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La solitudine, la fatica e la speranza di una cura impossibile. Così la famiglia di Pietralata è andata a fondo. Indagini su messaggi, contatti e telefonate

Nessun dubbio sull'ipotesi di un omicidio-suicidio, ma gli inquirenti vogliono capire se in qualche modo le speranze di un trattamento in Messico per la bimba siano state alimentate
La solitudine, la fatica e la speranza di una cura impossibile. Così la famiglia di Pietralata è andata a fondo. Indagini su messaggi, contatti e telefonate
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Tre viaggi in Messico, almeno 300mila euro spesi, una speranza inseguita fino all’ultimo e una vita familiare progressivamente schiacciata dalla necessità di cure e supporto per la malattia di una bimba piccola, dalle difficoltà economiche. È dentro questa storia, ancora tutta da ricostruire e di cui emergono dettagli e sfaccettature con il passare dei giorni, che gli investigatori cercano di ricostruire quanto avvenuto in via dell’Antracite, a Pietralata (Roma), dove lunedì sono stati trovati morti Luca Abbasciano, 42 anni, la moglie Valentina Pambianco, 41, la loro figlia Bianca, cinque anni, e il cane di famiglia. Nessun dubbio sull’ipotesi investigativa di un omicidio-suicidio, ma gli inquirenti vogliono capire se in qualche modo le speranze di un trattamento per la bimba siano stata alimentate.

I corpi sono stati trovati nella camera da letto dell’abitazione, insieme a una pistola regolarmente detenuta. Nei biglietti lasciati prima della morte si legge: “Vivere con una bambina disabile è difficile. Da soli non ce la facciamo più”. Una solitudine forse ampliata dal periodo estivo quando i caregiver patiscono maggiormente la responsabilità e la fatica di prendersi cura di una persona cara (leggi l’articolo di Renato La Cara).

Le indagini

Ma è soprattutto nei mesi e negli anni precedenti che i carabinieri stanno cercando le risposte. Nei prossimi giorni saranno esaminati i telefoni della coppia: messaggi, telefonate e contatti potrebbero aiutare a capire a chi si fossero rivolti, quali speranze avessero riposto nelle cure tentate per Bianca e se qualcuno avesse alimentato aspettative considerate irrealistiche.

La bimba era nata il 13 novembre 2020, prematura di circa due mesi, al settimo mese di gravidanza. Le sue condizioni erano apparse subito molto gravi. Secondo i racconti di persone vicine alla famiglia, alla nascita i medici avevano prospettato ai genitori una situazione estremamente difficile. La bambina aveva una paralisi cerebrale, gravi problemi motori e cognitivi ed epilessia. Non camminava, non parlava e non era autonoma nell’alimentazione. Le crisi epilettiche potevano richiedere ricoveri e cure intensive.

Valentina aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alla figlia. Luca, tecnico informatico, aveva cominciato a lavorare in smart working. Le giornate della famiglia erano diventate un susseguirsi di terapie, visite, ricoveri e spostamenti nei centri specializzati. La madre, raccontano gli amici, non riusciva a darsi pace per le condizioni della figlia. Si chiedeva cosa fosse successo durante il parto e perché, durante la gravidanza, non ci fossero stati segnali che facessero prevedere una situazione così drammatica. Allo stato però non risulta che la coppia avesse intentato causa contro l’ospedale o ci fossero ipotesi di colpa medica sulla condizione della bimba .

La “cura” in Messico

Poi è arrivata la ricerca di una cura oltre i confini italiani. Attraverso internet e i contatti con altri genitori di bambini affetti da patologie gravi, come riporta La Repubblica – i due genitori Luca e Valentina sono entrati in contatto con il neuroscienziato messicano José Roberto Trujillo e con il trattamento promosso dalla sua azienda a Monterrey. Si tratta di una terapia sperimentale basata sull’impiego di radiofrequenze e campi elettromagnetici, proposta per alcune patologie neurologiche, tra cui la paralisi cerebrale. Sull’efficacia di questo trattamento la comunità scientifica ha espresso dubbi. L’azienda che lo promuove sostiene di avere ottenuto un riconoscimento da parte dell’autorità regolatoria messicana per lo studio sulla paralisi cerebrale, ma il trattamento non ha ottenuto l’approvazione della Food and Drug Administration statunitense. Per Luca e Valentina, però, quella possibilità era diventata una speranza concreta.

Sono almeno tre i viaggi compiuti dalla coppia a Monterrey. Ogni ciclo di trattamento sarebbe costato tra i 70 e gli 80mila euro, per una spesa complessiva che, secondo i racconti di chi li conosceva, avrebbe raggiunto almeno i 300mila euro. All’inizio avrebbero utilizzato i propri risparmi. Poi sarebbero arrivati gli aiuti di amici e conoscenti. A differenza di altre famiglie, non avrebbero voluto ricorrere a una raccolta fondi strutturata o trasformare la malattia della figlia in una forma di esposizione pubblica. Avrebbero cercato di sostenere autonomamente i costi delle trasferte e delle terapie.

In Messico, secondo quanto raccontato da persone vicine alla famiglia, i genitori avevano percepito qualche miglioramento nelle condizioni della bambina. Quanto fosse effettivamente riconducibile alle terapie e quanto fossero solide quelle aspettative è ora uno degli aspetti che gli investigatori intendono chiarire. Ogni ritorno a Roma, però, avrebbe riportato la famiglia davanti alla realtà quotidiana. Bianca continuava ad avere bisogno di assistenza costante e le condizioni di salute rimanevano gravissime. La speranza, però, non sembrava spegnersi. Anzi, proprio la convinzione che potesse esistere una possibilità di miglioramento avrebbe spinto i genitori a cercare nuove risorse per un altro viaggio. Ed è qui che, secondo le persone che conoscevano la famiglia, sarebbero cominciate a pesare anche le difficoltà economiche. Quelle parole sono ora tra gli elementi più importanti per comprendere lo stato d’animo della coppia. Non sono però, da sole, una spiegazione della tragedia: gli investigatori dovranno stabilire quale fosse la situazione concreta della famiglia nelle ultime settimane e quali fattori abbiano contribuito alla decisione finale.

Cosa sappiamo

La famiglia, secondo quanto riferito dal presidente del IV Municipio Massimiliano Umberti, era conosciuta dai servizi sociali. “Era una famiglia normale, persone perbene”, aveva detto Umberti, spiegando che la bambina era affetta da una disabilità grave e che il nucleo familiare era seguito dai servizi sociali. Anche i vicini ricordano una famiglia affiatata. E il legame tra Bianca e il cane era particolarmente forte. Teo, il cane che lunedì è stato trovato morto accanto ai corpi della famiglia, faceva parte di quella quotidianità costruita attorno alla bambina.

Sul piano politico e sociale, la tragedia ha riacceso il dibattito sull’assistenza alle famiglie che si prendono cura di persone con disabilità gravi. L’associazione Caregiver familiari uniti ha chiesto al Parlamento di intervenire con una legge nazionale sul caregiver familiare, sottolineando il peso dell’assistenza quotidiana e il rischio che le famiglie rimangano sole. Anche esponenti politici hanno sollecitato un intervento legislativo.

Un richiamo alla necessità di non lasciare sole le persone più fragili è arrivato anche dal cardinale vicario di Roma, Baldo Reina. Senza entrare nel merito delle responsabilità, ancora da accertare, Reina ha parlato della sofferenza che può rimanere invisibile dietro le porte delle case e della necessità di rafforzare la prossimità e la capacità della comunità di accorgersi di chi è in difficoltà.

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