“Avevo due strade, ho scelto l’America”: a 18 anni dall’Italia alla Virginia, la storia della cestista Francesca Baldassarre
“Ero combattuta. Avrei potuto benissimo rimanere in Italia oppure andare in America”. Il mare Adriatico di Brindisi le ha dato i natali e l’ha vista crescere. Ora, a soli 18 anni e con in tasca il diploma di maturità appena conseguito, la cestista brindisina Francesca Baldassarre è pronta a volare oltreoceano. Ad attenderla ci sarà la Virginia Tech Women’s, università di prim’ordine che milita nella NCAA Division I, il massimo campionato del basket universitario statunitense. “La decisione è dipesa anche dal momento della mia carriera” – ha raccontato Baldassarre a ilfattoquotidiano.it. Già nel giro della Nazionale italiana, la diciottenne ha intrapreso il suo cammino nel basket cinque anni fa: “È stato tutto graduale. Ho iniziato a 13 anni giocando a Campobasso, in Serie B. L’anno dopo mi sono trasferita a La Spezia, dove sono rimasta due anni. Da lì è arrivata la proposta di Battipaglia che mi ha dato l’opportunità di debuttare in Serie A1”.
Da quel momento l’ascesa della giovane promessa è stata costellata di soddisfazioni: “Il primo anno è stato bellissimo – ha ricordato la giovane cestista – alla fine della stagione ho ricevuto anche il premio di MVP come miglior giovane. Ho poi disputato un altro anno in A1, quello appena concluso, e anche grazie alle Nazionali giovanili con l’Under 18 e l’Under 20 si sono aperte diverse opportunità per la stagione che verrà. Una di queste era l’America ed è stata un’occasione a cui non potevo rinunciare”. Ma quando arriva davvero il momento in cui una ragazza di 18 anni decide che vale la pena attraversare l’oceano? “Prima di prendere una decisione ho cercato di capire bene il posto in cui sarei andata e il modo in cui lavorano alla Virginia Tech. Mi è piaciuto molto lo staff che mi ha contattata e anche il loro modo di vedere la pallacanestro. Secondo me il basket italiano e quello americano sono molto diversi. Per me è anche un modo per mettermi alla prova e confrontarmi con qualcosa di differente rispetto all’Italia”.
Due Paesi, due sistemi e una distanza che non è solo geografica ma anche strutturale. “Il contesto americano è completamente diverso – ha detto Francesca – hanno uno staff molto ampio, con tantissime persone che ti seguono in ogni momento. Anche le strutture sono molto avanzate e, dal mio punto di vista, permettono un lavoro più completo. Dalla Virginia Tech mi hanno aiutata molto a capire come funziona davvero quel sistema, anche prima che io lo vedessi in prima persona”. E se la giovane cestista brindisina è stata messa nelle condizioni migliori per proiettarsi in una futura esperienza lontanissima da casa, la scelta però è passata anche da una valutazione tecnico–sportiva: “Nel basket americano dal punto di vista tecnico si lavora molto sull’individuo. E poi ci sono molti più allenatori: magari in Italia una squadra ne ha due o tre, mentre lì ci sono figure dedicate a ogni singolo aspetto dell’allenamento. Si lavora sul palleggio, sul tiro e sui diversi elementi tecnici con persone specializzate”.
Da un lato l’America sarà un inedito banco di prova, dall’altro Francesca porterà con sé quanto ha costruito negli anni trascorsi nel basket italiano: “Mi è sempre piaciuto l’ambiente. Conosco tante persone e mi sono sempre sentita accolta ovunque io sia andata. Mi piace anche la passione che si respira e dopo i risultati della Nazionale maggiore c’è stata ancora più voglia di fare bene. I miei due anni in A1 sono stati un’esperienza importante, perché qui mi sono trovata molto bene e ho avuto modo di farmi conoscere anche al di fuori. È qualcosa che porterò con me e che per me conta tanto”.
Sul piatto della bilancia, dunque, non c’è un contesto migliore e uno peggiore ma una scelta importante che “dipende molto dal percorso che si vuole fare”. Secondo Francesca infatti trasferirsi oltreoceano “è un’esperienza che, soprattutto da giovani, va vissuta con tranquillità anche se si è dall’altra parte del mondo. Sono occasioni che poi potrebbero non ripresentarsi più”. Ed è inevitabile che in questo “carpe diem” ci si chieda come sarebbe andata se si fosse presa una decisione diversa: “Restare in Italia non sarebbe stata una scelta sbagliata – ha concluso Francesca – per me entrambe le opzioni erano valide. Perché alla fine dipende sempre da te: da come lavori e da quanto lavori. Ovunque ti trovi”.