Guccini, un virtuoso della lingua, ha scritto sempre la stessa canzone
di Emanuele Maggio
Incontrai Guccini oltre 15 anni fa, in un paesino della Toscana. Non doveva cantare ma parlare di qualcosa, forse di un suo libro. Aspettai che scendesse dal palco per avvicinarlo, feci quasi un agguato, senza pudore e senza vergogna. Riuscii ad incrociarlo mentre andava via ciondolando con quel suo corpaccione, e infilai nella sua mano un bigliettino, un invito per la Biennale Anarchica che un mio amico organizzava nel paese vicino. Bofonchiò un “grazie” senza risparmiare sulle “r”. Ovviamente non venne mai alla Biennale Anarchica, ma ricordo con divertimento che quella sera un po’ ci speravamo, almeno finché un vinaccio troppo economico non deviò i nostri spiriti verso altre chimere. Avevo 20 anni, quante balle si ha in testa a quell’età.
Muore il più telentuoso dei nostri cantautori “classici”: il più letterato, il più verboso, il più affabulatore. Quello che più di tutti ha rappresentato, credo, la dignità letteraria della canzone d’autore italiana. Certo, De Andrè ha congegnato i due miracoli inarrivabili della poesia in musica mondiale: La Buona Novella e Anime Salve. Ma Guccini ha avuto più continuità, più estro poetante, più qualità libresca della scrittura. Guccini costringe l’ascoltatore a concentrarsi per non perdere quel testo che esonda, sfilacciato rispetto alla tabella musicale, salmodiato sopra una musica che arranca.
In Guccini il testo si impone più che in qualsiasi altro cantautore, oltre l’equilibrio armonico di De Andrè, oltre quelle bomboniere, quelle conchiglie di parole e note del maestro Paolo Conte o del suo discepolo Vinicio. Con Guccini entra nella canzone il lessico dei poeti laureati dai nomi poco usati, un rimario forbito e insieme scolastico: si sente Gozzano, Penna, Bertolucci; silenti, senza farsi sentire, ma inequivocabili, Leopardi e Montale.
Guccini riuscì a inserire nelle sue canzoni questi vocaboli: crismi, broccato, plancia, bulla (pontificia), gale, paradisa (dantismo), brancicare, ammennicolo, rovaio, effemeridi, mattane, bitume, baccelliere, cribro, anfesibena. Evidenti i classicismi: barbaglio, trepide, ristette, voluttà, lauro, inconcepita, acciottolio, adoprare, infeltrisce, dipanano, viluppo.
La canzone d’autore è quell’arte pop che ha avuto il pregio di avvicinare al sublime, al dilemma, al misterioso anagramma della cultura, un ampio pubblico di giovani. Per De Andrè le nostre città non sono che “un buio di giostre in disuso”, Paolo Conte riesce a far dondolare un’orchestra “come un palmizio davanti a un mare venerato”, mentre Vinicio sospira “ahi, t’ho vista sporta alla ventana!”.
In questi frammenti vi è dignità della lingua. Il giovane che ascolta comprende la centralità della parola, il suo peso, il suo rimando, le parole possono essere accuratamente scelte per dire esattamente quel che si vuol dire, e per dire esattamente altro da quel che dicono. Dopo l’ascolto, arricchito di un primo alfabeto interiore, il giovane è più propenso a scoprire cosa si nasconde nella lettura silenziosa della pagina scritta, nei grandi varchi che si allargano nella pagina bianca, tra una parola e l’altra.
Ero al liceo quando uscì il penultimo album di Guccini (Ritratti, 2004). La mia fu una delle ultime generazioni studentesche con frange “politicizzate”: l’ultima ad occupare, l’ultima a contestare, l’ultima ad ascoltare Guccini. Molti miei compagni di scuola comprarono quel disco. Si ascoltava in cameretta, allo stereo, guidati dal libretto dei testi, come al cospetto di un’opera lirica. Purtroppo sappiamo che un liceale di oggi non ha più a disposizione queste esperienze autentiche, non prescritte dall’istituzione, se non come ricerca personale, solitaria, in opposizione quasi psichiatrica ai suoi coetanei.
Perché se penso a Guccini penso alla fine. La fine di un’epoca che ha creduto religiosamente nell’uomo dell’Avvenire e che poi ha visto il crollo dei miti. In quelli della sua generazione le due epoche hanno convissuto nell’amarezza. È vero, ci ha detto che l’amare non è poi così diverso dal grattarsi, una comune funzione fisiologica, priva di particolare valore. Ma echi sono sopravvissuti in lui, lontani echi di canti popolari, di un vecchio mondo morto che ancora continua la rivolta dentro una teca da museo.
È un peccato che a Guccini vengano sempre associati il vino e il comunismo: due cose con cui non ha mai avuto molta affinità. Sul finire della sua vita, come succede a molti anziani si è rincoglionito, e come succede a molti rincoglioniti ha votato PD. Ma è stato il più esistenzialista dei nostri cantautori, il più sincero e il più nichilista. Ha scritto sempre la stessa canzone, un’aggregazione lessicosa di lampi, rimpianti, lirismi, che infine si sfaldava nel nulla da cui era partita, dichiarando la resa e il proprio vuoto di senso, come se non fosse mai esistita.
