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Ignorare il peso dell’embargo Usa sul collasso di Cuba sarebbe disonesto. E il silenzio occidentale è complice

Cuba resiste a fatica e con la sua tenacia si conferma simbolo di una passione umana che non vuole cedere alla legge del più forte
Ignorare il peso dell’embargo Usa sul collasso di Cuba sarebbe disonesto. E il silenzio occidentale è complice
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di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Abbiamo ricominciato a parlare di Cuba a causa del ricovero del grande Alessandro Di Battista, che per fortuna ora sta meglio. E immediatamente il dibattito, come spesso accade negli ultimi anni, si è trasformato in una contrapposizione ideologica con schieramenti e tifo da stadio.

In quest’epoca fortemente individualista, segnata dalla crisi delle ideologie e delle religioni, gli scontri sui social (su questa e quella tematica) alimentano un senso di identità rigido che, dividendo le persone in amici o nemici, cerca una sua appartenenza netta, priva di sfumature e complessità.

Comunque, al di là delle banalizzazioni da social, è innegabile il drammatico collasso del sistema sanitario cubano. Per decenni Cuba ha rappresentato un paradosso che dava fastidio all’Occidente e che molti faticavano ad accettare. Un Paese povero, sottoposto per oltre sessant’anni a un embargo economico soffocante da parte degli Stati Uniti, era riuscito a costruire uno dei sistemi sanitari più efficienti e universalistici del mondo. L’assistenza sanitaria era gratuita. La prevenzione costituiva una priorità nazionale.

L’alfabetizzazione aveva raggiunto livelli vicini al 100 per cento.
La malnutrizione infantile era stata sostanzialmente eliminata. La formazione universitaria era accessibile a tutti e il numero di medici per abitante era il più alto del pianeta: 8,4 ogni mille abitanti, contro circa 2,6 negli Stati Uniti. Naturalmente Cuba non era, e non è, il paradiso terrestre, ma sul terreno della salute pubblica aveva ottenuto risultati che molti Paesi ricchi non sono mai riusciti a raggiungere.

Oggi, però, la situazione è diventata drammatica. Mancano farmaci essenziali, dispositivi medici, anestetici e migliaia di interventi chirurgici vengono rinviati. Le famiglie sono costrette a procurarsi i farmaci attraverso il mercato nero, a prezzi spesso proibitivi. La sopravvivenza dei bambini con tumore, che aveva raggiunto circa l’80 per cento, ora sembra sia scesa intorno al 65 per cento per la carenza di farmaci di prima linea.

Le responsabilità sono certamente complesse. Esistono problemi interni e scelte politiche discutibili. Ma ignorare il peso delle sanzioni economiche sarebbe intellettualmente disonesto. Da decenni Cuba vive una condizione che limita fortemente l’accesso a tecnologie, materiali sanitari, componenti industriali, farmaci e strumenti indispensabili per il funzionamento di un moderno sistema sanitario. Quando si colpisce un’economia per decenni, prima o poi il conto arriva anche negli ospedali. E a pagarlo sono i cittadini.

Durante la pandemia abbiamo visto medici cubani partire per ogni parte del mondo. Sono arrivati anche in Italia, quando il nostro sistema sanitario era sotto una pressione enorme. Hanno lavorato negli ospedali, nelle terapie intensive, nelle zone più colpite dall’emergenza. Nel 2026 quegli stessi medici operano in ospedali dove spesso manca tutto l’essenziale.

E quegli stessi medici continuano anche adesso a venire in Italia perché mancano medici e infermieri, abbiamo liste d’attesa interminabili, perché da noi si preferisce investire in armi che in spesa sanitaria che nel 2025 è scesa al 6,2% del Pil (Dati Gimbe). Siamo ultimi nel G7 per spesa pro capite e spendiamo circa 36 miliardi in meno rispetto alla media dei Paesi europei.

Dovremmo avere l’onestà di riconoscere questa contraddizione e di ammettere che la salute non può essere sacrificata per gli interessi geopolitici del potente di turno. Quando la politica internazionale produce questo risultato siamo di fronte a un fallimento morale. E il silenzio dell’Occidente, in questo caso, rischia di renderci complici. Ciò impone, a tutti noi, l’urgenza di un ripensamento radicale delle nostre (cioè del blocco occidentale) responsabilità in questa fase di caos globale e di difficile transizione al mondo multipolare.

I doppi standard sono così evidenti da suscitare ribrezzo: embarghi, sanzioni, isolamento e attacchi militari per i paesi non allineati allo standard angloamericano, piccoli rimproveri e zero provvedimenti per quelli che Usa e Ue considerano partner di ferro (anche se stanno commettendo un genocidio in diretta streaming da anni).

Cuba resiste a fatica e con la sua tenacia si conferma il simbolo non di un’utopia realizzata o destinata alla vittoria, ma quantomeno di una passione umana che non vuole cedere alla legge del più forte, al principio di competizione che cancella la solidarietà, al Mercato come dio implacabile e indiscutibile. Esistono nel mondo focolai di resistenza al neoliberalismo, vanno sostenuti non solo per motivi politici, ma perché la salute dipende ampiamente dalle condizioni ecologiche e socioeconomiche di una civiltà, dalla sua equità e dalla possibilità di vivere in pace.

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