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Guccini nel pantheon di Meloni? Apriamo (e chiudiamo) il dibattito

La citazione da Cirano sulla biografia della premier e le riflessioni di Jacopo Tomatis, storico della musica. Può un autore essere ad uso esclusivo di una parte?
Guccini nel pantheon di Meloni? Apriamo (e chiudiamo) il dibattito
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“Voi materialisti col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Per questi mirabili versi, e probabilmente anche per molte altre strofe indimenticabili, Francesco Guccini aveva un’estimatrice particolare: Giorgia Meloni. Nelle ore che seguono la triste scomparsa del “Maestrone” riemerge dagli archivi del nostro mensile Millennium (numero 63, dicembre 2022) una lunga intervista ad uno dei più importanti storici della musica italiana, Jacopo Tomatis, proprio su questo curiosa cover al contrario che si trova, tra le citazioni di De Gregori (“sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”) e De Andrè, sul libro biografico della premier Io sono Giorgia.

Affermava Tomatis: “Non è un verso identificabile con una visione di sinistra: c’è un’idea di trascendenza, antimaterialista e – in ogni caso – l’io cantante è un personaggio, l’alter ego Cirano. Del resto, diceva Troisi, “la poesia è di chi gli serve”… è una bella frase, che decontestualizzata tipo citazione sulla Smemoranda può prestarsi a qualunque uso”. Disapprovazione e fastidio del povero Guccini le immaginiamo tracimare dai cieli di Pavana. Un po’ come in Sogni d’oro quando Michele Apicella/Nanni Moretti cerca di disfarsi di un fastidioso autoproposto aiuto regista. Eppure la questione politica, addirittura epistemologica rimane aperta, anzi, in queste ore in cui Guccini se n’è andato per sempre, sembra come stuzzicare i presenti, e il presente, dilaniato dall’uso ideologico del pantheon storico della cultura musicale italiana, quella del cantautorato elevato a vangelo del macrocosmo progressista novecentesco.

“È una precisa forma di accreditamento culturale”, ricordava Tomatis. “Oggi in Italia è come appropriarsi di un classico. Parliamo di fatto del nuovo repertorio d’arte di una generazione, assurto a livello di poesia civile, che oramai non ha più valore sovversivo: anzi, è un pezzo di establishment culturale, sia che lo usi la destra, sia la sinistra”. Insomma, se in primo luogo quei versi hanno un significato politico culturale peculiare e incontrovertibile per chi li ha composti e incisi/cantati per primo, possono essere apprezzati, amati, resi esemplari anche da un’ascoltatrice/tore di un partito o di una ideologia formalmente agli antipodi rispetto al suo creatore?

Citando ancora Tomatis da quell’intervista su Millennium: “Al fatidico passaggio degli anni 80 non solo i cantautori hanno smesso di parlare di politica, ma il pubblico ha smesso di cercare politica nella musica. L’idea forte che la canzone potesse essere uno strumento di comunicazione politica nasce alla fine anni 50, si radicalizza col ’68, diventa mainstream nei ‘70, collassa intorno al ’77 e quel repertorio diventa una sorta di koiné nazionale democratico-civile”. Il dibattito, insomma, è ri-aperto. Perché più ci si allontana dall’epicentro temporale della singola creazione – Cirano è del 1996, addirittura dopo il big bang del Muro di Berlino – più i contorni di significato apparentemente ideologico sembrano sfumare.

Parecchi anni fa, quando il sottoscritto scriveva articoli per il quotidiano Liberazione, uscì a mia firma un pezzo su una ricca rassegna che la Cineteca di Bologna aveva dedicato a Sam Peckinpah. Un pezzo in cui si sottolineava il fascino dell’estetica cruda, nichilista, finanche autodistruttiva del regista americano (sicuramente non uomo di “sinistra”) in film, tra gli altri, come Il mucchio selvaggio. Ebbene ricordiamo nitidamente che dalle colonne del Secolo d’Italia, il collega Luciano Lanna scrisse “se rivalutate Peckinpah fateci ascoltare in pace Bob Dylan” (che con Peckinpah lavorò, nda). Insomma, Cirano è ad uso esclusivo di chi vota a sinistra (che poi il PD è di sinistra?) o lo possono usare come balsamo dell’anima anche quelli di destra (che non è più quella di una volta, vero?)?

Risposte a questo giro non ne abbiamo. Al massimo qualche strofa di Giorgio Gaber.

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