“Il buio aveva preso il sopravvento, non riuscivo a scendere dal letto”. La boxe, il trionfo, la depressione, la rinascita: la nuova vita di Silvia Bortot
Meno di un anno fa la pugile Silvia Bortot diventava campionessa europea dei superleggeri. Lo era già stata due volte in passato, ma vincere la più prestigiosa cintura EBU a 41 anni doveva rappresentare il coronamento di una carriera lunga, che l’ha vista protagonista anche sui ring inglesi contro le migliori pound for pound al mondo. Invece i mesi successivi a quella vittoria sono stati terribili, l’atleta è caduta in un buco nero, una depressione forte, dalla quale ha temuto di non uscire. Con il tempo, con il supporto di specialisti e di farmaci è riuscita a reagire e ora ha cambiato vita. A metà agosto è partita dal suo Veneto con un Doblò camperizzato, colmo di attrezzatura per fare boxe e surf, ed è arrivata a Cadice, in Andalusia, dove ha preso un ferry per Fuerteventura. Alle Canarie è sempre venuta spesso, per surfare all’alba e per organizzare dei camp per i piccoli, nel cui programma ha sempre inserito oltre al pugilato tante altre attività sportive. Ma questa volta il trasferimento (almeno per il momento) è definitivo, avendo aperto da subito una piccola palestra di boxe, grazie ai suoi sforzi e alle relazione avviate nel tempo in isola.
Cosa è successo dopo il match vinto con Sonia Fracassi nell’ottobre del 2025?
Già quella sera non sono riuscita a godermi la serata come avrei voluto. Successivamente per un paio di mesi ho tenuto botta in qualche modo, poi sono sprofondata in quattro mesi di depressione totale. Sempre a letto, mentre prima mi allenavo due o tre volte al giorno. Ho perso subito una decina di chili. Aprivo gli occhi e non sapevo se fosse notte o giorno, avevo paura di mettere il piede a terra, pensavo di morire. Il buio ha preso il sopravvento, non riesco neanche a descriverlo. All’inizio non volevo un supporto farmacologico, ma alla fine lo ho avuto, con l’aiuto della terapia e di professionisti che mi hanno seguita. Da sola non ne esci.
Ora con questa nuova vita alle Canarie ha trovato la serenità?
Sto meglio. Non ho trovato la serenità completa, ma rispetto a come stavo mesi fa non c’è paragone. La depressione è stata anche un dono, ho capito chi ero, andando in profondità con me stessa. Qui al nord di questa isola magica a volte manca l’acqua, la posta arriva e non arriva, c’è un vento fortissimo, si parla una lingua che non è la mia, le leggi e la burocrazia sono diverse. Non so dove ho trovato il coraggio, ma questo è un posto che sento casa. L’energia e il clima dell’isola sono unici, Fuerteventura se ti accetta, è impossibile non ritornarci. Infradito, pantaloncini, canottiera e, alla sera, una felpa. Qui non importa come sei vestita, la gente non ti giudica. La mia palestra è piccolina, neanche sessanta metri quadri, ricavata da una vecchia carpenteria. L’ho creata da zero, dipinta personalmente e arricchita da quadri e foto di me sul ring. Non ho grandi aspettative nello sfornare campioni, in un’isola dove tutti surfano e fanno sport all’aperto avendo l’oceano a due passi, non sono abituati alla palestra, eppure ho già visto ragazzini con talento e una motricità migliore rispetto ai pari età italiani.
In Italia che vita viveva?
Prima facevo una vita di corsa, guadagnavo poco, macinavo centinaia di chilometri in auto per andare da una palestra all’altra per insegnare. Ad alcuni potevo dare fastidio, credo di essere una brava tecnica, ma la boxe è un mondo macista e magari una donna può non piacere. Non ho avuto nemmeno il giusto riconoscimento come atleta, o comunque è arrivato in ritardo.
Quando un atleta professionista smette è sempre un momento delicato.
Si chiama trauma post-agonismo sportivo. Ne ho parlato con altri sportivi, anche olimpionici. Quando un atleta deve chiudere la sua carriera dovrebbe essere seguito da qualcuno, iniziando la terapia già da prima. Il terapeuta serve sempre, non bisogna avere paura di andarci, anche se questa società ci impone di essere perfetti e di saper fare tutto. Io ho sempre lavorato durante la mia carriera, sono laureata in Grafica e design all’Università IUAV di Venezia, ma in tanti altri sport si vive in una dimensione irreale dove l’atleta si allena, mangia e dorme. Quindi l’addio allo sport può essere ancora più traumatico. Serve un supporto per una fase della vita tanto complessa. Consiglio a tutti di costruirsi già un piano B, vedo ex campioni di pugilato che dopo aver smesso non fanno altro che bere al bar. Studiate e viaggiate, perché ho visto troppa gente non saper mettere insieme due parole in italiano.
È ancora nella classifica WBC delle migliori pugili al mondo nella sua categoria. Le manca la boxe?
Mi sono arrivate proposte anche la settimana scorsa, ma la borsa era ridicola.
Cosa le dava la boxe?
Un’adrenalina incredibile perché ti fa sentire viva: ti spinge ad un allenamento estremo, allo sfinimento totale, addirittura alla fame per il taglio del peso. Ora è diventato di moda, ma quelli della mia generazione si avvicinano al pugilato soprattutto per disagi o problemi personali. Mio papà è morto che ero giovane, la vita mi ha messo alla prova da subito, soffrivo di bulimia, avevo molta rabbia dentro e da piccola la gente mi rifiutava. Gli sport da combattimento mi hanno dato regole e mi hanno tenuta in piedi quando dovevo affrontare le difficoltà della vita, laurearmi e concludere dei progetti.