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L’alpinismo al femminile contro pregiudizi e stereotipi: “L’attrezzatura tecnica ancora non considera le caratteristiche del corpo delle donne”

Le parole di Deborah Bionaz: "Sono cresciuta ammirando le foto e i video di alpiniste incredibili. Ricordo Catherine Destivelle che scalava il Monte Bianco al settimo mese di gravidanza"
L’alpinismo al femminile contro pregiudizi e stereotipi: “L’attrezzatura tecnica ancora non considera le caratteristiche del corpo delle donne”
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Per una donna, affermarsi nel mondo dell’alpinismo è ancora un percorso ripido tanto quanto una scalata in alta quota. Nonostante la storia recente vanti imprese gloriose di atlete, queste non hanno del tutto scalfito una narrazione di montagna tutta al maschile che ha dominato per decine e decine di anni. È così che stereotipi e pregiudizi continuano a farsi sentire e persino a influenzare il mondo dell’abbigliamento tecnico.

Lo sa bene Deborah Bionaz, alpinista, già assessora al Turismo e allo Sport di Cogne e prima donna ad aver firmato una guida sullo scialpinismo in Valle d’Aosta. “Mentre scrivevo la guida, assieme alla mia collega Ilaria Sonatore, pensavo alle critiche che avremmo potuto ricevere una volta pubblicata: una guida firmata da due giovani autrici ed entrambe sotto il metro e sessanta” – scherza Bionaz – D’altronde la mentalità in passato ha sempre ritenuto le donne con caratteristiche fisiche e mentali non adatte all’alpinismo. A due anni dall’uscita, devo dire che l’opera è stata accolta bene, anche se alcune battute infelici non sono mancate”.

Considerando il panorama nazionale, la presenza di guide alpine donne iscritte all’albo è meno del 3%. Per questo, non stupisce che a Bionaz venga chiesto: “Ma l’avete scritta tutta da sole? Non avrei mai immaginato che una donna potesse fare una guida così bene”.

Questo divario di genere culturale ha influenze dirette anche nel mercato dell’equipaggiamento da montagna. Anche questo Bionaz lo ha scoperto – letteralmente – sulla sua pelle. “È vero che ho un piede piccolo, porto il 35 come numero di scarpa, ma il problema va al di là della mia personale difficoltà nel trovare scarponi da alpinismo”, dice a ilFattoQuotidiano.it, “il mercato dell’attrezzatura tecnica non considera minimamente le caratteristiche del corpo delle donne. Sono ancora troppi i marchi che fanno prodotti unisex, quindi da uomo a cui le donne devono adattarsi, oppure che fanno prodotti femminili impregnati di stereotipi, come gli scarponi rosa Barbie o caratterizzati da una qualità meno performante rispetto a quelli maschili”.

La battaglia di Bionaz percorre principalmente due strade. Da una parte, essendo direttrice della rivista di settore Skialper ha modo di fare tanti test legati all’attrezzatura di alpinismo, scialpinismo e trail running. “È importante dialogare con chiarezza coi brand e non solo lavorare per le donne ma con le donne; quindi, per rendersi conto delle accortezze del fisico femminile è fondamentale che i tester siano donne”.

Dall’altra serve un cambio di passo culturale: “Cerco di stimolare le ragazze a informarsi e ad arrivare pronte a richiedere un prodotto performante come quello maschile. Insomma: a non farsi comprare per forza lo sci dal fidanzato”. Per cambiare le cose c’è bisogno di continuare a raccontare di donne che ce l’hanno fatta. In Valle d’Aosta negli ultimi anni si moltiplicano eventi come “Riverberi. Storie di Comunità” dove, attraverso personalità provenienti dal mondo della cultura, della ricerca, della divulgazione e della società civile, si sviluppano ampie riflessioni sul territorio, come il tema della donna e della montagna.

“Io sono cresciuta ammirando le foto e i video di alpiniste incredibili. Come Catherine Destivelle che ha rivoluzionato il mondo dell’alpinismo con le sue arrampicate in solitaria. Ricordo che da ragazzina mi impressionò molto una foto che la ritraeva scalare una parete di granito sul Monte Bianco al settimo mese di gravidanza. Uno scatto che racconta di come quello che per l’immaginario comune è uno dei momenti più fragili per una donna, possa anche essere vissuto in modo sereno, non limitante”, conclude Bionaz. “Se fossi cresciuta con soltanto gli esempi di Walter Bonatti o Reinhold Messner forse non mi sarei potuta immedesimare e non avrei intrapreso questa strada. Le donne alpiniste mi sono state di esempio e sono sicura che possano esserlo anche per tante altre”.

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