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Siria, la ricostruzione del paese non tiene conto dei diritti umani

Oltre tre milioni e mezzo di persone stanno tornando in patria dopo lo sfollamento: abitazioni distrutte, villaggi senz'acqua ed elettricità, niente servizi medici e scuole
Siria, la ricostruzione del paese non tiene conto dei diritti umani
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A marzo il governo di transizione siriano ha pubblicato il proprio piano di ripresa nazionale. Nei mesi successivi, sono stati mobilitati miliardi di dollari in aiuti, finanziamenti e investimenti internazionali: alcuni già inviati, altri promessi. Gli Stati del Golfo sono in prima fila. L’Unione europea, dal canto suo, ha promesso 620 milioni di euro in aiuti umanitari e per la ripresa socioeconomica del paese.

Le autorità di Damasco hanno di fronte un compito immane. Secondo la Banca mondiale, per ricostruire la Siria occorreranno fino a 345 miliardi di dollari. Alcune opere sono in corso: a Homs ha riaperto il ponte al-Rastan, un’arteria fondamentale che collega varie province siriane, così come a Raqqa il ponte Rashid sull’Eufrate. Grazie ai fondi della Banca mondiale l’infrastruttura elettrica nazionale è in fase di riabilitazione. Ciò premesso, la ripresa di un paese distrutto da oltre un decennio di conflitto sta tenendo conto delle necessità e dei diritti umani delle comunità maggiormente colpite? Le sta consultando? Secondo Human Rights Watch, che ha reso note le conclusioni di una propria ricerca sul campo, no.

In sintesi, molte delle persone che stanno tornando nelle proprie zone dopo lunghi periodi di sfollamento o riparo all’estero – oltre tre milioni e mezzo, secondo l’International Rescue Committee – trovano le loro abitazioni distrutte; i villaggi sono privi di infrastrutture idriche ed elettriche, di servizi medici e di strutture scolastiche. Ad esempio, a Ghadfa, nella provincia di Idlib, gli abitanti devono acquistare l’acqua da privati. Il sindaco, Noureddine Othman, ha raccontato che prima della guerra il villaggio aveva 8500 abitanti, cinque scuole e un ospedale; ora gli abitanti sono 13000 e le case con un tetto sopra la testa sono solo sette. Si vive nelle tende.

Le decisioni riguardanti la ricostruzione dei centri maggiormente distrutti vengono prese senza consultare le persone direttamente interessate e senza prevedere meccanismi per presentare reclami o richieste di risarcimento. A Homs, Aleppo e Damasco questa modalità decisionale dall’alto ha provocato proteste.

I reclami riguardanti le case, le terre e le proprietà oggetto delle requisizioni dell’era Assad non vengono ancora presi in considerazione. Il decreto 66 del 2012, usato per sfollate migliaia di persone senza possibilità di ricorrere o di ottenere risarcimento, è stato sospeso ma non abolito. Lo stesso dicasi per la legge 10 del 2018, secondo la quale il diritto di proprietà sarebbe stato annullato a meno che non si fosse presentata entro un lasso di tempo assai breve la documentazione sul possesso di un bene: un requisito impossibile all’epoca, in un paese di sfollati.

A Jobar, uno dei quartieri orientali di Damasco con un tasso di distruzione del 95 per cento, le autorità hanno informato gli abitanti rientrati che non avrebbero potuto ricostruire autonomamente le loro abitazioni: ne sarebbero state fornite di nuove, grazie a investimenti privati stranieri, ma con una superficie calpestabile inferiore del 50 per cento rispetto a prima e ciò sarebbe valso come risarcimento.

Questo, non solo adesso ma in prospettiva, è un grande problema: il progetto governativo “Siria senza campi” prevede la chiusura dei rifugi per le persone sfollate entro il 2027 (peraltro, molte hanno già dovuto tornare a casa dai campi del nordest della Siria a seguito della fine degli aiuti umanitari statunitensi). Come sarà possibile rientrare in modo degno e rispettoso dei diritti?

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