andreas Pichler.

La conservazione è una scienza esatta?
No, si possono fare errori e non sempre siamo in grado di prevedere cosa succederà, però abbiamo una lunga esperienza sui cui basare le nostre previsioni e indicazioni. Invece se succede un problema con un lupo si va a sentire l’associazione ambientalista o l’allevatore, spesso aggirando un esercito di tecnici ed esperti che studiano da decenni come ridurre i problemi. Noi non siamo come in America dove c’è Yellowstone iper protetto e poi un territorio dove tutti sono liberi di sparare: da noi tutto il territorio è permeato di natura, comunità umane e fauna selvatica ed è necessario trovare un compromesso tra le diverse esigenze.

In conclusione, cosa possiamo fare noi come singoli per la natura e la biodiversità?
Anzitutto rompere questa narrativa per cui l’ambiente sembra un lusso inutile e chiedere alle nostre istituzioni un’azione più energica e più sforzi per la conservazione. E poi dobbiamo essere coerenti e accettare le regolamentazioni esistenti anche nelle nostre vite – un divieto di fare una piscina così come quello di piantare piante invasive nei nostri giardini -, accettando il fatto che preservare un ambiente più integro può avere dei costi, ma ha dei ritorni enormi per la nostra vita e la nostra salute.

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