Serbia, Vucic si dimette da presidente per candidarsi a premier: “Voglio competere come un uomo comune”
Ha annunciato le dimissioni da presidente – interrompendo anticipatamente il suo secondo mandato quinquennale iniziato nel 2022 – per potersi candidare alla carica di primo ministro nelle elezioni anticipate di ottobre, indette dopo quasi due anni di proteste guidate dagli studenti. Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha presentato la sua decisione dal palazzo presidenziale, firmando un documento per formalizzarla. “Mi dimetto dalla carica di presidente”, ha dichiarato, mentre i suoi sostenitori scandivano il suo nome. “Domani mattina passerò le mie funzioni al presidente del Parlamento”, ha aggiunto.
Vucic aveva dichiarato che si sarebbe dimesso dalla carica di capo dello Stato al ritorno dal viaggio negli Usa. La convocazione di elezioni anticipate era una delle richieste principali di un movimento guidato dagli studenti, nato in seguito al crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad nel novembre 2024 – incidente costato la vita a 16 persone e ampiamente attribuito alla corruzione. La tragedia ha scatenato alcune delle più imponenti manifestazioni di protesta in Serbia dalla caduta dell’uomo forte jugoslavo Slobodan Milsevic nel 2000, mobilitando a tratti centinaia di migliaia di persone. Le richieste iniziali di un’indagine trasparente si sono trasformate nella richiesta di elezioni anticipate, che Vucic aveva più volte promesso senza tuttavia fissarne una data. All’inizio di questo mese, però, ha indetto le elezioni per il 25 ottobre, citando “forti turbolenze sulla scena politica interna. Voglio competere come un uomo comune, come uno del popolo”, ha dichiarato Vucic. Una dichiarazione molto lontana dalla realtà visto che l’ormai ex primo ministro domina la politica serba da 14 anni. Attualmente è a capo della lista elettorale del suo partito populista di destra, il Partito Progressista Serbo, di cui è anche candidato premier.
Pochi minuti prima di dimettersi, Vucic ha esercitato i suoi poteri costituzionali per concedere la grazia a decine di persone – tra cui studenti e membri fedeli al suo partito – sospettate di aver commesso reati durante le proteste. “Ho deciso di concedere la grazia a 49 persone, 23 delle quali coinvolte nei terribili eventi che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e mezzo”, ha affermato Vucic, riferendosi alle manifestazioni. In base alla legge, la presidente del Parlamento Ana Brnabić assume ora la carica di presidente ad interim per un periodo massimo di tre mesi, durante il quale dovranno essere indette le elezioni presidenziali.
Chi è Alexandar Vucic – Nei suoi 14 anni vissuti sulla ribalta politica della Serbia, è riuscito a presentarsi come moderato, pur se nazionalista e populista, dopo le posizioni radicali a cavallo fra gli anni Novanta e Duemila. Anni, quelli che ha trascorso al potere, prima al governo e poi alla presidenza, di corruzione e spola fra Mosca e Bruxelles. Negli anni Novanta era alleato ultranazionalista di Milosevic, di cui è stato, nel 1998, ministro dell’Informazione. Dopo la caduta di Milosevic, milita nel Partito radicale serbo, formazione di estrema destra, guidata da Vojislav Seselj, condannato per crimini contro l’umanità, come i leader serbi della Bosnia durante la guerra Radovan Karadzic e Ratko Mladic, entrambi condannati all’ergastolo per genocidio che il partito sosteneva, per il secondo dei quali il mese scorso si sono svolti funerali solenni a Belgrado a cui hanno partecipato diversi ministri del suo partito. Nel 2008, Vucic compie la svolta: lascia i radicali e co fonda il Partito progressista serbo, formazione conservatrice e formalmente pro europea che vince le elezioni legislative del 2012 e domina da allora la vita politica serba. Vucic è vice premier, ministro della Difesa e poi Premier prima di diventare Presidente nel 2017, senza però mai tagliare i legami con i suoi ex alleati di estrema destra. Vucic è stato costretto il mese scorso a convocare elezioni anticipate, il prossimo 25 ottobre, per il protrarsi delle proteste contro il governo del suo partito e la corruzione.