La Cedu parla chiaro: non si può sospendere a tempo indeterminato la vita di donne e minori vittime di violenza
È una sentenza molto dura quella pronunciata dalla Cedu il 2 luglio scorso contro lo Stato italiano che, anche questa volta, non è stato in grado di tutelare i diritti di una donna che aveva chiesto protezione per sé e per i figli dopo la denuncia per maltrattamenti e violenza sessuale da parte del marito. L’Italia dovrà risarcirli per aver violato il “divieto di trattamenti inumani e degradanti” e anche il “diritto al rispetto della vita privata e familiare” sanciti dalla Convenzione europea dei diritti umani.
Audrey Diubeda, una cittadina francese sposata con un italiano, si è rivolta alla Corte europea dei diritti umani dopo aver vissuto quello che molte donne vittime di violenza sperimentano in Italia dopo una denuncia: vite sospese, lentezza dei procedimenti penali che si impantanano tra archiviazioni, opposizioni alle archiviazioni e rinvii a giudizio, in attesa – anche per anni – di una sentenza che metta fine a storie dolorose.
Non va meglio sull’altro fronte che si apre dopo una denuncia per maltrattamenti quando ci sono figli: iter lunghissimi e costosi davanti ai tribunali per i minorenni o ai tribunali civili.
Diubeda denuncia il marito nell’aprile 2021 e scatta nell’immediatezza il Codice Rosso. Dopo una settimana viene collocata con i due figli in una struttura protetta. Da quel momento la loro vita resta confinata in una stanza di quindici metri quadrati. Una permanenza sottoposta a regole rigide finalizzate a garantire la sicurezza delle vittime e che ha un senso solo se lo Stato interviene con tempestività con le misure cautelari e si pronuncia sull’affidamento dei minori.
La denuncia penale, invece, si trascina per anni. La prima risposta della giustizia è un’archiviazione per le denunce di violenza sessuale e maltrattamenti con motivazioni cariche di stereotipi e pregiudizi. La Cedu scrive che l’approccio della pm rispecchia quanto denunciato dal rapporto Grevio: ‘la tendenza a dare credito a credenze comuni che considerano una relazione intrinsecamente basata sulla sottomissione/dominazione e possessività”. Si è configurata una forma di vittimizzazione istituzionale. La violenza sessuale? “Un’avance sessuale” in considerazione del fatto che “è normale che gli uomini debbano superare quel minimo di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca”. Le cinghiate ai figli? “mere misure disciplinari che non avevano ecceduto il diritto del padre ad esercitare l’autorità genitoriale”. Il coltello puntato alla gola mentre il telegiornale dava la notizia di un femminicidio? “Uno scherzo di cattivo gusto”.
Il procedimento si riapre nel 2022 dopo l’opposizione all’archiviazione e l’assegnazione a un altro pubblico ministero, ma dopo quasi quattro anni non c’era stata nessuna udienza.
Ma la novità della condanna della Cedu riguarda un altro versante: quello della giustizia civile e minorile. Per la prima volta Strasburgo afferma con altrettanta nettezza che non è solo il processo penale a dover garantire una tutela effettiva alle vittime di violenza domestica. Anche il procedimento davanti al tribunale per i minorenni deve essere rapido, concreto e capace di assumere decisioni che restituiscano alle vittime una prospettiva di vita.
La Cedu condivide le preoccupazioni del rapporto Grevio del 2020 sulla corretta applicazione della Convenzione di Istanbul: “I tribunali civili non solo non riescono a individuare i casi di violenza, ma tendono a ignorarli“. Persistono inoltre forti resistenze nel disporre la decadenza della responsabilità genitoriale paterna o l’affido esclusivo alle madri che hanno denunciato violenze, disattendendo l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, che impone di considerare la violenza nelle decisioni sull’affidamento dei figli.
Nel caso Diubeda, il Tribunale per i minorenni aveva adottato alcuni provvedimenti: l’interruzione degli incontri protetti che causavano paura e sofferenza nei minori e la conseguente sospensione della responsabilità genitoriale paterna con un decreto emesso ‘utilizzando un modello prestampato senza alcuna analisi dei fatti o valutazioni del merito delle dichiarazioni dei tre ricorrenti in merito alla violenza subita’. Misure temporanee che sono rimaste sostanzialmente immutate per tre anni mentre il procedimento veniva rinviato senza che venisse presa alcuna decisione.
Nessun ordine di protezione, nessun pronunciamento sulla richiesta dell’affido esclusivo o sul mantenimento dei figli, nessuna risposta alla richiesta della madre di rientrare in Francia, dove disponeva di una casa e di una rete familiare di sostegno.
In questa sentenza la Cedu introduce un principio destinato ad avere un impatto rilevante sulla giurisprudenza italiana: una casa rifugio non può trasformarsi in una sospensione a tempo indeterminato della vita delle donne e dei minori vittime di violenza. È uno strumento di protezione emergenziale che deve essere finalizzato alla realizzazione di un percorso di autonomia. Se lo Stato lascia trascorrere anni senza decidere, quella misura perde la sua funzione protettiva e si ritorce contro le vittime. La sentenza osserva che, mentre il presunto autore delle violenze continuava a vivere liberamente senza alcuna misura cautelare, la donna e i figli sopportavano il peso della protezione con effetti sempre più pesanti sul loro equilibrio psicologico.
Tutto ciò nonostante le relazioni del medico curante, dei servizi sociali e degli psicologi avessero documentato il progressivo peggioramento delle condizioni dei bambini che manifestavano paura, tristezza, rabbia, regressioni comportamentali e crescente disagio. La Corte rimprovera proprio questa assenza di una verifica sulla necessità della permanenza nella casa rifugio: il tribunale dei minori avrebbe dovuto chiedersi se quella misura fosse ancora necessaria o se esistessero soluzioni meno restrittive e più rispettose del diritto alla vita familiare.
È una pronuncia che parla direttamente ai tribunali civili e minorili italiani perché al centro delle loro decisioni ci sia, finalmente, la libertà delle donne e il benessere dei minori.