Mondiali, l’addio di Messi senza epica: l’ultima immagine è la medaglia d’argento messa al collo da Donald Trump
L’epica della sconfitta è stata tradita. Su Lionel Messi, la stella assoluta, per molti il più grande calciatore di sempre, cala il sipario. Ma manca qualcosa. La finale lascia l’amaro in bocca e non è una Coppa del mondo persa a togliere la gloria. L’ultima immagine di Messi nel più grande palcoscenico del calcio che rimarrà nella nostra memoria è quella medaglia d’argento posata sul suo collo dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Ha poco senso, allora, spendersi nel dibattito “Diego Armando Maradona non lo avrebbe permesso, non lo avrebbe mai accettato”. Non ci può essere la controprova e non glielo si può, purtroppo, chiedere. E a volte si pretende troppo dai calciatori, dai cantanti e da tutti i personaggi noti che il pubblico magari idealizza assegnando meriti e uno spessore umano che magari non ci sono o anche compiti impropri al loro ruolo.
Ad ogni modo sarà difficile non ricordare quel momento: Trump e la medaglia al collo di Messi. L’epica della sconfitta avrebbe meritato altro, non per forza un grande gesto politico, ma un’immagine degna di raccontare la caduta degli dei. Nei nostri occhi, infatti, l’epica della sconfitta significa Roberto Baggio con le mani sui fianchi e la testa bassa dopo il rigore sbagliato al Rose Bowl di Pasadena nel 1994 e la vittoria consegnata al Brasile, in un altro mondiale americano. L’epica della sconfitta è Zinedine Zidane che esce a testa bassa lasciando alle sue spalle l’ambita Coppa dorata dopo la testata, ingiustificabile ma in qualche modo comprensibile, a Marco Materazzi nel 2006. O, per tornare a Maradona, le sue lacrime di rabbia (non di commozione pacifica come quelle di Messi e Cristiano Ronaldo nel mondiale 2026) e in manifesta polemica contro il governo del calcio della Fifa a Italia ’90 dopo la sconfitta nella brutta finale di Roma con la Germania. Per andare più indietro nel tempo l’epica della sconfitta ci riporta agli azzurri dagli sguardi smarriti dopo esser stati schiacciati dall’incornata di Pelè e da quel 4-1 per il Brasile nella finale del 1970 in Messico, arrivata però dopo l’ancor più epico successo nella semifinale dell’Azteca, il leggendario 4-3 sulla Germania.
Perché c’è anche un’epica della vittoria. Per un attimo Lamine Yamal è parso esitare al cospetto di Trump, ma poi la stretta di mano è andata in scena. Forse l’esitazione non c’è neppure stata veramente, sono state solo le nostre teste, i nostri occhi e il nostro cuore a reclamarla, a sperare in un grande gesto da consegnare alla leggenda dello sport, al pari dei pugni chiusi guantati di nero dei velocisti Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi messicane del 1968 o dei sermoni pronunciati da Muhammad Ali prima di ritornare sul ring tra anni Sessanta e Settanta o ancora l’invenzione della Democrazia Corinthiana di Socrates, una “pallonata” trasformata in un movimento in odio al feroce regime militare brasiliano all’alba degli anni Ottanta del Novecento. Invece, ancora una volta, dopo l’antipasto di un anno prima al Mondiale per Club con Trump che salta coi giocatori del Chelsea dopo avergli consegnato il trofeo, anche l’esultanza finale della nazionale spagnola sarà per sempre macchiata da quella presenza a lato, ma almeno Rodri e compagni hanno aspettato che il presidente imbarazzante scivolasse fuori dall’inquadratura prima di alzare la Coppa al cielo: ecco un po’ di epica in zona Cesarini.