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Volkswagen, la resa dei conti sui tagli. Blume faccia a faccia con i lavoratori

Il Ceo di Vw vuole ridurre costi e posti di lavoro, in corso incontri con i dipendenti. Se il muro contro muro continuerà, per le fabbriche europee potrebbe spuntare anche la soluzione di un partner cinese
Volkswagen, la resa dei conti sui tagli. Blume faccia a faccia con i lavoratori
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Volkswagen affronta giorni decisivi per il suo futuro. Dipendenti e vertici del gruppo si stanno incontrando faccia a faccia in una serie di riunioni straordinarie nei principali stabilimenti tedeschi. Sul tavolo c’è il nuovo piano di riduzione dei costi voluto dal CEO Oliver Blume. Progetto che potrebbe significare decine di migliaia di posti di lavoro in meno e una Volkswagen molto più piccola rispetto a quella che conosciamo.

Gli incontri (nove in totale, di cui il primo oggi a Wolfsburg) sono stati convocati dal comitato aziendale per chiedere chiarimenti al top management. Le stime (ottimistiche) parlano di almeno 50 mila tagli, mentre secondo Bloomberg la ristrutturazione, nella sua versione più “hard”, potrebbe arrivare a coinvolgere fino a 100 mila lavoratori. Ma in ballo c’è il futuro stesso di alcune fabbriche tedesche.

Blume non nasconde la gravità del momento. “Siamo troppo grandi. Questo spesso ci rende troppo lenti e troppo complicati”, ha detto il manager, definendo la situazione del gruppo “più che critica”. Il colosso di Wolfsburg soffre soprattutto per il calo delle vendite e dei margini in Cina, per gli elevati costi industriali in Germania e per una capacità produttiva che non viene più utilizzata al meglio.

Secondo il management, i costi sono oggi superiori di oltre il 30% rispetto a quelli di aziende comparabili. L’obiettivo è dunque lapalissiano: ridurre (drasticamente) le spese e migliorare la redditività. Tra le ipotesi allo studio c’è anche il taglio di altre 500 mila unità di capacità produttiva annuale in Europa. A questo si aggiungerebbero una struttura manageriale più snella e una riduzione del numero di modelli e varianti offerte.

Il problema è che Blume non può semplicemente imporre il piano. La particolare governance di Volkswagen assegna un peso molto forte ai rappresentanti dei lavoratori e al Land della Bassa Sassonia, azionista del gruppo e dotato di poteri importanti sulle decisioni strategiche. A luglio il consiglio di sorveglianza, nel quale siedono anche i rappresentanti dei dipendenti, ha già respinto le ultime proposte di riduzione dei costi.

Il clima è, comprensibilmente, molto teso. La potente IG Metall giudica poco realistici gli obiettivi di redditività fissati dal management e si è evocata anche la possibilità di scioperi. La posizione del sindacato è chiara: i dipendenti hanno già accettato decine di migliaia di riduzioni occupazionali e non possono essere chiamati ancora una volta a pagare per gli errori compiuti negli ultimi anni sul software, sull’elettrico e sulla strategia in Cina.

La pressione, nondimeno, arriva anche dagli azionisti. Porsche SE, la holding della famiglia Porsche-Piëch che controlla Volkswagen, chiede al management di accelerare la ristrutturazione. E si tratta di una questione prettamente finanziaria. Il calo degli utili di Volkswagen (e della stessa Porsche) sta infatti riducendo anche i dividendi destinati alla famiglia.

A questo punto il problema per Volkswagen è capire anche cosa resterà dopo gli eventuali tagli. Per decenni il gruppo è cresciuto puntando su grandi fabbriche, tanti modelli e centinaia di migliaia di dipendenti. Ora quel modello non funziona più come prima. Ed è paradossale, se si pensa che secondo gli ultimi dati di vendita vetture come Golf, T-Roc e Tiguan restano tra le più amate a livello continentale. Il che suggerisce che il problema non è la massa di immatricolazioni, quanto piuttosto il margine di guadagno che se ne ricava. Su cui l’azienda deve poter contare per i programmi di ricerca e sviluppo, che ne garantiscano la sopravvivenza negli anni a venire.

In ogni caso, se il muro contro muro con i lavoratori dovesse continuare, Wolfsburg potrebbe essere costretta a cercare altre strade per riempire gli stabilimenti e abbassare i costi. Una di queste porta proprio verso la Cina. Ad aprile Blume ha confermato che Volkswagen sta valutando la possibilità di mettere parte della capacità produttiva europea a disposizione dei suoi partner cinesi, tra cui SAIC, FAW e JAC. Il gruppo tedesco è inoltre azionista di Xpeng. E proprio Xpeng ha confermato nei mesi scorsi di aver discusso con i piani alti di Wolfsburg la possibilità di trovare uno stabilimento in Europa, anche se non è stata presa alcuna decisione.

Sarebbe un curioso (e sintomatico) segno dei tempi. I costruttori di Pechino sono oggi tra i concorrenti che più preoccupano l’industria europea, ma potrebbero diventare anche una delle soluzioni per tenere in attività alcune delle sue fabbriche. E magari salvare una parte dei posti di lavoro che Volkswagen oggi considera di troppo.

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