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“C’è un giocatore originario della Striscia di Gaza: da anni non vede la famiglia”: parla Gallo, vice allenatore italiano della Palestina di basket

Il collaboratore azzurro racconta le difficoltà di una selezione costretta a prepararsi all’estero: "Tutto quello che ha una bandiera assume un significato enorme. Vogliamo portarla in alto"
“C’è un giocatore originario della Striscia di Gaza: da anni non vede la famiglia”: parla Gallo, vice allenatore italiano della Palestina di basket
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Non hanno una palestra dove potersi allenare. Durante le prequalificazioni per la FIBA Asia Cup 2029 la Turchia gli ha riservato un alloggio. Ma le partite, per ragioni di sicurezza, sono state disputate in Kazakistan. Alcuni di loro non vedono le famiglie da anni a causa del conflitto che ha cambiato gli equilibri in Medio Oriente. Altri hanno perso madri, fratelli e migliori amici durante un bombardamento in un campo profughi. Eppure in poche ore hanno riscritto la storia della pallacanestro. Grazie a una vittoria di 90 (novanta!) punti contro le Maldive, terminata 168-78.

Un risultato così non si era mai visto. “Qualsiasi competizione che coinvolga i simboli nazionali suscita una forte emozione nella popolazione locale. Ogni disciplina sportiva disputata sotto il nome della Palestina riveste un valore identitario importante”. A ilfattoquotidiano.it Gianluca Gallo (30 anni), vice allenatore della nazionale di basket palestinese, ha raccontato difficoltà e obiettivi di un gruppo che vuole ribaltare una quotidianità incerta.

Il vostro risultato contro le Maldive è stato ripreso da tutto il mondo sportivo. Vi sareste mai aspettati un impatto mediatico di questo tipo?
Il record è stato la ciliegina sulla torta: i 168 punti sono una conseguenza del lavoro svolto in queste settimane. Per quanto mi riguarda, però, la vera impresa è stata la prima storica vittoria nella gara precedente contro il Kazakistan. Poi, chiaramente, il successo di 90 punti è una cosa che rimane per sempre.

Com’è nata questa opportunità? Si è offerto lei o è stato contattato da qualcuno?
Mi ha chiamato il capo allenatore, Harry Savaya. Io e lui avevamo lavorato già insieme l’anno precedente in Libano: siamo riusciti a salvare una squadra dalla retrocessione. Appena è stato nominato sulla panchina della nazionale palestinese ha pensato subito a me. Mi ha telefonato e dopo 12 secondi (ride ndr) ho accettato l’incarico. Prima di questa esperienza ho allenato la Virtus Molfetta in Serie B interregionale. Prima ancora Potenza, poi l’assistente a Monopoli e ancora Molfetta. Sono stato anche in Germania. Allenare ancora in Italia? Mi piacerebbe, certo. Ma si devono creare i giusti presupposti.

Cosa la sta colpendo di questi ragazzi?
Ho trovato un gruppo solare. Una storia personale che mi ha fatto riflettere? Ognuno ha la propria. C’è però un giocatore che parla solo arabo. Lui è originario proprio della Striscia di Gaza: è da anni che non vede la sua famiglia. Preferirei non entrare nello specifico, perché anche a lui non piace raccontare troppo di questa situazione. Vi assicuro che è la persona più divertente che abbia mai conosciuto in tutta la mia vita. Nonostante tutto quello che sta passando riesce sempre a trovare un modo per sorridere. E non è scontato.

A livello di logistica, è stato complicato raggiungere i palazzetti?
Per arrivare in Turchia – dove abbiamo fatto il training camp grazie al supporto del Ministero della Gioventù e dello Sport del Paese data l’impossibilità di potersi allenare in Patria – il viaggio è stato abbastanza lungo. Sette giocatori che abitano in Cisgiordania ci hanno messo 36 ore per raggiungere Istanbul. Due provenienti dalla Palestina ci hanno impiegato due giorni. Gli allenatori, invece, sono arrivati dai rispettivi Paesi. Io dall’Italia e Savaya da Malta.

Che tipo di cultura sportiva si respira?
Tutto quello che ha una bandiera assume un significato enorme per loro. Per quanto riguarda il basket giocato, in Palestina hanno un loro campionato. Ovviamente, con squadre limitate. I giocatori mi hanno fatto vedere qualche video: è molto seguito come sport.

Ma qual è il vero obiettivo di questa nazionale?
Noi, inteso come staff tecnico, vogliamo alzare quanto più possibile il power ranking del Paese. In quest’ultima finestra siamo passati dal 104esimo posto al 97esimo: solo il Kuwait ha fatto meglio di noi. Vogliamo portare questa nazionale in alto, perché questi ragazzi non si meritano di stare sotto il 100esimo posto.

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