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Salvate il soldato Tour (macchè Cannibale, Pogačar è un killer e pure noiosetto)

La disfatta francese patita ai Mondiali di calcio ad opera di Bellingham & C.? Ma per la Grande Boucle è pure peggio: il dominio dello sloveno l'ha resa un inferno di noia
Salvate il soldato Tour (macchè Cannibale, Pogačar è un killer e pure noiosetto)
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Aiuto! Ma che succede alla Francia che pensava d’essere il cuore dello sport, in questo luglio bollente? Come a Macron, tutto le va storto. Nel calcio, infatti, s’immaginava campione del mondo. Era la narrazione quotidiana. Nel ciclismo, vantava la corsa a tappe più palpitante del globo, quella che incarnava miti e leggende, intessuti di polvere, sudore e talvolta sangue.
Al Mondiale, è finita in un pianto e un lamento. Al Tour de France, anche peggio: non c’è più storia. La trama giornaliera è sempre la stessa. Tadej Pogačar lo domina e lo annichilisce, il Pogatour è senza pathos direbbe Gianni Brera, colpa dell’algido campione sloveno che è prevedibile ed ingrato come le tasse. Tant’è che comincia a raccogliere fischi per questo suo dominio asettico, ai tifosi piacciono le sfide all’ultima ruota, non le esecuzioni. E tanti fischi hanno seppellito, sabato notte a Miami, la superFrancia dei divi Mbappé, Olise e Dembelé, travolti nella finalina del terzo posto dagli storici rivali inglesi che pure avevano fatto a meno di Kane e schierato Bellingham soltanto negli ultimi minuti. Uno schiaffo morale che promette vendetta (si spera, non come quella del gioielliere Roggero…).
Persino lo sbigottito Didier Deschamps ha dichiarato, in diretta tv, durante l’intervallo della partita, che i suoi Bleus erano stati “catastrofici”. Sui social, invece, la parola più frequente era un’altra: “Ridicoli”. La finalina dei sogni spezzati stava diventando un’inattesa Waterloo del pallone: fulminante 4-0 per gli inglesi, e poteva essere il doppio. “Non c’erano con la testa”, l’alibi di comodo. Pensare che l’Équipe, nel suo ultimo magazine, titolava in italiano “Italia Isolata”, raccontando il nostro Paese in preda a dolore e delusione, per la terza esclusione dai Mondiali, che si sono trasformate in disinteresse per la Nazionale e per il calcio (tanto, a consolarci ci sono Sinner e Antonelli). Beh, cara Équipe, l’arrogante Francia del pallone che pensava di dominare il Mondiale è andata in…pallone. Chi sta peggio? Chi non c’è o chi vede la vetrina piena di leccornie ma resta a bocca asciutta?
Ad onor di cronaca, il calcio che è anche metafora della vita come si ostinano a scrivere e declamare poeti e romanzieri, ha offerto un secondo tempo di revanche: Mbappé ha guidato i Bleus alla riscossa, la “remontada” impossibile pareva servita sul piatto. Ma è stata illusione. Il calice amaro della beffa l’ha servito perfidamente Bellingham, con un’azione maramalda nell’area francese, dove ha scartato tutti come birilli ed infilato Maignan. Pareva una partita dell’oratorio: finita 6-4, punteggio da Wimbledon. Adieu.
Pasolini diceva che durante le partite andava in scena “un autentico discorso drammatico”. Il tipico copione del Tour de France. Che è in scena da ormai due settimane, come sempre. Ma ve ne siete accorti? E’ stato surclassato nelle audiences dal Mondiale, fucina di patriottismi. E di battaglie. Se ne è parlato soprattutto per la canicola e i disagi del cambiamento climatico subìti dai corridori. Certo, sulle strade dove passa il Tour, c’è sempre tanta folla: per forza, c’è il popolo dei cicloamatori, e quello delle strade dove passa il Tour, che per questo è romanzo nazional popolare. E’ epopea. La storia della Francia s’intreccia con quello dei campioni che hanno reso il Tour mito e leggenda.
Alt. Lo è ancora? O pure questo indulgere nel passato è un modo per eludere il presente, assai prosaico, per esorcizzare un futuro che si preannuncia problematico proprio a causa del caldo, tanto che si ipotizza di spostare gli orari delle tappe e perfino il mese? Senza dimenticare che ad uccidere il Tour ci pensa lo stesso Pogačar . Non lo fa coscientemente: è fattuale, borbotterebbe Vittorio Feltri. Con Tadej al comando, il Tour è diventato tristanzuolo. Il giovanotto non è un mostro di simpatia. E’ algido. Sorride e cerca di restituire ai tifosi che l’acclamano, saluti, magari li sfiora con la mano, ma si vede che è uno sforzo. Non vede l’ora di rintanarsi nel Motorhome della squadra, o in albergo. Considera le ritualità delle premiazioni e la conferenza stampa del dopo corsa una seccatura. Lui esegue il compito previsto. Veni, vidi, vici. Un esercizio di potere assoluto. Una dittatura del pedale che nemmeno ai tempi di Eddy Merckx, l’unico, vero, irripetibile Cannibale del ciclismo, si è vista. Pogačar detto Pogi è il Killer del ciclismo, non il Cannibale bis. Che fare, quindi, per ridare spessore ad una corsa che si sta smarrendo nei meandri della banalità? Come ridare spirito e cuore ad un ciclismo che dovrebbe trascendere le prestazioni perché tornino ad essere leggenda sportiva?
In ultima analisi: salvate il soldato Tour! Non possiamo lasciarlo in mano ai businessman e all’Intelligenza Artificiale! Vogliamo un ciclismo che torni ad essere avventura, sia sportiva, sia emotivamente umana. Il ciclismo, nonostante la poderosa e straordinaria evoluzione tecnologica che comporta medie sempre più elevate e preparazioni scientifiche degne della Nasa, ha ancora un potenziale agonistico immenso: perché, anche se le bici sono molto più leggere e resistenti, se le diete sono mirate ed efficaci, se gli strumenti consentono gestioni delle corse impensabili, resta uno sport della fatica, e le salite puntano al cielo, e le pendenze restano sentenze. Quando correva Eddy, in corsa c’erano rivali in grado di incalzarlo, di resistergli: Gimondi, Ocana, per esempio. Nessuno metteva in dubbio che fosse il migliore, però gli avversari non gli rendevano la vita facile.
Adesso, è il disarmo totale. Scatta Pogačar , gli altri lo lasciano andar via. Pensano che se cercando di mettersi ai suoi mozzi, poi scoppiano. Meglio badare alla classifica, che intanto vede il secondo, il danese Jonas Vingegaard, uno che ha pur vinto due Tour e il Giro di quest’anno, a 4 minuti e mezzo di distacco, insomma, il Tour del 2026 è già finito, anzi era finito da una settimana, e si tirerà avanti per vedere se Pogačar riuscirà a vincere più delle sei tappe che fu il suo bottino due anni fa. La morte del Tour è la mancanza di sfide. E’ il deserto. Pogačar è solo. Gli altri, come l’intendenza che segue l’esercito, lo lasciano andar via.
Insomma, il Tour, totem della Francia e dove, dal 1903, si pratica il ciclismo di tutti i superlativi, dovrebbe essere la Grande Consolazione dei francesi, il loro vanto. Macché. Il Tour è noioso. Tadej Pogačar , il campione sloveno che lo sta dominando, lo ha trasformato in una monotona passerella. Gli avversari non riescono ad impegnarlo. Peggio. Sono rassegnati. Tadej ha portato le sue prestazioni al limite del suicidio sportivo: quello dei presunti rivali. C’è la corsa di Pogacar, scontata. E la corsa di serie B degli altri: per il podio, per la maglia a pois del miglior scalatore, o per quella verde a punti (il premio ai velocisti), senza dimenticare i premi del combattivo di giornata, o infine la pregiata maglia bianca del miglior giovane dove per il momento svetta la speranza francese Paul Seixas, appena 19 anni e un futuro di gloria, poiché alla sua età nessuno è andato così forte (o, forse, sono gli altri ad andar piano…) ma per ora è bocconcino prelibato dell’ingordo sloveno.
Sintesi: il “Pogatour” non avvince. Né convince. E speriamo che il talento di Tadej, il suo strapotere, sia frutto di Madre Natura e delle nuove strabilianti tecniche di allenamento che lo hanno portato a correre, prima del Tour, soltanto sedici giorni vincendo tredici volte (e arrivando tra i primi tre nelle altre): ci sono precedenti che hanno lasciato tarli scomodi nella memoria del Tour. Pogačar è prodigioso. Vuole marcare la storia del ciclismo. No, una volta disse che la storia del ciclismo non era la sua bussola. Vuole solamente ridefinire i contorni e i limiti dello sforzo umano. Le sue accelerazioni folgoranti lasciano a bocca aperta: quella degli avversari che annaspano. E degli spettatori, che si domandano: ma dove vuole arrivare? “A casa”, ironizzò un giorno. Che non è in Slovenia, ma a Montecarlo.
Salvate il soldato Tour!

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