Francesco Guccini è una parte di me: nessuno come lui ha unito ideale e realtà
Ho sempre immaginato la morte di Francesco Guccini come l’unico tema di cui avrei mai potuto scrivere in prima persona. Il motivo è banale: da quando faccio il giornalista mai un avvenimento pubblico si è intrecciato così strettamente col mio privato, e probabilmente mai più accadrà. Il Maestrone fa parte del mio mondo intimo – direi del mio inconscio – da quando ero bambino: l’ho assorbito dalla mia mamma come un patrimonio genetico, trasformandolo in un culto che mi ha accompagnato in particolare durante l’adolescenza, quando le ossessioni aiutano a farsi strada nel mondo. La prima canzone a stregarmi da piccolo è stata Don Chisciotte, ascoltata a occhi chiusi in auto durante i viaggi: Il potere è l’immondizia della storia degli umani, urlano in coro Francesco e Flaco, e mentre urlano si trasformano davvero in due romantici rottami in trance idealista, pronti a scagliarsi contro i mulini a vento. Provando a definire la dimensione unica del personaggio – impresa di per sé impossibile – un concetto non troppo inadeguato forse è proprio questo: la fedeltà all’idea. Chi è più idealista dell’eroe pazzo della Locomotiva, che si lancia contro un treno pieno di signori pensando al magro giorno della sua gente? Il pezzo più famoso di Francesco, profondamente figlio del suo tempo, oggi non potrebbe mai essere scritto senza diventare oggetto di interrogazioni parlamentari ed esposti per apologia di terrorismo. Eppure il senso di quei versi è chiaro senza doverlo spiegare: non celebrano un attentato suicida in quanto tale, ma la devozione a un’idea al prezzo della vita, l’illusione di poter riparare qualche torto con il proprio estremo sacrificio. Trionfi la giustizia proletaria, e fanculo i perbenisti. Un’invocazione – rigorosamente a pugno chiuso – che chiudeva tutti i concerti come un rito catartico (senza mai un bis concesso in cinquant’anni di carriera).
È cantando di idee che il Guccio ha saputo raccontare la storia, da quella attraversata in prima persona fino a un passato mitologico e lontano. Ci ha portato nel ’68 – gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni – tra i compagni tramortiti all’improvviso dalla morte del Che. Ci ha fatto svegliare in una prigione della Florida accanto a Silvia Baraldini, l’attivista incarcerata negli Usa con l’accusa di terrorismo. Ha dipinto in modo struggente Genova martoriata nei giorni del G8. Ha interpretato, come fosse sua, l’angoscia esistenziale di Odysseus e il suo navigare per fuggire; i tormenti di Filemazio, astrologo confuso nella Bisanzio sospesa tra due mondi e tra due ere; Cristoforo Colombo alla ricerca di un mondo lontano ed incerto che non sa se ci sia; il suo prozio Amerigo, partito per l’America in cerca di fortuna senza mai perdersi in nostalgie da ricchi. L’idea gucciniana evolve nell’utopia in Auschwitz, dove si immagina il sogno di un genere umano capace di vivere senza ammazzare; o nell’Isola non trovata, la terra incantata che nemmeno re e papi sono in grado di raggiungere. Ma anche nella distopia del Vecchio e il bambino, atto d’accusa sulla distruzione del pianeta quando ancora (siamo nel 1972) il tema non andava di moda. E ovviamente nell’idealizzazione della donna amata: in Cirano, che ama sapendo di non essere mai ricambiato; in Vorrei, la più bella canzone d’amore mai scritta, dedicata a sua moglie Raffaella. O ancora in Autogrill, una poesia incredibile costruita su… un “film mentale”: uanti sarebbero in grado di scrivere un capolavoro su un gioco di sguardi di pochi secondi al bancone di un bar?
Ma la vera cifra di Francesco – quella che lo pone, per me, su un piano diverso da chiunque altro – è aver unito naturalmente l’ideale con la realtà, trasformando in versi indimenticabili anche la mestizia delle nostre esistenze. A cantare l’amore sono buoni tutti (più o meno), ma quanti riuscirebbero a trasformare in poesia una storia che sembrava speciale e invece si rivela normale (Farewell)? O una relazione collaudata e solida, in cui però uno dei due sente di non poter trasmettere all’altro il suo universo interiore (Vedi cara)? O addirittura la vita di una coppia di anziani annoiati senza più stimoli se non grattarsi? (Canzone quasi d’amore, un capolavoro assoluto). Per non parlare della sua Opera buffa, il repertorio di brani surreali dedicati a temi piuttosto anti-lirici (La Fiera di San Lazzaro, per esempio, finisce descrivendo la masturbazione di una vecchia signora contro un paracarro). Non è contraddittorio quindi che l’idealismo di Guccini si accompagni a un profondo nichilismo: “Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”, canta in Incontro, altro testo straordinario su un soggetto di per sé deprimente (due amici che si ritrovano dopo dieci anni scoprendosi tristi e invecchiati). Guccini è idealista, ma disprezza l’ideologia e i suoi codici (il suo Eskimo è innocente perché dettato solo dalla povertà) così come i tentativi di incasellarlo e trascinarlo nel tritacarne mediatico (la mitica Avvelenata).
Pur essendo nato nel 1992 – cioè quando Guccini aveva già 52 anni – sono riuscito a vederlo dal vivo ben quattro volte. La prima, a La Spezia, era il 2009 e io ero al terzo anno di liceo. Ricordo l’emozione di quella piccola trasferta come fosse oggi: con me c’era Daria, amica di una vita e sorella di fede gucciniana, con cui avevo socializzato in gita di classe proprio parlando del Maestrone (a 14 anni!). L’ultima volta, invece, ha coinciso con l’ultimo live della sua carriera: il 3 dicembre 2011 a Casalecchio di Reno, alle porte della sua Bologna. Non è stata la sua migliore esibizione: il Guccio aveva passato i settanta, era stanco e appesantito, in qualche passaggio non ce la faceva proprio. Ma a nessuno importava: quel concerto era la storia, e i diecimila che c’erano lo sapevano. Sapevano, soprattutto, che uno come Francesco Guccini non l’avrebbero visto mai più.