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Barcellona e il piano per il clima: 500 rifugi, scuole più fresche e superisole anti-calore. Ma i cantieri sono lenti e gentrificano il tessuto urbano

A distanza di 8 anni dal varo, il bilancio delle opere realizzate e di quelle ancora in corso mostra un cantiere permanente, che tocca l'edilizia scolastica, la mobilità, il verde urbano e l'energia, e che non manca di sollevare interrogativi
Barcellona e il piano per il clima: 500 rifugi, scuole più fresche e superisole anti-calore. Ma i cantieri sono lenti e gentrificano il tessuto urbano
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Mentre le estati europee si fanno sempre più roventi, Barcellona continua a essere osservata come un laboratorio di riferimento per l’adattamento climatico urbano. Il capoluogo catalano ha impostato la propria strategia sul “Piano Clima 2018-2030“, la tabella di marcia pensata per rendere la città neutrale dal punto di vista climatico e ben adattata ai cambiamenti entro il 2030. A distanza di anni dal varo del piano, il bilancio delle opere realizzate e di quelle ancora in corso mostra un cantiere permanente, che tocca l’edilizia scolastica, la mobilità, il verde urbano e l’energia, e che non manca di sollevare interrogativi.

La rete dei rifugi climatici si allarga. Il capitolo più visibile di cui si era già parlato durante la scorsa torrida estate riguarda i cosiddetti “rifugi climatici”: spazi pubblici e semi-pubblici (biblioteche, musei, scuole, centri civici, piscine, aree verdi) riconvertiti per offrire ombra, acqua e refrigerio nei picchi di calore. Se un anno fa la rete contava circa 400 strutture, nella stagione estiva più recente ha superato i 500 impianti distribuiti su tutto il territorio cittadino, con l’obiettivo di garantire protezione a ogni cittadino, in particolare alle fasce più vulnerabili. A questo si affianca il “Piano Ombra”, il programma di ombreggiatura degli spazi pubblici: sono già state realizzate 66 nuove aree ombreggiate, con l’ambizione di arrivare a 194 entro il 2027.

Con queste cifre, Barcellona viene spesso citata come il laboratorio europeo più avanzato sul tema. Nessun’altra grande metropoli del continente può contare oggi su una rete di questa densità, capace di raggiungere più del 90% della popolazione entro dieci minuti a piedi da casa. Non mancano tuttavia le criticità segnalate dalla ricerca accademica: uno studio condotto da un gruppo di ricercatori barcellonesi, con un approccio di giustizia climatica, ha verificato quanto la rete sia davvero equa. Secondo i ricercatori, oggi solo il 46% della popolazione anziana vive a questa distanza da un rifugio, un dato che il Comune considera tra le priorità da correggere nella prossima fase di espansione. Oltretutto molti di questi spazi, essendo spazi pubblici di gestione comunale, risultano chiusi proprio ad agosto, nel periodo dell’anno in cui il caldo si fa sentire con piú intensità.

Scuole: 100 milioni di euro, ma la complessità tecnica rallenta i tempi. Uno dei fronti più corposi riguarda l’edilizia scolastica pubblica. Il Comune ha scelto di trasformare l’adattamento climatico delle scuole in una politica strutturale, stanziando 100 milioni di euro per intervenire entro il 2029 su 170 istituti pubblici, con l’obiettivo di migliorare il comfort termico degli edifici e renderli più efficienti dal punto di vista energetico. Il programma coinvolge oltre 55 mila studenti e prevede interventi su climatizzazione, ventilazione, efficienza energetica e produzione di energia rinnovabile. Nel 2026 sono stati installati nuovi sistemi aerotermici in 30 centri educativi, un primo lotto che dovrebbe estendersi progressivamente al resto degli istituti coinvolti.

Sulla carta è uno dei piani di adattamento scolastico più ambiziosi d’Europa: pochi Comuni hanno mai messo sul tavolo 100 milioni di euro per climatizzare l’intero patrimonio scolastico pubblico, trasformando ogni scuola in un piccolo cantiere di transizione energetica, tra pannelli fotovoltaici, aerotermia e ventilazione ripensata da zero. Il progetto sconta però i limiti legati alla complessità tecnica dell’intervento. Il patrimonio immobiliare scolastico barcellonese è estremamente eterogeneo per età, struttura e stato di conservazione, e questo impone al Comune di procedere caso per caso: prima di installare i nuovi impianti, ogni scuola deve essere sottoposta a una valutazione che verifica la potenza elettrica disponibile, la capacità portante della copertura, lo stato di impermeabilizzazione del tetto e la documentazione edilizia necessaria per i permessi.

Un iter che rallenta inevitabilmente i tempi, tanto che gli interventi sono stati strutturati in fasi successive fino al 2029, anziché come intervento unico su tutti gli istituti. A questo si aggiunge un vincolo operativo non banale: i lavori, che comportano anche la rimozione dei vecchi impianti a gas, possono essere realizzati solo durante la pausa estiva, quando le scuole sono chiuse, comprimendo di fatto il cantiere reale a poche settimane l’anno per ogni edificio. Il risultato è un piano ambizioso sulla carta ma con una tempistica dilatata: al ritmo attuale, climatizzare tutte le scuole pubbliche resta un processo che si misura in anni, mentre le ondate di calore che dovrebbe contrastare si presentano già oggi, ogni estate.

“Superilles”: il verde che riconquista le strade, e il rischio gentrificazione. Parallelamente ai rifugi e alla riqualificazione scolastica, prosegue, pur tra ritmi altalenanti, il programma delle “Superilles”, le “superisole” che limitano il traffico motorizzato all’interno di alcuni isolati per restituire spazio a pedoni, biciclette e verde urbano. Nell’Eixample, dove il progetto è nato, l’amministrazione ha lanciato la creazione di una rete di 21 nuovi “eixos verds” (assi verdi) e 21 piazze di quartiere, per un totale di oltre 33 ettari di spazio guadagnato ai pedoni e circa 6,6 ettari di nuovo verde urbano. L’obiettivo di lungo periodo è che, in questo distretto, una strada su tre diventi un asse verde e che ogni residente ne abbia uno, o una piazza, entro 200 metri da casa.

Le “Superilles” sono probabilmente l’esperimento di urbanistica tattica più imitato al mondo: decine di città, dall’America Latina al Nord Europa, hanno studiato il modello di Barcellona per restituire spazio pubblico ai pedoni, e i dati sanitari raccolti a Sant Antoni, con il calo del 33% di biossido di azoto dopo l’intervento, sono ormai un caso citato nella letteratura scientifica internazionale come prova che l’urbanistica può salvare vite. Restano comunque diversi cantieri aperti: a fronte dei numerosi superblocchi complessivamente previsti in città, solo una parte è stata effettivamente completata, mentre altri interventi risultano ancora in attesa.

Il programma non è esente da critiche, e la più ricorrente riguarda gli effetti collaterali sul tessuto sociale dei quartieri. Il primo superblocco storico, quello del Born, realizzato già negli anni Novanta, è diventato un caso di scuola: la pedonalizzazione ha innescato una gentrificazione rapida, con l’aumento dei valori immobiliari e la progressiva sostituzione dei negozi di prossimità con locali orientati al turismo. Anche Poblenou, primo quartiere a sperimentare il modello attuale nel 2016, è stato accompagnato da una forte contestazione sociale: parte dei residenti storici e dei commercianti ha lamentato l’aumento degli affitti e il rischio di essere progressivamente spinta fuori dal quartiere proprio a causa della maggiore attrattività generata dagli interventi.

Le stesse ricerche accademiche condotte su Poblenou sottolineano come il miglioramento oggettivo della qualità urbana (meno traffico, meno inquinamento, più spazi verdi) rischi di tradursi in un vantaggio che finisce per beneficiare soprattutto i nuovi arrivati o le fasce più abbienti, a scapito di chi in quei quartieri viveva da prima. È il paradosso più discusso dell’adattamento climatico urbano: le stesse misure pensate per rendere una città più vivibile e resiliente possono, se non accompagnate da politiche abitative dedicate, finire per espellere proprio le persone più vulnerabili che dovrebbero beneficiarne per prime.

Energia solare, mobilità elettrica e nuovi progetti pilota. Il piano si intreccia sempre più con la transizione energetica. Tra le opere più recenti, a Parc de les Tretze Roses è stata completata una grande tettoia coperta da 80 pannelli solari, che produce energia e allo stesso tempo offre ombra a una nuova area di seduta: un modello di infrastruttura “a doppio uso” che il Comune sta testando anche altrove, con due prototipi già collaudati che combinano produzione solare e creazione di ombra negli spazi urbani. Le tettoie fotovoltaiche che fanno ombra e allo stesso tempo producono energia sono esattamente il tipo di soluzione ibrida che altre città mediterranee stanno iniziando a copiare: un modo elegante per far coincidere due esigenze opposte, quella di raffrescare gli spazi pubblici e quella di decarbonizzare la rete elettrica. Sul fronte della mobilità, il Comune ha introdotto un piano di incentivi, attivo dal 2026 al 2028, per sostituire i motorini a combustione con modelli elettrici, contribuendo così sia alla riduzione delle emissioni sia al miglioramento della qualità dell’aria. Anche la mobilità in bicicletta viene potenziata, con nuovi aiuti comunali per chi decide di acquistare biciclette elettriche.

Un modello in evoluzione, non un traguardo raggiunto. Alla Cop30 di Belém, la vicesindaca socialista Laia Bonet ha presentato la strategia cittadina alle altre amministrazioni, sottolineando che a Barcellona si sta “lavorando in modo coraggioso e ambizioso” per ridurre e mitigare insieme gli effetti del cambiamento climatico in ambito urbano. Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una città che ha smesso di considerare l’adattamento climatico come un’emergenza da gestire e lo ha trasformato in una politica pubblica strutturale, con finanziamenti pluriennali e obiettivi verificabili nel tempo.

Nonostante questo approccio, restano però nodi aperti: dalla gentrificazione innescata dalla riqualificazione degli spazi pubblici alla lentezza degli interventi sugli edifici scolastici. Problematiche che mostrano quanto l’adattamento climatico, per essere davvero efficace, debba misurarsi non solo con la tecnica ma anche con le complessità specifiche di ogni città. Barcellona non ha risolto la crisi climatica, né potrebbe farlo da sola, ma resta un caso di studio interessante anche per le città europee o italiane che stanno muovendo i primi passi in questa direzione.

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