Sicilia, Schifani pensa alle dimissioni dopo la dura telefonata con Tajani. Ma intanto chiede un’altra poltrona garantita
Un silenzio assordante avvolge il governatore siciliano Renato Schifani, rinchiuso tra le mura d’orate di Palazzo d’Orleans, in attesa della riunione di giunta attesa per giovedì alle 11. L’ordine del giorno sarà: “Provvedimenti più urgenti”, ma il pensiero sottointeso è: il presidente si dimette, si o no? Le ultime 72 ore hanno scosso l’intero governo regionale, la politica siciliana, gli oppositori e persino gli addetti ai lavori. È iniziato tutto lunedì, quando alla riunione tenutasi a Palermo con i segretari provinciali e quelli delle grandi città di Forza Italia, il commissario regionale e deputato nazionale azzurro Nino Minardo, ha insistito sul tema che serve “un cambio di passo in Sicilia”, perché la “credibilità della politica si difende con il coraggio di cambiare”. Uno schiaffo diretto al governatore, l’ennesimo, arrivato dal suo stesso partito, che già in passato ha messo in risalto le carenze dell’inquilino di Palazzo d’Orleans.
Poche ore più tardi, il governatore interviene tentando di stemperare gli animi: “Le parole di Minardo erano un chiaro riferimento alla situazione vissuta in questi mesi da Forza Italia, con diversi deputati indagati”. Ci sarebbe stata una telefonata tra i due. Crisi rientrata? Macché. Martedì pomeriggio Minardo torna alla carica: “Con Schifani nulla da chiarire”. E aggiunge: “Il cambiamento non è una mia opinione, ma una richiesta che arriva dal partito dopo mesi di ascolto e confronto. È un’esigenza che ho registrato a tutti i livelli di Forza Italia in Sicilia: dai militanti ai consiglieri comunali, dai sindaci ai deputati regionali, fino ai parlamentari. C’è una grande richiesta di cambiamento e, in coscienza, credo che abbiamo il dovere di dare una risposta”. Schifani resta in silenzio per diverse ore, e già si mormora che stesse meditando le dimissioni. Poi il comunicato: “Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo. In queste ore sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve”.
Sono ore concitate. A tarda serata, il governatore riceve a Palazzo d’Orleans tutto il suo staff, e diversi parlamentari regionali forzisti, tra cui l’assessore alla salute Marcello Caruso. Sarebbero stati presenti anche alcuni onorevoli regionali della maggioranza. Il tema cruciale è: dimissioni? Il governatore avrebbe persino confidato ad una sua persona di fiducia: “Qui noi stiamo affondando”. Poi la telefonata con il segretario nazionale Antonio Tajani, che però non avrebbe sortito le giuste risposte. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano La Sicilia, il governatore avrebbe detto a Tajani: “Sono un pezzo di storia di Forza Italia, sono il presidente del consiglio nazionale di Forza Italia, e non mi faccio rottamare da un commissario venuto da un altro partito sei mesi fa”. Il riferimento è a Minardo, che tra il 2019 e il 2025 è stato nella Lega, ricoprendo anche la carica di segretario regionale in Sicilia. Tajani avrebbe rimproverato al governatore di non aver portato a compimento le “tante promesse di cambio di passo”. A Roma ritengono non sia più percorribile la strada per l’eventuale ricandidatura nel 2027. Niente Schifani bis. Il governatore per lasciare vorrebbe un posto garantito: Csm o magari tornare al Senato. La telefonata non rasserena, anzi, lascia molti strascichi.
Il presidente resta in silenzio. Nella mattinata di mercoledì, si presenta al Tribunale di Palermo per partecipare al convegno sull’antimafia. È impassibile, ma teso. Non rilascia nessuna dichiarazione sulla crisi e sull’eventuale possibilità di dimissioni. Solo un breve commento sulla lotta alla illegalità. Nelle stesse ore, torna a parlare Minardo: “Ho proposto nei prossimi giorni un incontro a Roma alla presenza del segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani e del Presidente della regione, Renato Schifani. Insieme stabiliremo il percorso politico”. Dopo pranzo la nota da Palazzo d’Orleans con cui si comunica la convocazione della giunta per giovedì mattina.
I malumori e mugugni dei forzisti siciliani si trascinano ormai da anni. Il governatore è accusato di non aver ascoltato “la pancia del partito” e sottovalutato le “difficoltà evidenti” con gli alleati.
In origine è stato Gianfranco Miccichè ad attaccare il governatore (“Schifani è una persona che vive di rancori e delle sue vendette. Non gliene frega niente del bene della Sicilia”), prima che lasciasse FI per fondare con l’ex governatore autonomista Raffaele Lombardo il partito Grande Sicilia. Poi è stata la volta del vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè (“In Sicilia Schifani fa troppi errori”) e dell’europarlamentare Marco Falcone (“Schifani sottovaluta il disagio. Un leader non punisce, unisce”). È stata criticata la mancata organizzazione di un congresso regionale e di una struttura definita della segreteria. Per molti il capo espiratorio è stato l’ex coordinamento nell’isola, Marcello Caruso, subentrato nel 2023 a Micciché, troppo vicino a Schifani essendone stato il capo della segreteria particolare quando era al Senato.
Gli attacchi si sono perpetrati nei mesi. Sia Tajani che Maurizio Gasparri, con l’intervento silenzioso di Arcore, hanno tentato di ristabilire la quiete dentro gli azzurri. Schifani ha persino ricevuto il sostegno del presidente del Senato meloniano, Ignazio La Russa, e quella degli altri alleati. Ma la frattura insanabile ha spinto lo scorso aprile a promuovere Caruso al ruolo di responsabile del dipartimento insularità di Forza Italia, e nominare Minardo commissario in Sicilia.
I problemi interni a Forza Italia sono stati amplificati dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno colpito il cerchia magico degli “uomini di fiducia” del governatore e dei deputati azzurri. Prima c’è stata l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per l’ex dirigente generale della pianificazione strategica della salute siciliana e dirigente del Policlinico di Messina, Salvatore Iacolino; nei giorni scorsi quella di corruzione per il presidente della commissione tecnica specialistica (Cts) e consigliere giuridico del governatore, Gaetano Armao. Senza dimenticare gli arresti per corruzione dei deputati regionali forzisti Michele Mancuso e Riccardo Gallo Afflitto.
Anche i componenti della giunta sono stati travolti dalle indagini: corruzione per l’assessore all’agricoltura Luca Sammartino (Lega), associazione a delinquere per l’ex assessore all’energia Roberto Di Mauro (Grande Sicilia) e l’accusa di corruzione per l’assessora al turismo Elvira Amata (Fratelli d’Italia). A questi vanno aggiunti anche il processo per peculato, corruzione e falso per il presidente dell’assemblea regionale Gaetano Galvagno (FdI). E non ultimo, lo scandalo sul leader della nuova Dc ed ex governatore Totò Cuffaro, che ha patteggiato 3 anni ai servizi sociali per corruzione e traffico di influenze; e che vantava un ottimo e saldo rapporto con Schifani, tanto da tessere gli equilibri all’interno del centrodestra.
Sullo sfondo però, resta una situazione delicata sotto l’aspetto della continuità della legislazione. In caso di eventuali dimissioni, la prima finestra utile per andare al voto sarebbe il 13 dicembre e fino a quella data il governo si limiterebbe all’ordinaria amministrazione. Salterebbe quindi la finanziaria, e la regione sarebbe costretta ad operare in esercizio provvisorio. Quindi niente spartizione di fondi e prebende da destinare ai comuni amministrati da politici amici, soprattutto in vista del prossimo voto delle politiche e delle comunali 2027. Inoltre, il voto anticipato costerebbe caro ai deputato regionale che sono al loro primo mandato, perché non maturerebbero la soglia previdenziale prevista dopo 4 anni, 6 mesi e 1 giorni, che scatterebbe solo tra aprile e maggio 2027. Quindi addio alle pensioni d’oro.