Arrivederci Francesco. Mi perdonerai se cito solo “Via Paolo Fabbri 43”, il tuo disco capolavoro
di Eugenio Lanza
Arrivederci Francesco. Stamattina hai preso la locomotiva, ma solo per fare un’ultima sciocchezza. D’altro canto ce l’avevi detto, che se anche fossi dovuto andare in America, avresti preso il tram e non certo un aeroplano. Il viaggio stavolta è un po’ più lungo, allora hai cambiato binari; anche per salutarci giovane e bello. Certo, quel maglione rosso è un po’ demodé, ma tu fai conto di stare all’osteria con Lucio e Roberto, perché anche lassù conta solo la sostanza. Non è mica Sanremo, o altri carrozzoni simili da cui hai sempre difeso la tua arte. È una cosa più informale, niente di serio.
E se domattina ti leggi morto da qualche parte, butta il giornale tenendo solo le parole crociate. I cronisti devono pur campare, e ogni tanto peccano d’ignoranza. Non sanno che chi scrive non scompare mai. Semplicemente saluta questo postaccio, dove per anni ha sopportato il peso di tonnellate d’azoto, e quintali di critiche e commenti. Ma la tua voce e la tua penna, cioè i mezzi tangibili con cui hai lasciato un’orma sul pianeta, rimangono intatti. Anzi, diventano eterni.
A dire il vero, a me hai fatto compagnia anche quando eri qui in carne ed ossa, ma tu non lo sapevi. E siccome a voler parlare di tutto si parla di niente, mi perdonerai se a differenza delle tue poesie sarò conciso, concentrandomi su di un disco che ho ascoltato a ripetizione. E rigorosamente in ordine. Si tratta di “Via Paolo Fabbri 43”, del 1976. Un’opera in cui sei riuscito a mescolare esistenzialismo, denuncia sociale e ritratti autobiografici con grande equilibrio. Certo, non è un disco per tutti. Non è per i partiti, né per gli anacoreti. Non è fatto per chi vive la vita senza pensarla. Non è stato registrato per chi investe il proprio tempo. Insomma, non è un disco per tutti.
Comincia con la morte che piega una vita, e finisce con la vita che si ripiega nella morte. La piccola storia ignobile non è quella raccontata nel brano omonimo, ma quella del mondo ipocrita che si gira dall’altra parte. Quell’insieme d’individui bendati dal proprio egoismo, o troppo impegnati a preservare la salute d’un cognome, per occuparsi dei due protagonisti della vicenda. Soli al mondo.
Quella solitudine che, in altri momenti della vita, ci strangola con un cappio d’accidia fino a farci vedere la noia. E da cui allora, terrorizzati, fuggiamo per istinto di sopravvivenza, verso altre anime più o meno amiche. Per bere, ridere, giocare, cantare di notte e gozzovigliare come adolescenti, finché l’oste non ci caccia a pedate verso casa. Dove al mattino c’addormentiamo un po’ più leggeri, illusi che col favore delle tenebre si sia ingannato il mondo e la malinconia. Che però torna sempre.
E allora tanto vale vomitarla senza pudore, così come la rabbia che ti scatenano le intemerate idiote, e le pretese d’un coraggio che accontenti tutti. Quell’ira avvelenata che a volte ti fa quasi pensare sarebbe stato più saggio non prendere la cattiva strada. Ma da cui poi rinsavisci. Fiero degli insulti ricevuti, più assetato di vino e d’inchiostro che mai, felice d’esser stato fatto fesso.
Fino a prendere piano piano un’altra consapevolezza, e cioè che certa bile nera, messa in rima e non in prosa, potrebbe anche fruttare bene. E allora fantastichi. Donne, notorietà, alta accademia, riconoscimenti artistici e fama d’intellettuale. Ma madri e morali t’aspettano all’alba anche quando vivi da solo, e allora tocca rincasare per tempo. E poi il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare. Così come, ce l’hai ripetuto tante volte Francesco, non si può mica pretendere che qualsiasi donna comprenda le tue inibizioni, il tuo vuoto dolore, il tuo provincialismo ed il tuo quasi amore. È già faticoso fingere d’aver imparato a vivere. Tanto che, scrutando chi è arrivato a fine corsa seguendo le regole del gioco, sovente restiamo attoniti e ipnotizzati; chiedendoci quale umanità avrà poi ragione. Un dubbio lecito, se non fosse che poi si fa (quasi) tutti la stessa fine.
Farewell.