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Siria, caduto Assad non finiscono le torture. La morte in custodia di un ex Casco Bianco solleva di nuovo la questione delle violenze della polizia

A scatenare la protesta è la morte di Mohammad Ghamira, 29 anni: padre di due figli, è stato arrestato per un presunto furto. Dalla stazione di polizia è poi finito in ospedale, dove è morto. L'uomo era affetto da emofilia e i parenti ritengono che le botte prese durante il fermo possano aver provocato le ferite letali
Siria, caduto Assad non finiscono le torture. La morte in custodia di un ex Casco Bianco solleva di nuovo la questione delle violenze della polizia
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La “nuova” Siria ha sistemi di polizia e pestaggi simili alla vecchia, quella di Assad. A scatenare la protesta è la morte di Mohammad Ghamira, 29 anni: padre di due figli, è stato arrestato per un presunto furto. Dalla stazione di polizia è poi finito in ospedale, dove è morto. Ghamira era affetto da emofilia e i parenti ritengono che le botte prese durante il fermo possano aver provocato le ferite letali.

Dopo il funerale, è montata la protesta. I funzionari del governo del presidente Ahmad al-Sharaa – ex leader di Al Qaeda e poi di Hay’at Tahrir al-Sham – conoscono bene l’importanza del tema delle torture da parte delle forze governative, perché è un argomento che loro stessi hanno denunciato durante la sollevazione al regime di Assad. Quando sul web la foto di Ghamira sorridente, prima dell’arresto, è stata appaiata a quella di lui sul letto di ospedale coperto di lividi, suscitando indignazione, il governo degli ex jihadisti ha capito che non poteva girarsi dall’altra parte. Anche perché Ghamira, ad Aleppo, era stato un volontario nei Caschi Bianchi, l’organizzazione di primo soccorso che durante la guerra civile aveva il compito di soccorrere la popolazione che si trovava nelle aree contese tra estremisti islamici e truppe governative, appoggiate da Russia e Iran. Dunque, c’è anche un paradosso: la polizia del nuovo governo avrebbe usato la mano forte con un siriano che si era schierato contro il regime di Assad.

Quando gli ex jihadisti sono riusciti a cacciare il dittatore, hanno aperto le prigioni e denunciato ciò che a fatica era stato diffuso dai media internazionali: la polizia di Assad si era macchiata di torture ed esecuzioni di massa. Oggi, secondo un dossier sviluppato da Syrians for Truth and Justice (STJ), organizzazione sostenuta dall’Unione europea e dal Ceasefire Centre for Civilian Rights, la situazione tra giugno 2025 e giugno 2026 non è migliorata, tanto che “percosse violente, scosse elettriche, umiliazioni, minacce, privazione dei beni di prima necessità e decessi in custodia continuano a essere pratiche comuni per mano di diversi attori delle forze di sicurezza e militari”. Syrians for Truth and Justice basa la sua denuncia sulla raccolta di 19 testimonianze e sullo studio di 14 casi di persone sottoposte a tortura o che hanno perso la vita mentre erano nelle mani di persone addette alla sicurezza, che possono far parte di svariati organismi. Questo è un punto non indifferente. L’organizzazione scrive: “Gli episodi documentati in questo rapporto non indicano un unico apparato di detenzione o un’unica catena di comando centralizzata che diriga tutte le violazioni. Piuttosto, rivelano molteplici strutture di detenzione sovrapposte, composte da servizi di sicurezza e di polizia, formazioni militari, fazioni armate e forze locali, nonché strutture temporanee o non dichiarate”. Insomma, nella Siria di al-Sharaa si può morire anche per un arresto in base a una accusa banale, come quella mossa a Ghamira, ritenuto responsabile di aver sottratto una somma di denaro. Uno zio dell’uomo, in un’intervista video all’agenzia di stampa statale Sana, ha detto che la famiglia aveva informato il capo della polizia di al-Haffah sullo stato di salute del loro parente: non doveva essere picchiato perché affetto da emofilia. Fatto è che Ghamira è stato ricoverato nell’ospedale di Latakia, dove poi è morto.

Raed al-Saleh, che era il capo dei Caschi Bianchi ed oggi è ministro per le emergenze e la gestione dei disastri, ha scritto sui social che Ghamira è morto per “complicazioni dovute a emorragie cerebrali e grastrointestinali conseguenti a un pestaggio subito dopo essere stato arrestato nella stazione di polizia di al-Haffah”. Il ministero dell’Interno ha promesso un’inchiesta e sette funzionari sono stati convocati per essere interrogati. Se questo sarà sufficiente a chiarire cosa è accaduto a Ghamira, si vedrà. Di certo il dossier Syrians for Truth and Justice denuncia: “Il cambio di autorità politica non è ancora stato accompagnato dall’effettivo smantellamento delle strutture e delle pratiche che rendono possibile la tortura. Non si può costruire una transizione basata sullo stato di diritto finché persistono le detenzioni clandestine, la mediazione, gli scambi e le garanzie di sicurezza si sostituiscono al processo giudiziario, o la responsabilità viene applicata selettivamente ai crimini del precedente regime senza garantire che vengano indagate anche le violazioni commesse dagli attori attuali”.

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