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Occuparsi dei migranti non è solo un problema amministrativo: ci sono rischi biologici, psicologici e sociali

Non possiamo pensare alla salute delle popolazioni sfollate soltanto in termini di pronto soccorso. Servono continuità delle cure, salute mentale, assistenza perinatale, scuola
Occuparsi dei migranti non è solo un problema amministrativo: ci sono rischi biologici, psicologici e sociali
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di Alessandra Milani*

Ogni volta che una guerra produce sfollati, feriti, bambini senza scuola, madri senza assistenza e famiglie senza casa, il dibattito pubblico sembra ricominciare da zero. Come se non sapessimo. Come se gli effetti sanitari della guerra e della migrazione forzata fossero imprevedibili. Ma non è così.

La letteratura scientifica documenta da anni che i conflitti non producono soltanto morti e distruzione immediata. Producono conseguenze profonde: depressione, ansia, disturbi post-traumatici, malattie croniche, esiti perinatali avversi, interruzione delle cure e disgregazione sociale. La scienza sa. Il problema è che questa conoscenza troppo spesso non modifica le priorità. In un tempo in cui il dibattito pubblico riduce spesso l’immigrazione a una questione di confini, sicurezza e gestione degli arrivi, la ricerca racconta anche un’altra storia: quella di corpi e biografie attraversati da traumi, cure interrotte, gravidanze fragili, infanzie sospese e malattie croniche senza continuità assistenziale.

Le persone in fuga non sono soltanto un problema amministrativo da gestire. Sono popolazioni esposte a rischi biologici, psicologici e sociali che i sistemi sanitari devono riconoscere e prevenire.

Nei nostri recenti lavori scientifici abbiamo affrontato questo problema da prospettive diverse. Su Public Health Reviews abbiamo proposto di superare la logica dell’emergenza attraverso una rivalutazione periodica delle priorità sanitarie. In un successivo lavoro sul Journal of Immigrant and Minority Health abbiamo definito “confirmation bias istituzionale” la tendenza dei sistemi a conservare la cornice iniziale anche quando le evidenze richiederebbero di modificarla. In Medicine, Conflict and Survival abbiamo posto una domanda ancora più ampia: che cosa accade quando la scienza documenta un danno, ma quella conoscenza non produce conseguenze nelle decisioni pubbliche?

Lo sfollamento non finisce con una coperta o un pasto caldo. Può durare anni. Nel frattempo si accumulano lutti, povertà, separazioni familiari, barriere linguistiche ed esclusione sociale. E tutto questo entra nei corpi.

Gli studi sul trauma e sull’epigenetica mostrano che avversità gravi, soprattutto durante gravidanza e prima infanzia, possono associarsi a modificazioni della regolazione genica e dei sistemi biologici dello stress. Non significa determinismo: nessun bambino è “condannato” dal trauma. Significa che le condizioni sociali e ambientali possono lasciare tracce sulla salute lungo il corso della vita.

Se sappiamo questo, non possiamo pensare alla salute delle popolazioni sfollate soltanto in termini di pronto soccorso. Servono continuità delle cure, salute mentale, assistenza perinatale, scuola, prevenzione delle malattie croniche e servizi capaci di superare le barriere linguistiche e culturali. E serve aggiornare le priorità. A 6, 12, 24 mesi dovremmo chiederci: i bisogni sono ancora quelli iniziali? Che cosa sta emergendo? Quali danni stiamo ignorando? Dove devono essere spostate le risorse? La domanda, allora, non è più soltanto “che cosa sappiamo?”, ma “che cosa facciamo di ciò che sappiamo?”.

Pubblicare non basta. Documentare non basta. Misurare il danno non basta.
Se una conoscenza resta senza conseguenze, rischia di diventare soltanto un archivio ordinato della sofferenza.
Sappiamo già abbastanza per costruire risposte migliori. La responsabilità delle istituzioni è trasformare questa conoscenza in prevenzione, continuità della cura e decisioni capaci di guardare oltre l’emergenza.

Milani A, Saiani L, Mazzocco K. Public Health Reviews. 2026;47:1608853. doi:10.3389/phrs.2026.1608853
Milani A, Mazzocco K. Journal of Immigrant and Minority Health. 2026. doi:10.1007/s10903-026-01979-9
Milani A, Mazzocco K. Medicine, Conflict and Survival. 2026. doi:10.1080/13623699.2026.2720827

*direttore didattico sezione IEO, corso di laurea in infermieristica, UNIMI, specializzata in psiconeuroendocrinoimmunologia
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