Intelligenza artificiale, voti più alti studiando di meno: ma l’apprendimento va a picco. Prof: “Scritti perfetti, senza comprensione”
Voti alti, compiti scintillanti, tesi di laurea perfette, testi scritti in un batter d’occhi. Produttività alle stelle, senza comprensione e apprendimento. E’ il rischio concreto dell’intelligenza artificiale come compagnia di studi, sottoscritto da 5 docenti universitari interpellati da ilfattoquotidiano.it. Una deriva indicata da studi scientifici. Saranno all’altezza i futuri medici, ingegneri, architetti? Nessuno è pronto a scommetterci. Indiscussi sono i benefici dell’Intelligenza artificiale lungo la frontiera del progresso scientifico. Nel campo dell’istruzione scolastica, invece, cresce il dubbio di un regresso. Perché i voti salgono subito, grazie all’aiutante hi-tech, ma gli studenti imparano poco o nulla. Non è una legge inderogabile, il discrimine è il modo di utilizzare l’Ia: quando sostituisce la mente, memoria e capacità di comprensione possono indebolirsi. Se è solo un supporto, senza risparmio di tempo, la mente non si fiacca.
Le stime in Italia: 9 studenti su 10 usano l’Ia, l’80 per cento è autodidatta
Quanti giovani usano l’Ia con criterio? Gli indizi, in Italia e nel mondo, non sono incoraggianti. Secondo un’indagine della Consulta degli studenti del Veneto, su oltre 20mila ragazzi, il 92 per cento la utilizza (3 su 4 almeno una volta a settimana) ma circa l’80% è autodidatta e nessuno ha ricevuto un insegnamento formale a scuola. All’Università di Palermo – 864 studenti – il 93,6% la utilizza, ma il 65,8% dichiara di conoscerla solo superficialmente, secondo uno studio pubblicato nel 2026. “Dati certi non ne ha nessuno”, avvisa il professor Marco Martorana, Professore a contratto in diritto della privacy presso Università Mercatorum. “Ma dal confronto con colleghi di diversi atenei – aggiunge – direi che per studiare e sintetizzare la usano nove studenti su dieci. Per i compiti a casa, almeno otto su dieci se ne servono in modo sostanziale”.
Lo studio in Cina: voti su del 18 per cento. Giù la comprensione del 20 per cento
E’ la conclusione di uno studio scientifico intitolato The Generative AI Learning Penalty: Evidence from Chinese Secondary Education. La ricerca, condotta in Cina da David Strömberg (Università di Stoccolma), Victor Lei e Yanhui Wu (Università di Hong Kong) è stata diffusa nel giugno 2026 sul sito del Social science research network. Il working paper è stato citato dall’Economist il 18 agosto 2026. Di cosa si tratta?
Partiamo dalle conclusioni: grazie all’utilizzo dell’Intelligenza artificiale salgono i voti del 18%, mentre diminuisce il tempo per concluderli da 64 a circa 45 minuti. Un aumento della produttività netto, misurabile in 5 o sei mesi. Con il rovescio della medaglia: nelle verifiche in classe, senza l’aiuto dell’Ia, i risultati scendono del 20 per cento (due punti su 10). Secondo gli autori, a scavare il fossato è la delega dei compiti all’Intelligenza artificiale. In inglese, homework outsourcing: quando lo studente “appalta” gli esercizi alla tecnologia, mettendo a riposo la propria testa.
Lo studio ha esaminato dati raccolti in due anni e mezzo, su 26.811 studenti in Cina (classi 7-12) del grado equivalente alle scuole medie e superiori. Dunque dagli 11 ai 19 anni. Tra i ragazzi che si affidano all’Ia, circa l’80 per cento compie passi indietro nell’apprendimento, secondo i ricercatori. “In particolare gli studenti più giovani e più brillanti”, suggerisce l’abstract pubblicato online, “come indicato da tempi di completamento eccezionalmente brevi associati a punteggi elevati”. Per due su 10, l’apprendimento cala, ma solo lievemente. Come mai? Non usano il chatbot come scorciatoia: “Gli utenti di IA che mantengono tempi di completamento dei compiti simili a quelli degli utenti non-IA subiscono piccole perdite di apprendimento”.
I docenti italiani: “Ottimi elaborati, ma ignorano ciò che scrivono”
Le conclusioni dell’indagine rispecchiano le osservazioni degli accademici italiani. “Nei lavori svolti fuori dall’aula vedo sempre più spesso elaborati molto ordinati, tecnicamente sofisticati, scritti con un linguaggio impeccabile”, dice Walter Quattrociocchi, docente di data Science all’Università La Sapienza di Roma. “Poi, durante l’orale, basta una domanda innocua per far crollare la costruzione”, aggiunge il prof. Dello stesso avviso Marco Gui, docente di sociologia dei media all’Università Bicocca di Milano: “C’è un divario, talvolta netto, tra un testo scritto e la preparazione delle verifiche orali. Tesi ottime possono preludere ad una scarsa comprensione dei contenuti nei colloqui in presenza. Un problema non nuovo, già evidente per il ‘copia e incolla’ dei contenuti online, acuito dall’Intelligenza artificiale”. Giuseppe Lavenia, professore di Psicologia del Lavoro all’Università Politecnica delle Marche, conferma: “Oggi un elaborato può essere scritto bene, contenere riferimenti e collegamenti, senza che chi lo consegna sappia poi spiegare ciò che ha scritto. Difficile capire quanto del lavoro sia realmente dello studente”. Il professor Marco Martorana non ha dubbi: “Tra compiti scritti e verifiche orali c’è un divario di risultati e non riguarda solo il voto, ma soprattutto il linguaggio. Negli elaborati svolti a casa si trova spesso un lessico giuridico preciso, quasi da manuale. Ma all’orale lo stesso studente fatica a usare i termini corretti o a collegare due istituti. Ed è proprio questo il punto. Se la forma la costruisce la macchina, la competenza non si consolida”.
Maturandi, Skuola.net: Ia usata per i temi, interrogazioni e verifiche
I numeri sollevano dubbi. Quasi uno studente su due (46%) utilizza i chatbot almeno una volta a settimana per l’apprendimento nei 91 Paesi ad economia avanzata. Lo sostiene l’indagine l’indagine Pisa-Ocse pubblicata l’8 settembre 2026. Con l’aiutino tecnologico per “riassumere testi, redigere bozze o condurre ricerche”, in scienze i risultati peggiorano di 20 punti. La bozza di un testo scritto è preparata con l’Ia quasi da uno studente su tre (il 30 per cento). Il 31% la utilizza per condurre ricerche e stilare riassunti: in Italia la media sale al 39 e al 36%.
Il problema, secondo i docenti, nasce in due casi. Il primo: quando i riassunti dell’Ia sostituiscono i libri, alleggerendo il fardello dello studio. Il secondo: quando i testi scritti li redige l’algoritmo. “Oggi i chatbot vengono impiegati ogni giorno per copiare verifiche o fare i compiti a casa”, secondo il presidente degli studenti del Veneto Alessandro Gianesini, 19 anni. Il professor Lavenia cita un’indagine Skuola.net del 2026: su circa mille maturandi, il 61% degli utilizzatori abituali impiega l’Ia per preparare interrogazioni e verifiche attraverso spiegazioni, schemi e riassunti; il 38% per farsi svolgere esercizi e problemi; il 34% per scrivere temi, riassunti o elaborati. Riassunti e delega all’Ia sono pratiche in voga già alle scuole superiori.
Prof: “Contro il declino dell’apprendimento, tornare alle verifiche orali”
Carmelina Maurizio, docente dell’università di Torino, ha analizzato altri due studi sul sito specializzato agendadigitale.eu. Secondo il Global Student Survey 2025 della società statunitense Chegg, l’80% degli studenti universitari utilizza l’Ia, su una platea di 11.706 giovani tra i 18 e i 21 anni, in 15 Paesi, tra il 1° e il 23 ottobre 2024. Quasi uno su tre (il 29 per cento) ha sostenuto di rivolgersi al chatbot di fronte ad un ostacolo: nel 2023 era solo uno su dieci.
Infine, la ricerca firmata da Zara Contractor e Germán Reyes, nel luglio 2026: “Miglioramenti a lungo termine sono maggiori tra gli utenti che utilizzano l’Ia per spiegare i concetti piuttosto che per generare testo”. La prof dell’Università di Torino trae la conclusione: la missione è “insegnare a utilizzarla affinché sostenga i processi cognitivi senza sostituirli”. I prof concordano, con ilfattoquotidiano.it: vietarla non ha senso. Ma come impedire l’uso scorretto dell’Ia e il declino dell’apprendimento? Ad incoraggiare gli studenti è l’aumento della produttività, sacro valore delle economie occidentali. L’antidoto? Secondo gli accademici, “sostituire le verifiche scritte con le prove orali”.
“Da quest’anno solo esami orali”, dice a ilfattoquotidiano.it Michele Colajanni, docente di ingegneria informatica all’Università di Bologna. “Ma consento e promuovo l’uso dell’Ia durante le esercitazioni”, prosegue il prof. “Imparano a usarla, ma non c’è voto che può essere falsato con le verifiche in presenza. Relazioni o progetti, a sensazione, negli ultimi due anni erano fortemente aiutati dall’Ia”, conclude l’esperto.
Il “debito cognitivo” e la versione Trump: “L’Ia potenzia l’ingegno”
Giova ricordare una ricerca del Mit intitolata Your brain on ChatGpt, curata dalla ricercatrice Natalia Kosmyna: “In questo studio – avvisano gli autori – dimostriamo l’urgente necessità di esplorare una possibile diminuzione delle capacità di apprendimento”. Ecco il dato suggerito dalla ricerca: chi scrive un testo con l’aiuto di ChatGPT, registra il 55% in meno di attività cerebrale, rispetto a coloro privi di supporti tecnologici. Pochi minuti dopo, l’83% del gruppo munito di Ia non ricordava cosa aveva scritto. Un “debito cognitivo”, concludono gli studiosi. Dunque è vero, come dice Donald Trump, che l’Intelligenza artificiale potenzia l’ingegno umano sgravandolo dalle mansioni ripetitive, per dedicarsi alla libera creatività? Il presidente Usa ha messo il timbro su una diffusa narrazione pubblica. Molti docenti si pongono un’altra domanda: i laureati di oggi saranno in grado, domani, di salvare vite umane nei reparti ospedalieri, di costruire ponti e palazzi a regola d’arte? Oppure ci affideremo all’Intelligenza artificiale? E in tal caso, saremo in grado in grado di verificare il lavoro della macchina? Lungi dall’essere una “Super intelligenza”, L’Ia è fallibile e non di rado inaffidabile.