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Ti ricordi… il Massacro della Bombonera: l’arbitro Massaro e il Milan campione del mondo tra sangue e arresti

Nel 1969 i rossoneri di Nereo Rocco vinsero l'Intercontinentale contro l'Estundiates: il ritorno a Buenos Aires fu una caccia all'uomo, con il direttore di gara cileno che tentò di tenere insieme una partita diventata uno scempio
Ti ricordi… il Massacro della Bombonera: l’arbitro Massaro e il Milan campione del mondo tra sangue e arresti
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Venite tranquilli”. Sa tanto di “stai sereno”, sebbene la prima rassicurazione venga 45 anni prima di quella renziana. È il 1969 e il Milan di Nereo Rocco vincitore della Coppa dei Campioni si gioca l’Intercontinentale contro l’Estudiantes. L’andata è a senso unico, i rossoneri vincono tre a zero contro la squadra che annovera tra i titolari Carlos Bilardo e “la bruja” Ramon Veron, padre di Juan Sebastian. Sormani ne segna due, l’altro lo realizza Nestor Combin, argentino di nascita, ma naturalizzato francese. Se la gara sul piano tecnico non ha avuto storia gli argentini hanno però fatto sentire i tacchetti agli italiani, parecchio. Troppo secondo la dirigenza del Milan. Preoccupata per il ritorno, a Buenos Aires invece che a La Plata, chiede garanzie al presidente avversario: “Ma certo, venite, venite tranquilli” è la risposta. L’arbitro scelto è Domingo Massaro: chiare origini italiane ma nato 99 anni fa a Iquique, in Cile. Passato da calciatore professionista, centrocampista prima della Sportiva Italiana e poi dell’Audax Italiano.

Ha giocato con la Nazionale cilena ai Giochi Panamericani del 1951, conquistando il bronzo, e l’anno dopo è stato olimpionico a Helsinki. Poi quello che in ambito giudiziario sarebbe un “cambio di toga”: entrando nella schiera degli arbitri internazionali. È protagonista di grandi sfide della Libertadores e, soprattutto, conosce già molto bene l’Estudiantes. Nel 1968 ha diretto la finale d’andata contro il Palmeiras; nel maggio del 1969 quella tra Nacional ed Estudiantes. Ha già incontrato dunque quella squadra, i suoi uomini, i suoi trucchi, il suo calcio. E forse anche per questo, quando il 22 ottobre si presenta alla Bombonera, sa che non sarà una partita come le altre.

Buenos Aires ribolle, le macchinette del caffè in particolare, come racconterà Giovanni Lodetti: all’ingresso in campo i milanisti vengono accolti da lanci di caffè bollente, e non solo. Tra insulti e roba che arriva addosso la squadra del Paròn interrompe il riscaldamento. Quando finalmente si comincia, l’Estudiantes non ha alcuna intenzione di lasciar giocare il Milan. Prati viene colpito, cade, e Poletti gli rifila un calcio mentre è a terra. Massaro vede, lascia correre. Poi arriva la giocata che sembra chiudere definitivamente la faccenda: un’azione del Milan, Rivera supera Poletti e deposita il pallone in rete. Uno a zero. Quattro a zero nel conto complessivo. È allora che la partita smette definitivamente di essere una partita.

Prati viene colpito ancora, deve uscire in barella. Combin, il francese nato argentino, diventa il bersaglio principale. Aguirre Suárez lo colpisce al volto. Il naso si spezza, il sangue scende sulla maglia, il volto si gonfia. La madre di Combin è sugli spalti e assiste a tutto. È una delle immagini più atroci di quella notte: una madre che guarda il figlio massacrato mentre gioca una finale mondiale. L’Estudiantes segna due volte prima dell’intervallo. Conigliaro, poi Aguirre Suárez. Due a uno. Ma il Milan è ancora campione del mondo.

Massaro, intanto, continua a stare in mezzo alla tempesta. È facile, col senno di poi, trasformarlo nel simbolo dell’arbitro connivente, quello che avrebbe permesso agli argentini di fare ciò che volevano. La storia, però, è un po’ più complicata. La stampa italiana del giorno dopo lo difende, parla di un arbitro coraggioso, autoritario, capace di mantenere in piedi una partita ormai sul punto di saltare definitivamente. Alla fine Massaro espelle Aguirre Suárez e Manera. Due espulsioni che non cancellano quello che è accaduto prima, ma raccontano un arbitro costretto a governare l’ingovernabile. Eppure Poletti resta in campo. È questa forse la macchia che più gli rimarrà addosso.

Il fischio finale arriva dopo un’ora e mezza che ha poco a che vedere con il calcio. Estudiantes-Milan finisce 2-1. La Coppa è rossonera. I giocatori del Milan festeggiano, ma non c’è quasi nulla da festeggiare. È una vittoria ottenuta attraversando un campo minato. E la storia non è ancora finita. Combin, ancora sanguinante, viene arrestato dalla polizia argentina. L’accusa è di non aver assolto agli obblighi militari in Argentina. È una scena surreale: l’uomo con il volto tumefatto, vittima degli agguati, finisce in carcere. Rimarrà dentro per ore, prima che la sua posizione venga chiarita col Milan che si rifiuta di lasciarlo in Argentina: “Senza di lui non partiamo”. Nel frattempo vengono arrestati anche Poletti, Aguirre Suárez e Manera. I tre dell’Estudiantes finiranno a Villa Devoto. Poletti verrà radiato, Aguirre Suárez squalificato per anni, Manera per un periodo altrettanto pesante.

L’Argentina, quella mattina, si vergogna. El Gráfico parlerà della “pagina più nera del calcio argentino”. Il presidente Onganía interviene personalmente. La Bombonera, quella notte, ha mostrato al mondo qualcosa che il calcio avrebbe voluto dimenticare. E Massaro? Di lui resta poco: una bottigliata presa durante una finale di Libertadores tra Santos e Penarol, un derby pirotecnico diretto tra Universidad de Chile e Universidad Catolica, poi la morte un anno fa e il ricordo del “Massacro de la Bombonera”. Ma forse la vera fotografia di quella notte non è il sangue di Combin, né i pugni, né gli arresti. È Massaro. Un uomo solo, in mezzo al campo, che prova a tenere insieme una partita che ormai partita non è più.

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