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San Siro compie cent’anni: invece di festeggiarlo, gli faranno la festa. Il piccone avrà la meglio e Milano perderà un pezzo di sé

San Siro è il luogo in cui convergono fervori e furori indescrivibili, un posto tanto sacro quanto profano per noi milanesi, anzi, di più, “è unico”
San Siro compie cent’anni: invece di festeggiarlo, gli faranno la festa. Il piccone avrà la meglio e Milano perderà un pezzo di sé
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Venerdì 6 febbraio mi trovavo in Francia e quindi ho seguito su France Tv la bella cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici invernali di Milano e Cortina 2026. Le immagini erano magnifiche, soprattutto le riprese aeree. Ad un certo punto, il telecronista non ha resistito e con toni entusiastici ha commentato: “San Siro è la Scala del calcio, uno degli stadi più spettacolari del mondo, un monumento del football”. Sono uno dei milanesi che la pensano così. Credo che lo pensi la maggior parte dei milanesi. In quel momento ho provato una certa punta d’orgoglio: giusto che San Siro fosse anche il formidabile palcoscenico dei Giochi, come lo è stato per un secolo – già, compie cent’anni oggi – il teatro di indimenticabili incontri, di derby infuocati, di match di pugilato passati alla storia della boxe, di grandi concerti rock, di notti senza fine quando il calcio milanese sfidava, e sfida ancora, il meglio d’Europa.

Nella cartografia delle emozioni, San Siro è il luogo in cui convergono fervori e furori indescrivibili, un posto tanto sacro quanto profano per noi milanesi, anzi, di più, “è unico”. Lo ha scritto il famoso scrittore, architetto e designer londinese Edwin Heathcote sul Financial Times (maggio 2026), perché è “una delle più grandi meraviglie del calcio. Il fascino dell’impianto è legato non solo all’atmosfera che si respira durante le partite – in particolare durante il derby della Madonnina, quando si scontrano Milan e Inter, che considerano San Siro casa loro – ma anche all’incredibile spettacolo offerto dall’architettura, dopo la partita, quando i tifosi che scendono dagli enormi cilindri di cemento creano un impressionante effetto ottico: sembra che siano i cilindri a girare mentre gli spettatori restano fermi”.

In fondo, un legame ideale unisce San Siro alla Scala e al Duomo: sono gli spazi urbani in cui si realizza l’empatia di certe potenti emozioni, di comunione, dove si elaborano le biologie dei sentimenti (stimolati dallo sport, dalla musica, dalla fede). Questa trimurti meneghina rappresenta Milano, la simbolizza e la scolpisce nell’immaginario collettivo. È la sua visibilità. I punti di partenza più riconoscibili, più discussi e discutibili, nel fatale gioco incrociato in cui pallone, lirica e prediche s’intrecciano seguendo percorsi talvolta accidentati, smarrimenti, sogni e memorie. Con la tragica differenza che nessuno vorrebbe demolire il Duomo, abbattere la Madonnina o devastare la Scala (come purtroppo successe nel 1943, quando gli Alleati bombardarono furiosamente la Milano occupata dai tedeschi e dai loro servi repubblichini), mentre è quel che succederà a San Siro, uno scandalo insopportabile. Infatti le società che posseggono l’Inter e il Milan sono due fondi di investimenti statunitensi, la squadra nerazzurra appartiene all’Oaktree capital management, quella rossonera alla Red Bird capital partners, insieme i due fondi, con la complicità assai temeraria degli amministratori pubblici, hanno acquistato lo stadio dal Comune per 197 milioni di euro: il loro progetto è brutale, abbattere San Siro e costruire uno stadio nuovo. (Scusate, ma io continuerò a chiamarlo così, come ha fatto il telecronista francese, anche se lo hanno ribattezzato Giuseppe Meazza nel 1980 in onore del prodigioso calciatore che giocò sia con l’Inter sia col Milan: “Averlo in squadra significava partire dal’1-0“ sentenziò Vittorio Pozzo, il citi della nazionale italiana che con lui in attacco vinse i Mondiali del 1934 e del 1938).

Dunque, oggi San Siro compie cent’anni. Invece di festeggiarlo, gli faranno la festa. Gli americani non capiscono il valore incommensurabile di San Siro così dov’è, e così com’è, sulla città. Sorvolano sulla realtà che distruggere un edificio di tale imponenza e di tali “servizi”, un luogo insomma in cui si racchiudono cent’anni di ricordi, di esistenze e drammaturgie che duravano quanto un film, e il film cambiava ogni settimana, e uno dopo l’altro diventavano una saga, piena di sfide, di protagonisti, di eroi, ma anche di stolidi interpreti, e il pubblico, unito sugli spalti sia pure affollati da gente molto diversa, si esaltava o si deprimeva, e i racconti tracimavano nei quartieri, nelle case, in famiglia. Il calcio è cultura pop, è narrativa, è patrimonio.

Niente da fare. Per questi fondi contano solo gli investimenti. Il lucro. Il business. L’anima non gli interessa. La loro lingua ha la sintassi della speculazione. Concepiscono lo sport, quindi anche il calcio, come strumento per servire delle strategie di potere. Non gli interessa la qualità architettonica. E tutto quello che significa. Demoliranno San Siro per sostituirlo con una struttura più banale, simile alle tante che infestano le periferie delle città, con la scusa che sarà più efficiente, più comodo per gli spettatori, più adeguato alle esigenze moderne. Tutte balle. Bastava ristrutturarlo, mantenendo l’aspetto attuale, così imponente, così integrato nella geopolitica cittadina. Un insulto, voler cancellarlo.

Tutto era cominciato nel 1926, quando l’architetto Ulisse Stacchini – quello che poi realizzò la Stazione Centrale di Milano – lo costruì, ma subito apparve insufficiente tant’è che si fu costretti ad “estenderlo” nel 1935, ad aumentarne cioè la capienza e a renderlo meno spartano. Il regime fascista avrebbe voluto qualcosa di memorabile, con tripudio di marmi e labari, in linea con lo stile littorio “roboante e gigantista” (Ugo Targetti, appendice al bel libro di Francesco Bogliari, “San Siro 1926-2026. I 100 anni della Scala del calcio”, edizioni Mind Edizioni). Per fortuna, San Siro sfuggì al trombonismo architettonico che tanto piaceva ai gerarchi mussoliniani meno acculturati.

Poi, dopo il raddoppio degli anni Cinquanta, arrivò la grande trasformazione della fine degli anni Ottanta. Incombeva infatti Italia 90, così gli architetti Enrico Hoffer e Gianfranco Ragazzi (già progettisti di Milano 2 e Milano 3) si ingegnarono per innalzare l’iconico terzo anello, con le travi rosse di copertura, sorretto appunto dalle torri cilindriche che tanto piacciono in giro per il mondo, ma non al Comune di Milano: vogliamo ricordare i dubbi sulle aste per l’acquisto dello stadio, sui vincoli urbanistici, sulle proteste dei cittadini, sui ricorsi per arrestare l’ennesima abbuffata di cemento? Non bastasse, ecco l’ambiguità che ha sempre sorvolato tutta questa operazione, suscitando l’interesse della magistratura e i ricatti degli americani che minacciavano (vedi il Milan ) di andare a costruire il nuovo stadio a San Donato Milanese. Un bluff, ma utile per giustificare la decisione di assecondare, dopo finti bracci di ferro ad uso e consumo dell’opinione pubblica, delle due società, divise in campo, ma unite negli affari.

Molti studi d’architettura italiani e stranieri si sono mobilitati per contrastare questa scelleratezza, dimostrando che ammodernamento e ristrutturazione non solo avrebbe salvato il monumentale stadio ma lo avrebbe adeguato alle esigenze attuali, con un sostanzioso risparmio e con un impatto ambientale assai inferiore. In una intervista Bogliari ammette che il suo cuore vorrebbe San Siro in piedi per sempre, ma “la consapevolezza”, ossia la realtà di un calcio in mano a grandi gruppi finanziari internazionali e ai fondi di investimento che “percepiscono in maniera completamente diversa” il calcio come l’ha concepito la sua (e la mia, ndr.) generazione, fa sì arrivi a cancellare la piccola grande storia di uno stadio e di chi ci è andato, fosse anche una sola volta. Il piccone avrà la meglio. I conti sono la vera chiave di lettura: il nuovo San Siro del vecchio avrà soltanto parte dell’attuale Curva Sud, sarà eretto accanto a quello vecchio il quale, a lavori ultimati, verrà giustiziato con tecniche esplosive degne di Hollywood (passerà alla storia come l’indecente distruzione di San Siro), varrà due miliardi e 150 milioni di euro, la plusvalenza per i club sarà di almeno 265 milioni.

In un altro libro (“Il secolo di San Siro in cento date (più una) da ricordare”, editore Meravigli) a celebrare il centenario ed il funerale, l’amico Claudio Colombo, ex cronista sportivo del Corriere della Sera, e Fabio Monti, descrivono San Siro come un’enorme scatola dei sogni, in cui si è tracciato l’elettrocardiogramma del Paese. Però dicono anche che il calcio globale richiede stadi più funzionali di quello attuale. Lo sapevamo. Grazie alle nuove tecnologie, si poteva e si doveva imporre la ristrutturazione. Se a San Siro si piange e si canta, ci si dispera e si spera, tra poco avremo solo lacrime di nostalgia e di smarrimento: da luogo di celebrazioni, di battaglie sportive, di manifestazioni civiche a luogo di conflitto. Di scontro politico ed ambientale. Certo, lo slogan “il nuovo che avanza” è sempre stato l’alibi per giustificare trasformazioni esagerate e sospettose. “Milano cambia, è giusto che cambi anche San Siro” è il refrain di chi ha deciso che il modello di sviluppo cittadino sia impietoso con San Siro. E le sue memorie.

La retorica dello sport ci rovescerà addosso nuovi stereotipi: chissà chi segnerà il primo gol nel nuovo stadio, nella prima fatidica partita? Nella capsula del passato, zoom sull’inaugurazione del “primo” San Siro (sponsorizzato da Pirelli, in veste mecenatesca) fu un’amichevole tra Inter e Milan. Il derby finì con un punteggio tennistico, 6 a 3 per i nerazzurri. Ma il primo gol lo segnò un giocatore del Milan, Giuseppe Santagostino detto “Pin”. Aveva venticinque anni. Fu un interno destro assai prolifico: nelle 236 presenze con la maglia del Milan, segnò ben 106 reti (in serie A furono 103). E’ tuttora nella “top ten” della classifica milanista guidata da Gunnar Nordahl, all’ottavo posto. Si ritirò dall’attività nel 1935, continuò a lavorare nella società come allenatore della squadra ragazzi. “Il vivaio Santagostino” divenne una delle “cantere” più famose del tempo. Scomparve il primo aprile del 1955. Milano mostrava ancora i segni dei bombardamenti. La Scala viveva i trionfi della Callas, il 5 marzo andò in scena la leggendaria prima della Sonnambula con la regia di Luchino Visconti e la direzione di Leonard Bernstein. In Duomo, nelle grandi cerimonie officiava l’arcivescovo Giovanni Battista Montini che sarebbe diventato Paolo VI e avrebbe concluso ed attuato il riformatore Concilio Vaticano II. Il Milan avrebbe vinto lo scudetto della stagione 1954/55, guidato dall’attacco “atomico” formato da Nordahl “il Pompiere”, da Juan Alberto Schiaffino detto “Pepe” e Nils Liedholm, “il Barone”. In porta c’era Lorenzo Buffon, prozio di Gianluigi.

L’Inter, invece, chiuse all’ottavo posto. Ma aveva il fantasista LennartNackaSkoglund che ho conosciuto perché abitava a due passi da casa mia ed era sempre in una enoteca-bottiglieria di via Paolo Sarpi. Del resto, i suoi dribbling erano…ubriacanti. I tifosi lo adoravano. Faceva coppia con Benito “Veleno” Lorenzi, centravanti malizioso, provocatore e letale. Celebre la beffa che tramò in un derby ai danni di un milanista che stava per tirare un rigore. Fece una piccola buca, approfittando della distrazione di arbitro e rigorista. Il quale incespicò e sbagliò, tra le risate di San Siro. In porta, l’Inter vantava Giorgio Ghezzi, il “kamikaze”, perché usciva alla speraindio ed era uno spericolato. Destino volle che Ghezzi passasse al Milan e Buffon all’Inter.

Erano le domeniche delle schedine. Delle partite di Serie A tutte in contemporanea. Di radiocronache che ci facevano immaginare in bianco e nero. La mia prima volta a San Siro fu il 13 febbraio 1963, quando il Milan giocò contro il Real Madrid nella partita di ritorno dei quarti di Coppa dei Campioni. Ai rossoneri servivano tre reti. Giovanni Lodetti ne siglò una nel primo tempo. José Altafini, appena l’arbitro fischiò l’inizio del secondo, scappò via, attese il passaggio, dribblò un paio di difensori e segnò il secondo gol. Ma il Real si barricò, il grande Alfredo Di Stefano intercettava tutto e di più, persino Gento, Puskas e Amancio, macchine da gol, aiutarono la difesa, in porta Vicente Train che sostituiva l’insormontabile José Araquistain, salvò il Real. Perdemmo, vincendo. Ma San Siro tributò applausi a Ghezzi, David, Trebbi, Bacchetta, Lodetti, Pelagalli, Sani (Dino, maestro del centrocampo, lanci lunghi e perfetti), Altafini, Amarildo, Fortunato, Mora. Che formazione. Mica quella che l’altra sera, a San Siro-Meazza ha perso malamente col Benfica. I tifosi hanno fischiato, delusi ed amareggiati. Lo stadio, pure, ha potenziato il rimbombo tra gli anelli del cupo dissenso. È la democrazia del pallone. Diretta. Passionale. Sincera. San Siro ne è il custode. Poteva esserlo ancora per un altro secolo. Spegnete le luci.

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