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Patti Smith al Circo Massimo: la sacerdotessa del punk che non si è mai musealizzata

Ottant'anni portati come una dichiarazione di guerra alla mediocrità. I lunghi capelli da stregona sono ormai grigi, ma la grinta è la stessa degli anni 70 - Il racconto del concerto
Patti Smith al Circo Massimo: la sacerdotessa del punk che non si è mai musealizzata
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Quando alcuni anni fa andai a vedere dal vivo il basso Fender sfracellato da Paul Simonon al Palladium di New York nel ‘79, esposto in una teca di museo londinese, ebbi la sensazione precisa che il punk fosse ormai un fenomeno storicizzato, imbalsamato in un’archiviazione da reliquia. Invece, ammirare Patti Smith, la “sacerdotessa del punk”, esibirsi al Circo Massimo all’interno della programmazione del Teatro dell’Opera, mentre contemporaneamente un’intera sala al di sotto del monumento più antico di Roma, l’Ara Pacis, viene dedicata ai suoi scatti (immortalati dal suo storico fratello d’anima Robert Mapplethorpe) non mi ha dato lo stesso senso di patetico anacronismo.

Nemmeno vedere le magliette del suo merchandising vendute al prezzo di un viaggio andata e ritorno a Praga mi ha ispirato un senso di tradimento, più che altro mi ha fatto venire una voglia quasi filologica di omaggiarla rubandole, proprio come avrebbero fatto lei e Robert da ragazzini spiantati che sbarcavano il lunario al Chelsea Hotel.

Perché Patti Smith si è salvata dalla retorica della sua stessa leggenda. 
È rimasta meravigliosamente identica a se stessa grazie al dono raro dell’autenticità.

La ragazzina che al Gerde’s Folk City, al cospetto di Dylan, chiese a Eric Andersen di sostenerla con un semplice accordo in MI e improvvisò lì, su due piedi, una storia di fratello e sorella divisi dall’avidità del mondo (episodio che il documentario della Rolling Thunder Revue di Scorsese consegna alla storia) è la stessa che, dopo il lutto del marito Fred “Sonic” Smith, tornò sul palco richiamata dallo stesso Dylan a cantare Dark Eyes, la canzone che lo aveva fatto rinascere artisticamente, come egli racconta in Chronicles. Ed è ancora lei che nel 2016 salì a Stoccolma al posto suo per ritirare il Nobel, smarrendo i versi di A Hard Rain’s A-Gonna Fall (brano che si chiude, con ironia che il destino non si è lasciato sfuggire, proprio su “I know my song well before I start singing it”).

Quella fanciulla ribelle e sboccata, oggi Papessa del cantautorato rock, ha attraversato mezzo secolo restando fedele alla propria energia vitale, prorompente, virtuosamente ribelle, pur dentro le contraddizioni che animano la sua poetica: come aprire il primo disco con un verso che rinnega il sacrificio del Cristo e poi dedicare dischi a Paolo VI.

Non è sempre la levatura o la disciplina del verso a colpire, in Patti Smith. C’è quel vizio tutto americano (da cui forse solo il miglior Dylan si è davvero affrancato) di abbandonarsi a un flusso di coscienza a tratti sconclusionato: si pensi a testi come quello della, peraltro stupenda e travolgente, Pissing in a River, che a un orecchio europeo, educato al concetto latino di aurea mediocritas, possono suonare rozzi e ingenui, dettati più dall’urgenza che dalla meditazione. Eppure è proprio da quella semplicità non levigata che sgorga un’energia pura, poetica, mistica. Una catena di sincronicità (incontri casuali a Roma, Firenze, Parigi) lega chi scrive a questa artista in una catena di aneddoti che qui non è il caso di raccontare: basti dire che nei suoi versi più semplici si annida un contatto innocente con qualcosa di profondo, primordiale, liberato poi nel campo emotivo collettivo del concerto.

Ed è proprio quel campo collettivo il vero protagonista della serata al Circo Massimo.

Accompagnata da storici collaboratori (e due figli!), l’artista ha proposto in scaletta, tra improvvisazioni poetiche che sono ormai sua cifra stilistica, i brani-manifesto della carriera: Dancing Barefoot, Redondo Beach, Ghost Dance, Break It Up, dedicata a Jim Morrison e anticipata da una cover di Crystal Ship, Because the Night e People Have the Power, insieme alle pagine più travolgenti tratte da Horses ed Easter.

I lunghi capelli da stregona sono ormai grigi, ma la grinta è la stessa con cui negli anni Settanta attraversava i marciapiedi di New York, arrivata da Chicago con pochi dollari e i versi di Rimbaud e Blake a tenerle compagnia. Ottant’anni portati come una dichiarazione di guerra alla mediocrità contemporanea: pochi accordi, versi colmi di stupore adolescenziale, ma una postura sciamanica capace ancora di trasformare uno stadio romano in un tempio di liturgia laica.

Il punk, l’altra sera, non è stato neutralizzato in una teca.
Era vivo, urlato quanto basta, e cantava, con commossa ingenuità, People Have the Power, non come uno sgangherato inno politico, ma come una visionaria preghiera di liberazione spirituale di massa.

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